Polvere di stelle – CAPITOLO XVI

L’unione fa la forza

Dopo una lunga attesa, due mesi sono giunti al termine, e la giornata odierna è completamente dissimile da ogni altra. Difatti, oggi io e Brianna parteciperemo alla nostra prima competizione di pattinaggio artistico. Contrariamente a me, lei è una pattinatrice molto più esperta, ma la cosa non mi tocca minimamente, poiché anche una sconfitta non avrà significato con lei al mio fianco. Con il consenso dei nostri rispettivi genitori, abbiamo iniziato il nostro viaggio verso la nostra destinazione, ovvero il centro sportivo locale, unico luogo sufficientemente grande da poter ospitare una competizione. Ad ogni modo, abbiamo raggiunto la nostra destinazione facendoci accompagnare dai nostri genitori, fortemente orgogliosi di noi e dei nostri successi. Appena arrivate, abbiamo fatto del nostro meglio per prepararci, avendo anche l’occasione di conoscere il giudice di gara. Lo stesso, ci ha stretto la mano in segno di amicizia, facendo poi la stessa cosa con i nostri genitori. Poco prima di raggiungere la sua postazione, il giudice scelse di augurarci buona fortuna. Alle sue parole, Brianna ed io sorridemmo debolmente, procedendo a raggiungere gli spogliatoi e cambiarci, indossando i nostri rispettivi costumi. Non appena fui pronta, raggiunsi mia madre, che mi aspettava al di fuori dello spogliatoio stesso, apparendo perfino più nervosa di me. “Ricorda quello che hai imparato, mi ripeteva, chinandosi al solo scopo di aiutarmi ad infilare i pattini. “Non ti deluderò. Risposi, rivolgendole un debole ma convincente sorriso. Poco tempo dopo, anche Brianna uscì dallo spogliatoio, decidendo di avvicinarsi a me e stringermi la mano. “Buona fortuna.” Disse, sorridendomi e posando le sue labbra sulla mia fronte. “Anche a te.” Risposi, baciandola a mia volta. Un mero attimo scomparve quindi dalle nostre vite, ed entrambe ci sentimmo chiamare per nome. Voltandoci, scorgemmo entrambe la figura della nostra allenatrice, anche lei visibilmente nervosa e preoccupata per noi. “Fate del vostro meglio.” Ci disse, rivolgendoci un debole sorriso capace di annullare ogni nostra insicurezza. Alle sue parole, Brianna ed mantenemmo il silenzio, limitandoci ad annuire. Poco tempo dopo, sentimmo nuovamente che qualcuno chiamava i nostri nomi. Per mia fortuna, il mio orecchio critico mi permise di riconoscere la voce del giudice di gara. In quel momento, sapevo che ognuno di quegli avvenimenti poteva avere un unico significato. La gara stava per iniziare, e a quanto sembrava, ero la prima delle atlete a dover scendere in pista. Affrettandomi, tentai di mantenere la calma, facendo il mio ingresso in pista e presentandomi ai giudici con un rispettoso ed elegante inchino. Raggiungendo il centro del terreno di gara, volsi uno sguardo al pubblico, che limitava ad osservare inerme e silenzioso. Da quel momento in poi, riuscii a sentire solo il suono del battito del mio cuore, accelerato dalla paura e dalla tensione, che in quel preciso istante poteva letteralmente essere tagliata con un coltello. Fissando il mio sguardo su un immaginario punto a me dinanzi, mantenevo la mia perfetta immobilità, attendendo solo di poter iniziare. Poco tempo dopo, sentii la musica che iniziava a suonare, e decisi di iniziare ad esibirmi, lasciandomi tranquillamente scivolare sulla pista ghiacciata, esibendomi in numerose piroette e figure acrobatiche. Ad ogni modo, la paura mi assaliva. Ad ogni mia evoluzione, pregavo di riuscire a toccare terra evitando di cadere, ma le mie speranze svanirono senza preavviso. Stavo per raggiungere il termine della mia esibizione, ma pattinando finii per scivolare e cadere, non potendo evitare che i giudici mi infliggessero una penalità che avrebbe sicuramente abbassato il mio punteggio. Per mia fortuna, riuscii comunque a recuperare il tempo perduto, ignorando il dolore che il mio corpo tentava strenuamente di sopportare. Poco tempo dopo, iniziai a sentirmi davvero stanca. Non accennavo a smettere di pattinare, volendo assolutamente mostrare il mio stoicismo. Presto sentii le forze abbandonarmi, e finii per cadere in terra perdendo i sensi. Rimasi priva di coscienza, e non riuscii a sentire nulla. La musica attorno a me si era interrotta, e la gara era per me ormai finita. Giacevo inerme sul ghiaccio, pur provando a rimanere vigile. La mia vista era disturbata e annebbiata dal dolore, ed io respiravo appena. Riuscendo quindi a tornare ad essere me stessa, mi guardai attorno. Ebbi a malapena il tempo di notare una figura indistinta avvicinarmisi e tentare di aiutarmi. Due intere ore passarono, ed io mi risvegliai nel più vicino ospedale. Respirando debolmente, pregavo di rimanere in vita, ricordando le parole del dottore. “È semplicemente svenuta.” Disse, facendomi letteralmente raggelare. Subito dopo, sentii uno scatto, vedendo quindi una porta aprirsi. Dalla stessa, fece capolino Brianna, seguita dai miei genitori. La vedevo bene, e riuscivo anche a sentirla, ma per qualche strana ragione, non avevo la forza di parlare. Difatti, seppur involontariamente, concentravo la maggior parte delle mie energie sul mio respiro, desiderando ardentemente di restare attaccata alla mia preziosa vita. Sfinita dai miei stessi sforzi, chiusi gli occhi, riuscendo a sentire unicamente il pianto e i singhiozzi di Brianna. Lottando per ricacciare indietro le lacrime dettate dal dolore che provava, si sedette accanto a me, spostando il suo sguardo sul mio pallido e diafano viso. Parlandomi, mi spronava a lottare e a rimanere in vita. Io la sentivo, ma non riuscivo a risponderle. Non volendo deluderla, provai ad aprire gli occhi stringendole quindi una mano. Biascicai quindi il suo nome, vedendo i suoi occhi brillare e il suo viso illuminarsi. Fu quindi questione di un attimo, ed io la vidi sparire, per poi tornare seguita da un’intera equipe medica. Un infermiere notò che avevo nuovamente smesso di respirare, e provò a rianimarmi. Ognuno dei medici presenti perse le speranze dopo il loro fallimento nel salvarmi, ma io non riuscivo ad accettare nulla di quello che stava accadendo. Difatti, non potevo assolutamente permettermi di abbandonare nuovamente Brianna, lasciandola sola e priva di difese in un mondo così ostile. Durante il mio periodo d’incoscienza, rividi il suo viso, ricordando quindi ogni più piccola sfaccettatura del nostro rapporto. Respirando a fatica, tentai di aprire gli occhi, riuscendoci solo dopo alcuni tentativi. “Chiamai quindi il nome di Brianna con voce flebile, e la vidi avvicinarsi posando le sue labbra sulla mia guancia. “Non lasciarmi. “Dissi, con voce sempre più fioca. “Resta.” La sentii dire, vedendo una sua lacrima rigarle il volto. Subito dopo, scivolai nel silenzio, riuscendo ad addormentarmi felicemente. Tre lunghi mesi passarono, ed io venni finalmente dimessa da quell’arido ospedale, potendo quindi avere l’occasione di ringraziare Brianna. Lei non lo sapeva, ma ero viva solo grazie al suo intervento. La forza del suo amore mi aveva letteralmente tenuto in vita, avendo un effetto migliore di qualunque medicina esistente. La conoscevo meglio di me stessa, e sapevo che non sarebbe mai riuscita a perdonarsi la mia morte. In tre lunghi anni, il nostro rapporto si era dimostrato duraturo, facendo quindi fede ad un vecchio adagio, secondo cui l’unione fa la forza.
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