Polvere di stelle – CAPITOLO II

L’innocenza dei miei giorni

Tre lunghe settimane sono appena trascorse, e quello odierno è un nuovo giorno di scuola. Mi sveglio di buon’ora, e dopo essermi accuratamente preparata, mi reco a scuola venendo accompagnata da mia madre. Il silenzio è rotto unicamente dal sibilare del vento, che ignoro ammirando l’azzurro e terso cielo, che sembra seguirci per tutta la durata del nostro viaggio. Raggiungo in poco tempo la mia destinazione, dirigendomi verso la mia aula, e scopro di essere in netto anticipo. La classe è infatti praticamente vuota, e non c’è davvero nessuno, fatta eccezione per Brianna, che è ora silenziosamente impegnata a rileggere i suoi appunti. Lentamente, mi avvicino al suo banco, e decido di sedermi accanto a lei. Non accenna a parlarmi, ed evitando di distrarsi, mi scrive velocemente un bigliettino, che dispiego e leggo in silenzio. “Grazie.” Dice, forse alludendo ai nostri allenamenti avvenuti tempo prima. Istintivamente, le sorrido, vedendola quindi alzarsi in piedi. Mentre è nell’atto di farlo, noto che i graffi che aveva sulle ginocchia sono ora scomparsi, e che una piccola cicatrice ha preso il loro posto. I nostri compagni ci raggiungono, salutandoci amichevolmente. In poco tempo, la lezione ha inizio, e con la fine della stessa, sopraggiunge l’intervallo. Alzandomi in piedi, guadagno la porta dell’aula, ma sento una voce che mi ferma. Quella stessa voce chiama il mio nome, ed io mi volto istintivamente, notando il viso di Brianna. “Ho bisogno del tuo aiuto.” Mi dice, afferrandomi un polso e conducendomi verso il banco che condivido con lei. Subito dopo, la vedo frugare nel suo zaino, scoprendo che ne tira fuori il suo libro di scienze. “Ho parlato con il coach, e dice che mi servono voti migliori per restare in squadra, mi aiuterai?” Dice, terminando quel discorso con una domanda. Per qualche secondo, scelgo di tacere, ed inizio a riflettere. Anche se da meno tempo rispetto a me, Brianna è stata accettata nel gruppo delle cheerleader, ma dedicando troppo tempo agli allenamenti, ha involontariamente fatto in modo che i suoi voti calassero come la febbre di un malato, e per tale ragione, rischia di essere espulsa dalla squadra. “Senz’altro.” Rispondo, sorridendole e decidendo di aiutarla. “Studieremo a casa mia?” propongo, sperando segretamente che accetti. Alle mie parole, non risponde, limitandosi ad annuire. Voltandomi, le do le spalle, ponendo fine alla nostra conversazione. Raggiungo quindi la biblioteca scolastica, unico posto dove so di poter leggere tranquillamente, senza pericolo di essere disturbata. Camminando, mi metto alla ricerca di un buon libro, trovando interesse per un romanzo posto su uno scaffale poco più alto di me. In punta di piedi, decido di prenderlo, sedendomi ad uno dei lignei tavoli presenti, ed iniziando la mia muta lettura. L’intervallo termina prima che io riesca ad accorgermene, e per tale ragione, sono costretta a correre per evitare di far tardi a lezione. Arrivo comunque in ritardo, ma l’insegnante decide di perdonarmi, ed io occupo silenziosamente il mio posto accanto a Brianna, che mi scrive l’ennesimo bigliettino, suo unico modo di parlarmi senza essere redarguita dall’insegnante, che prosegue imperterrito la sua spiegazione. “Non vedo l’ora.” Dice, stavolta riferendosi al pomeriggio che passeremo insieme. “Anch’io.” Le sussurro, facendo comunque in modo di non essere scoperta. Ad ogni modo, le lezioni volgono al termine, ed esco da scuola assieme a Brianna. Cammino con il mio zaino sulle spalle, e lei fa lo stesso, seguendomi come un cucciolo smarrito. Sorrido per la presenza del sole nell’ancora azzurro cielo, e respiro a pieni polmoni. La docile aria mi lambisce il viso, solleticando i miei occhi, e facendomi provare un’indescrivibile sensazione di libertà. Raggiungo quindi l’aiuto di mia madre, informandola riguardo a Brianna. Guardandomi, mia madre le da il permesso di venire a casa con noi, in maniera tale da permetterci di studiare assieme subito dopo pranzo. Il viaggio verso casa è letteralmente fulmineo, e una volta arrivate, mostro a Brianna la mia stanza. Essendo nata con una congenita fobia per le altezze, è letteralmente terrorizzata all’idea di salire le tre rampe di scale che portano a quello che io considero il mio nido. Vedendomi ferma su uno scalino più in alto rispetto a lei, mi tende la mano in attesa di aiuto, ed io afferro le sue magre e affusolate dita laccate di un pallido rosa, provando una sensazione mai sperimentata prima. Incoraggiandola, la aiuto a salire, e raggiungo la mia stanza vedendola seguirmi. “Da dove iniziamo?” chiedo, sedendo alla mia scrivania e preparando per lei una sedia. Posando il suo sguardo su di me, siede in silenzio, aprendo il suo zaino ed estraendo i suoi libri. “Da dove vuoi.” Risponde, stringendosi nelle spalle. Imitandola, decido di iniziare dal primo capitolo del nostro libro di testo. Le faccio quindi da insegnante, chiedendole quali siano i suoi dubbi, e aiutandola a scrivere dei riassunti volti a farle imparare con facilità ogni argomento. Dopo aver passato due intere ore curve sui libri, Brianna ed io ci concediamo una pausa, sedendo entrambe sul mio letto. Mantenendo il silenzio, attendo che proponga qualche attività, sentendola poi pronunciare una frase che di sicuro non dimenticherò mai. “Ti va di stare insieme?” Chiede, avvicinandosi a me con fare quasi furtivo. Dato il suo comportamento, in me sopraggiunge una sorta di paralisi, che mi impedisce qualunque movimento. “Che intendi?” ho il solo coraggio di chiederle, quasi arrossendo in viso. “Per divertirci.” Chiarisce, guardandomi negli occhi e regalandomi un sorriso. “Va bene.” Le rispondo, proponendole di andare a fare una corsa. Entrambe amiamo lo sport, e conoscendo la mia amica quasi meglio di me stessa, sapevo bene che avrebbe accettato. Subito dopo, uscì dalla mia stanza, e scendendo le scale si diresse verso la porta di casa. Uscii assieme a lei, iniziando a correre al suo fianco. Correndo, respiravo a pieni polmoni, sentendo che l’aria pomeridiana me li accarezzava gentilmente. Sorridevo, e mantenendo un ritmo sostenuto e regolare, mi sforzavo di tenere il passo di Brianna, sempre pochi passi di fronte a me. Durante la corsa, sentii le gambe deboli, ed un acuto dolore al petto mi costrinse a fermarmi. Tentai quindi di rallentare, e non appena ci provai, caddi in terra svenuta. Rimasi quindi priva di coscienza, e durante tale periodo ero completamente cieca. Il buio regnava attorno a me, ed io non sentivo nulla. Poco dopo, provai una strana sensazione. Era come se qualcuno o qualcosa stesse comprimendo il mio torace, tentando di salvarmi la vita. Poco prima di svegliarmi, temetti di perdermi. Ero certa che l’innocenza dei miei giorni sarebbe presto giunta alla fine, ma riuscii fortunatamente ad aprire gli occhi, scorgendo l’ancora indistinta figura di Brianna, che ora sorrideva, ed era evidentemente felice di vedermi. Senza proferire parola, la guardai confusa, e aspettai che si spiegasse. “Mi dispiace tantissimo, ma per fortuna stai bene.” Mi disse, sorridendo e lasciando che una lacrime le rigasse il viso. Istintivamente, gliel’asciugai, e ledi decise di portarmi subito da un medico. Raggiunsi quindi l’ospedale al suo fianco, dovendo appoggiarmi a lei per camminare. Ero ancora intorpidita dal precedente svenimento, e i miei movimenti erano ancora incerti. Brianna mi aveva letteralmente salvato la vita, e le ero grata, ma rabbrividii non appena ascoltai il parere del dottore. “Ti sei scaldata troppo.” Disse, in tono serio. “ Devi stare attenta, o dovrai dire addio allo sport.” Continuò, facendomi letteralmente raggelare. “Non accadrà.” Disse Brianna, difendendomi e facendo le mie veci. Guardandola, la ringraziai silenziosamente, lasciando assieme a lei lo studio del medico. Mi riaccompagnò quindi a casa, e passò il resto del pomeriggio al mio fianco. Una volta arrivate, riprendemmo gli studi lasciati in sospeso, e notai con piacere che ora sembrava aver appreso ogni singolo argomento. Riusciva a ricordare ogni nozione imparata, ed io non potevo che essere fiera di lei. Ad ogni modo, alcune ore passarono, a per lei arrivò il momento di tornare a casa, ed io dovetti salutarla. Vedendo l’auto di sua madre avvicinarsi a casa mia, decisi di accompagnarla alla porta. Le afferrai quindi il polso, e prima che potessi muovermi, la vidi compiere la migliore delle azioni. Si avvicinò lentamente a me, e mi baciò sulle labbra. Dati i miei sentimenti per lei, non tentai in alcun modo di muovermi, pur non approfittando di quel momento. Attesi quindi che si allontanasse da me,  vedendo dipinta sul suo volto un’espressione alquanto mesta. “Scusa.” Continuava a ripetere, indietreggiando ogni volta che tentavo di avvicinarmi a lei. in quel preciso istante, provai una stranissima sensazione di calore in tutto il corpo, e per qualche strana ragione non riuscii a tenere a freno la lingua, pronunciando una frase che non avrei mai creduto di riuscire a formulare in sua presenza. “È stato meraviglioso. Le dissi, non potendo quindi evitare di sorridere. Guardandomi negli occhi, Brianna sorrise a sua volta, lasciando andare la mia mano e raggiungendo autonomamente la porta di casa mia, dalla quale uscì senza dire una parola. Salutandola dalla finestra della mia stanza, non mi mossi, sedendomi sul letto e sdraiandomi subito dopo. Le mie guance erano bollenti, e il mio corpo era tutto un fremito. Quel bacio mi aveva davvero resa felice, portandomi a provare la miglior sensazione della mia vita. Ad ogni modo, un ampio e luminoso sorriso si materializzò sul mio volto fino a che non mi addormentai. Nel mio sonno, pensai, concludendo di essere ormai sicura dei miei sentimenti, e sapendo che gli stessi avevano appena decretato la fine dell’innocenza dei miei giorni.
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