Il buio della vita – CAPITOLO XXIII

La forza dell’amore

 Il silenzio regna nella notte, e il cielo è scuro. Le timide ma brillanti stelle lo punteggiano, e delle incerte lucciole volano nel cielo, spargendo la loro luce all’interno del cielo stesso, così come un’ape farebbe con del polline. Quattro mesi sono giunti al termine, e quella odierna è una notte tranquilla. Il silenzio che la caratterizza sembra essere eterno, ma viene spezzato da quello che al mio fine udito appare simile ad un pianto. Quasi istintivamente, scivolo fuori dal mio letto, e spinta dalla curiosità, controllo la fonte di quel rumore. Cammino silenziosamente negli ampi corridoi della mia casa, raggiungendo la camera di mia figlia. La porta è chiusa, ma dal buco della serratura si intravede un debole fascio di luce, chiaro segno che Michelle è forse ancora sveglia. Avvicinandomi alla porta, finisco per origliare, sentendo mia figlia piangere. Provando istintivamente pena per lei, decido di bussare, attendendo che lei apra la porta. La mia attesa non si protrae a lungo, poiché Michelle mi lascia subito entrare. Per qualche strana e a me ignota ragione, un’espressione di tristezza e dolore sembrava essere costantemente dipinto sul suo volto. “Credo sia il momento.” Mi dice, non accorgendosi che delle fredde lacrime le rigno il volto. Guardandomi, attende e spera nel mio aiuto, mentre si tiene la pancia per il dolore. Improvvisamente, un suo urlo squarcia la notte come la spada di un combattente, ed io rimango completamente immobile. “Aiutami.” Sembra dire, pur mantenendo un silenzio causato dal dolore che ora prova. Quasi istintivamente, le prendo la mano, scegliendo di aiutarla ad uscire dalla sua stanza e violare l’uscio di casa. “Sali in macchina.” Le chiedo, iniziando a seguirla subito dopo. Decidendo di darmi retta, Michelle si avvicina all’auto, e aprendo la portiera, si siede al posto del passeggero. Il viaggio verso l’ospedale ha inizio, e il suo dolore sembra non avere letteralmente fine. Continua a lamentarsi, e posa una mano sulla pancia, tentando in qualche modo di lenire il dolore. Ad ogni modo, il suo tentativo si rivela vano, e pur essendo concentrata sulla guida, provo comunque a rassicurarla, almeno fino al nostro arrivo in ospedale. Intanto, mio marito ha deciso di seguirci, avendo anche lui sentito le sue urla. Il tempo scorre, e la strada sembra scivolare via come olio. Raggiungiamo l’ospedale nell’arco di mezz’ora, e i medici presenti hanno delle insolite notizie per noi. “Questa ragazza è incinta.” Esordisco, cingendo un braccio attorno alle spalle di mia figlia per aiutarla a camminare. Alle mie parole, i medici non rispondono, pur reagendo fulmineamente. La affido quindi alle loro cure, guardandoli trasportarla in sala parto. Nel frattempo, vengo raggiunta da mio marito Jack, che appare ora preoccupato e visibilmente stanco. “Come sta?” mi chiede, riferendosi a nostra figlia.” “La stanno aiutando.” Rispondo, sorridendo debolmente. Subito dopo, decido di sedermi in sala d’attesa, e Jack sceglie di imitarmi pochi istanti dopo, scivolando assieme a me nel più completo mutismo. Due lunghe ore passano, e un ragazzo siede di fronte a me nella sala d’attesa. Spinta dalla curiosità, lo guardo negli occhi, e lui mi sorride. “Ryan?” lo chiamo, incerta e dubbiosa. “Che cosa ci fai qui?” gli chiedo, letteralmente stranita dalla sua presenza. “La mia ragazza è incinta.” Risponde, sorridendo nuovamente. “Come fai a sapere del parto?” gli chiedo, confusa.” L’ho sentita urlare durante la notte, e ho fatto il suo nome qui in ospedale.” Mi disse, suonando stranamente serio. Guardandolo, notai che sulle sue gambe giaceva uno strano animaletto. Era un adorabile criceto, e i suoi scuri occhietti sprizzavano luce ed energia. “Lui chi è?” chiesi, scegliendo di cambiare argomento di conversazione. “Si chiama Brownie, ed è stato lui a portarvi la mia lettera.” Continuò, sempre utilizzando quel tono calmo e pacato. “Com’è possibile?” azzardai, stranita da quel racconto. “Sono tornato a vivere qui.” Chiarì, facendo spuntare un sorriso sul mio volto. Mi lasciai quindi sfuggire una risata, e mi alzai per abbracciarlo. “Bentornato.” Gli dissi, stringendolo a me. Poco tempo dopo, sentimmo un urlo agghiacciante, ed io ebbi l’occasione di vedere un’infermiera uscire dalla sala parto. “È un maschietto.” Ci disse, regalandoci un sorriso. “Possiamo vederlo?” chiese Ryan, preoccupato per il figlio e per la fidanzata. “Seguitemi.” Disse l’infermiera, facendoci quindi strada verso la sala parto. Quando la raggiungemmo, chiesi a Ryan di restare dietro di me, poiché volevo che la sua presenza in ospedale fosse una sorpresa per Michelle. Ad ogni modo, decisi di entrare in quella stanza, e vedendo mia figlia, la salutai. Mi avvicinai quindi a lei, abbracciandola quasi istintivamente. Michelle accettò quell’abbraccio senza protestare, e lo stesso si sciolse come burro poco tempo dopo. Ebbi quindi la possibilità di prendere in braccio mio nipote, e in quel preciso istante, misi in atto la sorpresa che avevo organizzato. “Ho una sorpresa per te.” Dissi, guardando Michelle negli occhi. “Cosa?” esclamò, incredula. “Voltati.” Le chiesi, scostandomi così che potesse vedere ciò che fino a quel momento nascondevo. “Ryan!” urlò, in preda ad una contentezza mai provata prima. Alcuni secondi passarono, ed io vidi i due ragazzi scambiarsi un bacio che sembrava racchiudere tutti i loro veri sentimenti. Non osai quindi interrompere quel momento, vedendo perfino mio marito versare un’affatto amara lacrime. In quel momento, il nostro morale era alle stelle, ed entrambi ci scambiammo un’occhiata d’intesa. Rimembrammo quindi i tempi in cui eravamo come loro, e guardavamo immobili il loro amore rifiorire. Non ci sembrava vero, ma  la forza del loro amore aveva appena squarciato l’oscurità della nostra vita.
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6 thoughts on “Il buio della vita – CAPITOLO XXIII

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