Il buio della vita – CAPITOLO XI

Mute bugie

Un nuovo giorno sta lentamente avendo inizio, ed io so per certo che non sarà ordinario. Difatti, oggi è il giorno del mio diciassettesimo compleanno. La prima persona a farmi gli auguri è stata Jack, che ha avuto un’idea a mio dire davvero originale. Ieri ha infatti atteso l’arrivo della mezzanotte, per poi accendere il cellulare e inviarmi un messaggio. Personalmente, ho trovato il suo gesto davvero gentile, e per tale ragione, non smetterò mai di ringraziarlo. Difatti, la sua presenza nella mia vita mi rende felice, e spero che la catena di emozioni che mi lega a lui non si spezzi mai. Ad ogni modo, non ho sue notizie sin da quando ho ricevuto il suo messaggio. Tentando di mantenere la calma, ho atteso che mi richiamasse, seppur senza risultati concreti. Il tempo passava, e la mia ansia cresceva, ragion per cui, decisi di fargli visita andando a casa sua. Ero davvero preoccupata, e i suoi genitori notarono la mia ansia non appena mi videro. “Dov’è Jack?” chiesi, in evidente stato di preoccupazione. “È di sopra.” Disse suo padre, scostandosi per lasciarmi entrare. Ringraziandolo, feci qualche passo in avanti, e iniziai a ragionare. La sua camera era alla fine di un ampio corridoio, ragion per cui, non poteva certo essere lì dentro. Confusa, mi guardavo attorno, e dopo poco tempo, un lampo di genio mi illuminò la mente. Nella grande e confortevole casa di Jack c’era soltanto una scala, e la stessa conduceva alla soffitta. Per tale e semplice motivo, decisi di salirla e raggiungere Jack. Lo trovai seduto e immobile in un angolo di quella buia e angusta stanza. Mi avvicinai, e utilizzando una torcia elettrica che raccolsi da terra, illuminai il mio cammino. Fatti pochi passi, vidi finalmente il suo volto, ora stranamente inespressivo. I suoi occhi sembravano letteralmente persi nel vuoto, e ogni mio tentativo di ottenere la sua attenzione falliva miseramente. Poco tempo dopo, puntai la torcia verso il suo viso, scoprendo qualcosa di raccapricciante. Accanto a Jack c’era una bustina di plastica identica a quella che avevo visto anni prima, e nel suo braccio, che portava ancora le cicatrici dovute ad una sua vecchia ferita, era conficcata un vitrea siringa. Sconvolta, lo chiamai per nome più volte, e dopo alcuni tentativi lo vidi voltarsi. “Cosa vuoi?” mi chiese, con voce flebile. “Che stai facendo?” gli chiesi, spaventata e inorridita.” “Niente.” Rispose, con le poche forze che gli rimanevano. Ignorando la sua risposta, passai subito all’azione. “Ti aiuto io.” Gli dissi, sperando che riuscisse a sentirmi. Subito dopo, gli tolsi la siringa dal braccio e la lanciai lontano. Con gli occhi ormai velati di lacrime, continuavo a toccarlo e a parlargli per evitare che perdesse i sensi. Mi tolsi quindi la giacca e la posai sul pavimento, aiutandolo a sdraiarcisi. Avevo fatto quello che potevo, ma guardandolo mi accorsi che ero arrivata tardi. Era ormai privo di conoscenza, ed io compresi di non poter più aiutarlo in alcun modo. Avvilita, mi rialzai da terra, preparandomi a scendere le scale e lasciarmi l’ormai inerme Jack alle spalle. Poco prima che potessi muovermi, sentii una sottilissima voce chiamare il mio nome. Quasi istintivamente, mi voltai di nuovo, scoprendo che Jack era tornato ad essere sé stesso. In quel momento, stavo letteralmente per svenire di paura, ma ignorando tale sensazione, corsi subito ad abbracciarlo. “Che ti è venuto in mente?” gli chiesi, in tono di rimprovero. “Non ne ho idea.” Rispose, facendo inconsapevolmente aumentare la mia rabbia. “Non provarci mai più.” Lo ammonii, stringendolo a me. “Te lo prometto.” Mi disse, rialzandosi in piedi e schiacciando la siringa che era in realtà a pochi metri da lui. Subito dopo, mi prese per mano, e scendemmo assieme le scale. Non appena ci ritrovammo al piano inferiore, Jack mi accompagnò alla porta, salutandomi amichevolmente. Poco dopo, sentii la porta chiudersi alle mie spalle, e provai una sensazione di felicità. Era il mio compleanno, e non avevo ricevuto regali, ma avendo rischiato di perdere il mio ragazzo, aver compiuto quell’atto di eroismo è servito a riempire la mia giornata. Durante il tragitto verso casa, mi interrogai sul mio rapporto con Jack. Era a mio dire idilliaco, poiché avevo appena deciso di perdonarlo per avermi nascosto una muta bugia.

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