Il buio della vita – CAPITOLO VIII

Decisioni e rifiuti

Sei lunghi mesi hanno raggiunto il loro culmine, e un intero anno è ormai volto al termine. Ora come ora, ho sedici anni, e la mia amica Sarah si è trasferita nella mia stessa cittadina, abitando ad un isolato da casa mia. Nonostante la considerevole distanza, riusciamo comunque a vederci e trascorrere del tempo insieme. Sin da quando mi ha conosciuto, Sarah ripete che io le ho letteralmente salvato la vita. Concedendomi del tempo per riflettere, capisco perfettamente il suo punto di vista. Difatti, sono stata l’unica persona che ha scelto di restarle accanto durante la sua permanenza nell’Istituto nel quale era stata rinchiusa assieme a me. “Senza di te non sarei viva.” Dice, sorridendo e stringendomi in fortissimi abbracci. Accettando senza oppormi le sue manifestazioni d’affetto, le sorrido. Io e lei abbiamo la stessa età, e amiamo divertirci l’una al fianco dell’altra. Proprio oggi, mi aveva infatti invitata a casa sua per pranzo, così da poter passare con me il pomeriggio. Ad ogni modo, pur non volendo in alcun modo essere scortese, ho preferito declinare il suo invito, asserendo di non sentirmi affatto bene. Difatti, sin da stamattina, dei forti capogiri, uniti ad un apparente stato febbrile, sembrano debilitarmi. Notando il mio stato di salute, mia madre ha deciso di offrirmi il suo aiuto, consigliandomi di rimanere a letto per qualche tempo. Annuendo, accettai il suo consiglio e raggiunsi la mia stanza. Poco tempo dopo, decisi di uscirne e tornare nel salotto di casa. Subito dopo, tentai di violare la porta di casa, venendo però fermata da mia madre. “Dove credi di andare?” mi chiese, facendo uso del suo talvolta pungente sarcasmo. “Sto meglio, andrò a fare una passeggiata.” Risposi, tentando essere abbastanza convincente da ottenere il suo permesso. Per mia fortuna, mia madre mi lasciò uscire ed io montai sulla mia fedele bici. Mia madre sa bene che amo stare all’aria aperta, e per tale ragione, ho ricevuto in dono una bicicletta per il mio tredicesimo compleanno. Pedalavo lentamente, così da poter ammirare il panorama ed evitare di stancarmi. Dopo alcuni minuti, decisi di fermarmi, poiché le gambe mi facevano davvero male. Avevo appena raggiunto il parco cittadino, e sedevo su una panchina con la ferma intenzione di riposarmi. Il tempo passava, e la mia bici era appoggiata proprio accanto a me. Ero impegnata a guardare il cielo, ora azzurro e contornato da bianche e immacolate nuvole, quando qualcos’altro entrò nel mio campo visivo. Vidi infatti un ragazzo dai capelli castani, i cui occhi azzurri sembravano rapirmi. Guardando meglio, mi accorsi di riuscire a riconoscere quel volto. “Christian?” pensai. “Cosa ci faceva lì?” mi chiesi, andando alla ricerca di una spiegazione logica. Mi persi quindi nei miei pensieri, vedendolo avvicinarsi. Non appena mi vide, Christian mi salutò, ed io potei vedere le sue labbra dischiudersi in un luminoso sorriso. “Come stai?” mi chiese, apparendo stranamente curioso e interessato. “Va tutto bene, ti ringrazio.” Risposi, sorridendo a mia volta. Senza proferire parola, lo guardai negli occhi. Il mio comportamento lo portò a mangiare la foglia, e per tale ragione, si sedette accanto a me, iniziando quindi a parlarmi di sé stesso. “Sono stato dimesso da poco, e ho avuto modo di pensare.” Disse, tacendo subito dopo. Per qualche strana ragione che anche volendo non riuscirei a spiegare, l’ultima parte di quella frase mi incuriosì. “A cosa?” gli chiesi, sperando in tal modo di chiarire i miei dubbi. “A te.” Rispose, trascinando in uno stato di inesorabile confusione mentale. Scivolando nel più completo mutismo, lo guardai senza capire. “So di averti ferito, ma voglio davvero stare con te.” Continuò, sfiorandomi una mano. In quel momento, fui letteralmente pervasa da una strana ed inspiegabile sensazione. Il mio cuore sembrava infatti essere diviso in due. Una parte di me voleva che gli credessi, mentre l’altra mi suggeriva di allontanarlo e rifiutare, decidendo quindi di non credere alle sue parole. Poco tempo dopo, respirai profondamente. In cuor mio, avrei davvero voluto accettare, dandogli così la possibilità di amarmi, ma poco prima che riuscissi a rispondere, un ricordo si fece strada nella mia mente, portandomi a rimembrare quanto accadutomi per causa sua. “Christian, mi dispiace.” Mi limitai a rispondere, alzandomi in piedi e montando sulla mia bici. Subito dopo, iniziai a pedalare, allontanandomi e lasciandolo completamente da solo. Poco tempo dopo, lo sentii imprecare contro di me, pur non potendo distinguere chiaramente le sue parole. Quasi istintivamente, accelerai, iniziando a pedalare ancora più velocemente. Raggiunsi casa mia nel giro di mezz’ora, decidendo quindi di tornare nella mia stanza. Non appena vi entrai, mi sdraiai sul mio letto, afferrando il mio cellulare dalla tasca dei miei jeans. Subito dopo, composi il numero di Sarah. “Ho rivisto Christian.” Le dissi, non appena rispose. “Cosa ti ha detto?” mi chiese, dubbiosa e incuriosita. “Voleva che ci fidanzassimo.” Risposi, in completa e totale sincerità. “Hai accettato?” Continuò, ponendomi una seconda domanda. “No.” Dissi, sospirando.  “Perché?” chiese, ora di nuovo curiosa ma al contempo invadente. “Ho le mie ragioni.” Risposi, salutandola e mettendo quindi fine alla telefonata. Dopo averlo fatto, lasciai il cellulare sul letto, dirigendomi verso la cucina per la cena. Durante il pasto, la mia mente era colma di pensieri, che diminuivano il mio appetito. Mangiai nonostante l’inappetenza, non potendo evitare di dubitare di me stessa. Ad ogni modo, non appena tornai in camera, ripresi in mano il mio telefonino, notando salvata in memoria, una foto mia e di Jack. In quel momento, mi lasciai travolgere e bagnare da un fiume di ricordi. Rimembrai quindi di averla scattata in un assolato pomeriggio primaverile, nello stesso parco che avevo oggi visitato, dove allora avevo passato il pomeriggio con alcuni amici. Quella foto ritraeva me e Jack abbracciati, e dopo averla vista, mi interrogai sui miei sentimenti per lui. Abbandonandomi nuovamente ad un cupo sospiro, spensi il cellulare, nascondendolo sotto al mio cuscino. Poco tempo dopo, decisi di indossare il mio pigiama, e infilarmi sotto le coperte. Non tentai minimamente di oppormi ai richiami del sonno, scivolando in una dimensione onirica dalla quale speravo di non fare ritorno.

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