Il buio della vita – CAPITOLO VI

Lo scorrere del tempo

È l’alba di un nuovo giorno, ma il sole non si vede. È completamente celato alla mia vista poiché ha trovato rifugio dietro ad una coltre di nere nuvole cariche di pioggia. La stessa, inizierà sicuramente a cadere entro poco tempo, mentre io taccio in un silenzio quasi tombale. Ora come ora, sono sdraiata sul mio letto, e sono intenta a fissare il bianco soffitto. Ritrovandomi immersa e naufraga nel mare dei miei stessi pensieri, inizio nuovamente a sentire dolore. Quasi istintivamente, mi alzo in piedi, violando la porta della mia stanza per mettermi alla ricerca dell’infermiera. Altri due lunghi mesi sono volti al termine, e le mie condizioni non sono migliorate, ragion per cui, ho deciso di chiedere il suo parere. Incontrandola nel corridoio, le ho spiegato l’intera situazione nei minimi dettagli. Subito dopo, l’ho seguita nel suo studio senza parlare. Ad ogni modo, mentre camminavo, sentii un suono familiare, al mio udito simile a del vetro che va in pezzi. Arrestando di colpo il suo cammino, l’infermiera posò il suo attento sguardo sul pavimento, notando la presenza di una vitrea siringa ormai rotta. I frammenti di vetro che la componevano erano pericolosamente vicini a dove mi trovavo, motivo per cui dovetti camminare con maggiore attenzione, avendo cura di non staccare gli occhi dal pavimento. “È sicuramente di Ryder.” Disse l’infermiera, facendomi sobbalzare. “Chi è?” chiesi, improvvisamente colta da un’inspiegabile paura. “È uno degli amici di Christian.” Rispose, in maniera calma e distaccata. Alle sue parole, non replicai, decidendo di continuare a camminare. Poco tempo dopo, raggiunsi lo studio della dottoressa, chiedendole informazione sulla salute del mio bambino. Scuotendo il capo, mi disse che non ne sapeva nulla, e che l’unico modo per avere qualunque tipo di notizia era sottopormi ad un ecografia, alla quale, decisi di non sottrarmi. Subito dopo, mi sdraiai su un lettino lì presente, e senza proferire parola, lasciai che la dottoressa svolgesse il suo lavoro. Alcuni minuti passarono, e mi fu chiesto di alzarmi. Mi rimisi in piedi senza un fiato, e attesi. “Mi dispiace.” Esordì la dottoressa a capo chino. “Per cosa?” chiesi, confusa e stranita. “Il bambino non ce l’ha fatta.” Rispose, con espressione mesta. A quella notizia, scoppiai a piangere, e uscii subito dalla stanza. In quel momento, non mi andava di parlare con nessuno, poiché avrei semplicemente voluto addormentarmi e dimenticare ogni cosa. Camminavo nell’ampio corridoio, e i miei singhiozzi riecheggiavano nel silenzio rotto come vetro unicamente dal rumore dei miei passi. Ad ogni modo, mi ritrovai costretta ad arrestare il mio cammino. Avevo chiuso gli occhi per un attimo, e improvvisamente sentii qualcuno stringermi il braccio. Istintivamente, riaprii gli occhi, raggelando dinanzi a ciò che vidi. Due ragazzi stavano cercando di impedirmi di passare, ed entrambi mi stringevano con tutte le loro forze. Avevano una sorta di cicatrice in prossimità del loro occhio, e guardandomi attorno notai che uno di loro aveva in mano una bustina di plastica. Sui loro volti era stampato un malevolo sorriso, ed io non avevo la minima idea del perché mi avessero preso di mira. Poco tempo dopo, per qualche strana ragione, mi sentii svenire, e caddi in terra senza alcuna reazione. Non ricordo molto riguardo a quanto seguì, ma so di essermi risvegliata nella mia stanza. Accanto a me c’era Christian, e aveva un’espressione triste e preoccupata. Il suo disappunto nei confronti degli amici era ora evidente, ed è come se lui stesse in qualche modo cercando lentamente di redimersi. Mentendo a me stessa, continuo a negarlo, eppure credo che io e lui abbiamo molte più cose in comune di quanto crediamo. Al momento non ho certezze, ma so per certo che un giorno assisterò alla fine del mio dolore. Non devo quindi far altro che chiudere gli occhi, respirare a pieni polmoni, e assistere al mero ed infinito scorrere del tempo.

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