Il buio della vita – CAPITOLO V

Sangue e dolore

Tre lunghi e apparentemente infiniti giorni sono appena trascorsi, e il ricordo di quanto accaduto in quella stanza mi tormenta ancora. Le mie notti sono perennemente disturbate da quella rimembranza, e oggi sono spettatrice di una sorta di orribile avvenimento. Sin da stamattina, vengo colta da tremendi attacchi di nausea, a causa dei quali finisco per rimettere sangue. Ora come ora, tento disperatamente di mostrare un comportamento normale e privo di sospetti, ma la farsa che architetto con ingegno e arguzia è destinata a durare ben poco. Difatti, il mio viso pallido e la mia debolezza attirano l’attenzione di un’infermiera, che esaminando i miei sintomi, giunge ad un’inaspettata conclusione. Secondo il suo pensiero, potrei essere incinta. Ha pronunciato quelle parole con una calma ed una compostezza a mio dire mostruose, ed essendo una ragazza di appena quindici anni, stento letteralmente a crederci. Difatti, sapere di portare in grembo un bambino, creatura indifesa e completamente dipendente da una madre, è qualcosa di incredibile. Senza proferire parola, guardai l’infermiera negli occhi, sperando che mi fornisse un qualunque consiglio riguardo all’attuale situazione. “Hai una sola possibilità.” Disse, in tono serio ma pacato. “Quale sarebbe?” chiesi, con voce tremante e ora corrotta dall’indecisione. “Devi avvertire i tuoi genitori.” Rispose, facendomi letteralmente raggelare. “No!” Urlai, senza neanche rendermene conto. Dopo alcuni secondi, riuscii a calmarmi e riacquistare la lucidità ormai persa, spiegando in tutta calma le mie ragioni all’infermiera. Respirai a pieni polmoni, dicendole che non avrei mai potuto farlo, poichè i miei genitori avrebbero sicuramente avuto la peggiore delle reazioni. Guardandomi negli occhi, la dottoressa tentò di confortarmi, dicendomi che presto tutto si sarebbe risolto, e che ogni avvenimento della mia vita avrebbe riacquistato la normalità originaria. Ringraziandola, lasciai che le mie labbra si dischiudessero in un sorriso, decidendo quindi di tornare nella mia stanza. Non appena ne varcai la soglia, aprendo lentamente la porta, lo sguardo di Sarah si posò su di me. I suoi occhi verdi erano ora decisamente penetranti, e sembravano scrutare silenziosamente perfino l’interno della mia giovane anima. Fingendo un disinteresse realmente non nutrito nei suoi confronti, la ignorai, tentando di comportarmi come se nulla fosse accaduto. “Come stai? Va tutto bene?” chiese, dubbiosa. “Si.” Mi limitai a rispondere, potendo sentire il battito del mio cuore accelerare con il timore di venire scoperta. “Ti ho sentita gridare.” Continuò, cogliendomi letteralmente alla sprovvista. In quel momento, abbassai lo sguardo, scivolando nel più completo silenzio. Non sapevo assolutamente cosa dire. Ero consapevole di non poter trovare una valida giustificazione alla mie urla, e come se non bastasse, Sarah sembrava aver capito tutto. Poco tempo dopo, sospirai, decidendo di rompere il mio silenzio. “Devo dirti una cosa.” Esordii, guardandola negli occhi. Alle mie parole, lo sguardo di Sarah sembrò illuminarsi, e pur senza proferire parola, mi incoraggiò a continuare il mio discorso. “Un ragazzo mi ha fatto del male.” Dissi, tacendo subito dopo. “Chi era?” mi chiese, stranamente incuriosita. “Si chiamava Christian.” Risposi, guardandola negli occhi. “Come?” esclamò, con un tono a metà fra sorpresa e spavento. “Lo conosci?” continuai, confusa e preoccupata. “Sono qui da molto più tempo di te perciò sì.” Disse, mantenendo la calma. “Stagli lontana, d’accordo?” continuò, completando il suo discorso con una nostra stretta di mano. “D’accordo.” Risposi, annuendo e afferrando la sua mano. Subito dopo, decisi di allontanarmi da lei unicamente per ammirare il panorama visibile dal vetro della finestra. Il sole splendeva, ma dopo aver parlato con Sarah, sento una sorta di incolmabile vuoto dentro di me. Difatti, anche se la conosco da poco, so di volerle bene, essendo ad ogni modo consapevole di non averle confessato il mio segreto, giacendo nel mio mero e profondo dolore mascherato da un mellifluo sorriso che in sua presenza si dipinge sul mio volto.

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