Il buio della vita – CAPITOLO IX

Certezze e letizia

Il magnifico e dorato sole spunta di nuovo nel cielo, ed io apro lentamente gli occhi alzandomi dal letto. Un nuovo giorno è in procinto di iniziare, e un motivato ottimismo mi pervade. Ad ogni modo, la stagione estiva ha finalmente deciso di farci visita. Per tale ragione, un uccellino è appollaiato sul davanzale della mia finestra. Aprendola lentamente, decido di offrirgli le briciole rimaste dalla mia colazione, che lo stesso becca senza problemi. Subito dopo, richiudo la finestra guardando quel timido uccellino mostrare un attimo di incertezza e poi volare via spiegando le piccole ali. Da mera spettatrice, osservo quello spettacolo per alcuni secondi, scegliendo poi di scendere le scale verso il piano inferiore. Raggiunsi la cucina in pochi minuti, procedendo a dirigermi verso la porta di casa. “Vado da Sarah.” Dissi a mia madre, volendo evitare che si preoccupasse. “Fa attenzione.” Mi ammonisce, sapendo che prenderò la bici. Annuisco continuando a camminare, e una volta raggiunto il giardino, monto in sella alla mia fedele bici. Pedalando per circa una ventina di minuti, raggiungo la casa della mia amica, bussando educatamente alla sua porta. Attendo per alcuni secondi, e mi accorgo che è lei ad aprire. Dopo averlo fatto, mi saluta amichevolmente, ed io la stringo in un abbraccio. “Va tutto bene?” mi chiede, curiosa. “Sì, grazie.” Rispondo, violando l’uscio di casa sua. “Vuoi qualcosa da bere?” continua, notando quanto sono stanca e accaldata. Mantenendo la calma, scuoto il capo declinando la sua offerta. Poco tempo dopo, a Sarah viene un’idea, ed entrambe finiamo sedute sul divano a guardare un film. Entrambe abbiamo gli occhi letteralmente incollati allo schermo, e non ci accorgiamo del tempo che passa. Un’intera ora vola così via dalle nostre vite, proprio come il timido passerotto che ho visto stamattina. In breve, arriva l’ora di pranzo, e la madre di Sarah mi invita a stare da loro. Malgrado la mia iniziale riluttanza, decido di telefonare a mia madre, e ottengo il permesso. Attendendo quindi che il pranzo sia pronto, seguo Sarah fino alla sua stanza, dove io e lei iniziamo a discorrere. “Sembri strana, qualcosa non va?” esordisce, cogliendomi alla sprovvista. “Non è niente.” Dico, tentando invano di depistarla. “A me puoi dirlo.” Continua, infondendomi sicurezza. “Ho ritrovato una vecchia foto, e da allora non riesco a smettere di pensarci. “Che vuoi dire?” chiede, mostrandosi dubbiosa e al contempo genuinamente preoccupata per me. “È una foto mia e del ragazzo di cui ti parlavo.” Dissi, tentando di mantenere la calma. “Intendi Jack?” chiese, confusa.” Sì.” Mi limitai a rispondere, volendo evitare di scendere nei dettagli. “Qual è il problema?” chiese Sarah, dopo una pausa di silenzio. “Credo di essermi innamorata.” Ammisi, sedendo sul suo letto e abbassando lo sguardo. Alle mie parole, Sarah sorrise, ponendomi quindi una domanda che mi tolse il respiro. “Glielo dirai mai?” chiese, facendomi trasalire. “Non potrei mai.” Dissi, provando un profondo senso di paura e vergogna. “Perché?” chiese, apparendo nuovamente preoccupata. “L’ho ferito, e sono certa che prova rancore.” Risposi, in tono serio e pacato.” “Se non provi non lo saprai mai.” Mi disse, regalandomi un sorriso. Alle sue parole, sorrisi a mia volta, stringendola quindi in un abbraccio. Poco tempo dopo, la madre di Sarah aprì la porta della stanza, avvisandoci che il pranzo era ormai pronto. A quella notizia, annuimmo entrambe, ed io seguii Sarah fino alla cucina. Consumai il mio pasto senza proferire parola, e una volta finito, ringraziai i genitori di Sarah e la salutai poco prima di andarmene. Tornai a casa in poco tempo, e lasciai che la mia bici giacesse sul prato del mio giardino. Entrai quindi in casa, e raggiunsi subito la mia stanza. Quando vi entrai, mi lasciai quasi automaticamente cadere sul letto. Il mio cellulare era ancora al suo posto sotto al cuscino, e il display emanava una forte luce. Premendo l’apposito pulsante, scoprii che Sarah mi aveva appena inviato un messaggio. “Ce la farai.” Diceva, fungendo per me da iniezione di sicurezza e autostima. “Grazie.” Le scrissi, decidendo di riporre il cellulare sotto al mio cuscino, lasciandolo accesso e attendendo una sua risposta. La sera calò in fretta, ed io finii per addormentarmi. Il mio telefonino non squillò fino alla mattina dopo. Lo presi in mano non appena mi svegliai, scoprendo la presenza del messaggio che aspettavo. “Ti voglio bene.” Recitava stavolta, riuscendo a strapparmi un sorriso. Ad ogni modo, passai il resto della mattinata a parlare al telefono con Sarah, impiegando il pomeriggio in tutt’altro modo. Difatti, decisi di tornare al parco, con la ferma e decisa intenzione di fare una corsa. Amavo il calore del sole, e sapevo che correre mi avrebbe aiutato a rilassarmi e liberare la mente. Correvo senza una meta, sentendo il distinto e piacevole profumo dei fiori. Ad ogni modo, mantenevo un ritmo sostenuto e regolare, pur non notando la presenza di un rametto nel prato, dove inciampai cadendo in terra. Tentando di ignorare il dolore derivante dalla mia caduta, provai a rialzarmi, riuscendoci dopo un singolo tentativo. Subito dopo, zoppicai fino ad una panchina, sedendomi per riposare. Rimanevo ferma, e osservavo la natura attorno a me. Ammiravo il volo di un uccello, e improvvisamente scorsi la figura di un ragazzo. Aveva gli occhi castani, e i capelli neri come i miei. Una ferrea ma sobria catenina gli impreziosiva il collo, e un piercing al labbro accentuava la sua bellezza. Quasi istintivamente, abbassai lo sguardo, fissandolo sul mio cellulare. Per una mera e semplice distrazione, premetti il tasto errato, e quella foto comparve sullo schermo. La guardai per alcuni secondi, alzando quindi lo sguardo. In quel preciso istante, rividi il volto di quel ragazzo, e notai un’incredibile somiglianza con quella nella foto. Rimasi a guardarlo quasi incantata, e non osai proferire parola. Poco tempo dopo, lo vidi avvicinarsi, sentendolo chiamare il mio nome. “Valerie?” esordì, dubbioso e confuso almeno quanto me. “Jack, sei proprio tu?” chiesi, ancora in preda alla confusione. “Sei cambiata.” Mi disse, sedendosi al mio fianco. Quasi istintivamente, sorrisi, regalandogli un luminoso sorriso. “Anche tu.” Gli dissi, lasciando sfuggire un secondo sorriso. “Come stai?” gli chiesi, mostrando il mio lato gentile e cortese. “Sto bene, e devo parlarti.” Rispose, suscitando la mia curiosità. Mantenendo il silenzio, annuii per invitarlo a continuare il suo discorso, e lo vidi mordersi un labbro in preda al nervosismo e all’indecisione. “Da quando sei andata via da scuola, non ho fatto altro che pensarti, e ho capito una cosa.” Disse, tacendo a causa del fiume di emozioni che ora lo travolgeva. “Che cosa?” chiesi, sperando che perdonasse la mia ignoranza. “In tutto questo tempo mi sei mancata, ed io ho capito di amarti.” Rispose, togliendomi letteralmente il respiro per la contentezza. In quel momento, ero così felice da non riuscire a parlare. Le parole continuavano a bloccarmisi in gola, e sentivo di avere la lingua impastata. Tentai quindi di respirare e calmarmi, ma ciò che successe dopo mi impedì di farlo. Nello spazio di un momento, le nostre labbra si unirono, ed io provai la miglior sensazione della mia vita. Il nostro primo bacio sembrava essere infinito, ed io non potevo chiedere di meglio, sentendo le mani di Jack sfiorare candidamente le mie, che ora tremavano come non mai. Dopo aver guardato Jack negli occhi per un tempo che le mie emozioni mi impedirono di definire, mi rialzai da quella panchina, con la ferma intenzione di tornare a casa. “Non andartene.” Mi pregò, prendendomi per mano. Quasi colpita da quella richiesta, mi sedetti nuovamente, passando quindi il resto del mio tempo con lui. Ammiravamo in silenzio la flora che ci circondava, ed io vidi Jack aver cura di nutrire un affamato piccione con delle briciole di pane. In breve tempo, il cielo si scurì, e la sera calò inesorabile. In quel momento, mi rimisi in piedi, lasciando che Jack mi riaccompagnasse a casa. Data la situazione, lo scorrere del tempo non mi toccava, e sapevo che ogni passo mi avrebbe avvicinato a casa. Quando finalmente arrivai, lo salutai amichevolmente. “Ti va di rivederci?” chiesi, spinta dalla curiosità. “Certo!” rispose, accettando di buon grado. “A proposito, abito qui accanto.” Aggiunse, sorridendo e avviandosi verso casa sua. In quel preciso istante, entrai in casa e mi richiusi la porta alle spalle. Mi diressi subito verso la mia stanza. Durante il tragitto, incontrai mia madre. “Come mai così felice?” “Mi sono divertita.” Mentii, con ancora un luminoso sorriso sul volto. Ad ogni modo, raggiunsi la mia stanza, e presi subito il cellulare, componendo il numero di Sarah. “Come va?” mi chiese, non appena ricevette la mia chiamata.” “Avevi ragione.” Le dissi. “Ci siamo incontrati e mi ha baciata. “Continuai, non riuscendo a nascondere la mia euforia.” “È ufficiale?” mi chiese, con una vena di curiosità nella voce.” “Sì.” Risposi, ormai fuori di me dalla gioia. “Sono felice per te.” Mi disse, salutandomi e decretando la fine di quella telefonata. Subito dopo, lasciai andare il cellulare, posandolo sul letto. Infilai quindi il pigiama, addormentandomi guardando quella bellissima foto.

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