Il buio della vita – CAPITOLO IV

Di male in peggio

Sono ormai prigioniera da circa un mese, e mi sono svegliata alle prime luci dell’alba. Quello odierno, sembrava essere un giorno uguale agli altri, ma per qualche strana ragione, credo che non lo sarà affatto. Sin da quando ho messo piede in questo Istituto, mi sento davvero meglio. Difatti, sin da allora non ho più fatto male a nessuno, e neanche a me stessa. Ad ogni modo, c’è qualcosa nel comportamento di Sarah, che mi turba non poco. È infatti molto nervosa, e non fa altro che camminare per la stanza, in un confuso e continuo andirivieni. Non ha alcuna voglia di parlare, e si rivolge a me esclusivamente attraverso l’uso di monosillabi. Inoltre, sembra essere costantemente spaventata da qualcosa. “Hai sentito anche tu?” mi chiede, iniziando a tremare. “Sentito cosa?” le chiedo, con aria interrogativa. “Quel rumore.” Risponde, guardandomi con occhi pieni di terrore. Confusa, la guardo senza capire. Poco tempo dopo, mi guardo intorno, e un improvviso rumore spezza la mia concentrazione. Sento il suono di una porta che cigola e si chiude venendo violentemente sbattuta. Spostando nuovamente il mio sguardo su Sarah, noto che è davvero spaventata. “Non è niente, ora torna a letto. Le dico, sperando di aiutarla a calmarsi. Alcune ore passano, e nessuna di noi due riesce a dormire. Io continuo a pensare a Jack, e lei è ancora tormentata dal suo nervosismo. Il tempo scorre, ed io sto per addormentarmi, ma un insolito rumore metallico mi distrae. Ora come ora, la stanza è troppo buia perché io riesca a vedere ciò che mi circonda, ma aguzzando la vista, continuo a guardarmi attorno, notando la presenza di un oggetto che sembra brillare nel buio. Scendendo dal letto, decido di provare a raccoglierlo, incontrando una sorta di invincibile resistenza. La luce della luna fa capolino fra le nuvole, illuminando debolmente la stanza. Con il passare dei minuti, i miei occhi si sono abituati all’oscurità, al punto tale che ora riesco a vedere chiaramente. Proprio in quel momento, incrocio lo sguardo di Sarah. “Che stai facendo?” le chiedo, quasi rimproverandola. “Voglio andarmene.” Risponde, con un tono mestamente corrotto dalla paura e da un inspiegabile dolore. Guardandola, noto che si è procurata delle ferite al collo, e che fatica a respirare. In quel preciso istante, la mia prima reazione è quella di afferrarle il polso e auscultare il suo battito cardiaco. Agendo quindi d’istinto, decido di avvicinarmi al mio letto, strappando leggermente il lenzuolo, così da usarlo come benda per le ferite di Sarah. Dopo averla medicata, le chiedo di sdraiarsi, offrendole quindi dell’acqua da una bottiglia posta all’interno del mio zainetto. Il sangue scivola lentamente sul suo corpo, macchiandole i vestiti e raggrumandosi anche sul pavimento. Poco tempo dopo, scoprii che teneva in mano un paio di affilate forbici. “Dammele.” Le dissi, tendendo la mano. “Non posso.” Rispose, con fare timoroso. “Dammi le forbici. Ripetei, in tono serio. Alle mie parole, Sarah non rispose, decidendo di arrendersi e lasciando che fossi io a prendere in mano le forbici. Subito dopo, mi avvicinai alla finestra, e le lasciai cadere su un cumulo di soffice e verde erba. Sdraiandomi sul mio letto, sperai di addormentarmi ignorando l’odore del sangue di Sarah, ancora presente nella stanza. Mi svegliai la mattina dopo, trovando la mia amica timidamente rannicchiata in un angolo. “Che cos’hai?” le chiesi, preoccupata. “Ho paura.” Rispose, con voce tremante. “Va tutto bene.” Le dissi, mostrandole un sorriso e guardandola negli occhi. “Chiama l’infermiera.” Mi pregò, mentre potevo vedere il suo giovane corpo venire scosso da un tremito. Senza proferire parola, annuii, lasciando quindi la stanza. Subito dopo, decisi di avventurarmi nel cupo e lugubre corridoio, unicamente per fare ciò che mi era stato chiesto. Durante il mio cammino, notai una porta socchiusa, dalla quale filtrava un debole fascio di luce. Sapevo bene di doverne stare alla larga, ma per qualche strana ragione, il mio istinto mi fece da guida, inducendomi ad entrare. Muovendomi quindi verso la porta stessa, decido di aprirla, sopportando senza un lamento il cigolio che ne deriva. Guardandomi attorno, noto che proprio davanti a me c’è un ragazzo, che non sembra tuttavia essere al massimo della forma. Cammina infatti barcollando, e biascica parole prive di senso. Impietrita dalla paura, lo guardo negli occhi, e noto che si sta lentamente avvicinando a me. Fatti pochi passi, mi stringe le mani, e mi trascina all’interno della stanza. Ancora impaurita e incapace di reagire, non muovo un muscolo, limitandomi a fissare lo sguardo sul pavimento, ora lercio e ricoperto di sudiciume. Ad ogni modo, un altro particolare mi colpisce come un pugile farebbe con l’avversario. Sul pavimento giace quella che scopro essere una vitrea siringa usata. Alla mera ricerca di rifugio e conforto, inizio ad indietreggiare, trovandomi letteralmente con le spalle contro il muro. La mia paura cresce, e il mio battito cardiaco accelera. Ora come ora, non posso fare altro che mantenere il silenzio e pregare perché questa sorta di incubo nel quale mi trovo finisca presto. Alcuni preziosi minuti svaniscono come nebbia dalla mia vita, ed io ho il solo tempo di udire il suono del mio ora affannoso respiro unito a quello dei miei vestiti che vengono strappati. La mia maglietta è ora ridotta a brandelli, e giace ai miei piedi. Lo stessa sorte tocca ai miei jeans, che riportano un orribile squarcio. Istintivamente, inizio a piangere e pregare, dibattendomi per liberarmi dalla ferrea presa che quel ragazzo sta ora esercitando su di me. È questione di un mero attimo, ed io mi ritrovo schiacciata contro il muro di quella sudicia stanza. Non sento altro che dolore, e lo stesso mi porta ad urlare. Un urlo lancinante disturba la quiete che regna intorno a me, ed io riesco perfino a sentirne l’eco. Chiudo quindi gli occhi, nella mera e forse vana speranza di estraniarmi da quanto sta accadendo. Un improvviso dolore al ventre mi toglie il respiro, e riaprendo gli occhi, raccolgo il mio coraggio, guardando quindi in faccia colui che ho di fronte. Non osa staccare gli occhi da me, ed è evidentemente certo della mia sofferenza. Ad ogni modo, sembra ricavare piacere dalla stessa, ed è come se le mie urla lo esortassero a continuare. Soffro quindi in silenzio, e il mio calvario sembra non avere fine. I minuti sembrano ore, e dopo un tempo che mi pare interminabile, vedo che la porta si apre. Un’infermiera la varca, afferrando il mio aggressore per le spalle e costringendolo a lasciarmi andare. Non appena riesco a liberarmi dalla sua presa, decido di ringraziare l’infermiera. “Ho fatto solo il mio dovere, ora Christian non ti disturberà mai più.” Dice, guardando negli occhi quel ragazzo dallo sguardo vitreo e perso nel vuoto più totale. “Torna dalla tua amica.” Aggiunge, regalandomi un sorriso. Accettando il suo consiglio, decido di uscire subito da quella stanza, luogo dove le mie sofferenze hanno avuto tragicamente inizio. Subito dopo, torno da Sarah, che alla mia vista appare sconvolta. “Che ti è successo?” chiede, dubbiosa e sconcertata.” “Non voglio parlarne.” Rispondo, risultando realmente troppo scossa e provata per farlo. In breve tempo, cala la sera, ed entrambe decidiamo di provare a dormire. Mantengo un religioso silenzio, ma il mio sonno è disturbato dal ricordo di quanto ho subito. Ad ogni modo, decido saggiamente di ingoiare il rospo ed evitare di parlarne con Sarah, la quale dorme profondamente, e sembra essere prigioniera di un invisibile mondo onirico. Per me si profila una lunga notte insonne, passata a riflettere e sperare in un avvenire migliore, mentre la paura si annida nel mio animo.

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