Il buio della vita – CAPITOLO III

Chiusa in gabbia

Sono appena trascorse due settimane dal giorno della mia disavventura in ospedale, e finalmente sono stata dimessa, ottenendo quindi il permesso di tornare a casa. La mia routine giornaliera sembra ripetersi, ad eccezione delle mie mansioni scolastiche. Difatti, appena qualche giorno fa, mia madre ha ricevuto una telefonata dal preside della mia scuola, che le ha confermato la mia immediata e repentina espulsione. Il mio gesto è stato agli occhi di tutti selvaggio e riprovevole, e non credo che verrò mai perdonata per ciò che ho fatto. Ora come ora, non esiste a questo mondo un giorno che io non passi a pensare ai miei compagni, in particolar modo a Jack, che molto probabilmente ora serba non poco rancore nei miei riguardi. Ad ogni modo, quella odierna è una nuova giornata, e il sole splende nel cielo, anche se tale situazione non sembra modificare il mio umore neanche di una misera virgola. Secondo mia madre, oggi è il giorno designato per visitare la struttura consigliatami dai medici. Lei stessa, dice che sarà esclusivamente per il mio bene, e che tale esperienza si tradurrà in un grande vantaggio. Per qualche strana ragione, non riesco minimamente a condividere il suo entusiasmo, ai miei occhi vagamente mellifluo. Nel mero tentativo di nascondere il mio disappunto a riguardo, ho deciso di fare buon viso a cattivo gioco, salendo subito in macchina e attendendo che mia madre desse inizio al viaggio, che durò per circa due ore. Non appena scesi dall’auto, mi ritrovai davanti a quest’immensa struttura completamente intonacata di bianco. L’interno sembrava anche peggiore. I muri erano di un color grigio fumo, e le porte erano di duro e solido legno. Mentre camminavamo per i corridoi di questo lugubre Istituto, una donna ci fermò, e dopo essersi presentata a mia madre come la proprietaria, mi prese per mano, conducendomi in uno grande stanza con solo due letti. Guardandomi, disse che avrei potuto sceglierne solo uno, e che presto avrei conosciuto la mia compagna di stanza. Incrociando il suo sguardo, mi limitai ad annuire senza proferire parola, e fu una questione di minuti prima che incontrassi la ragazza con la quale avrei condiviso la stanza. Era poco più alta di me, bionda e con gli occhi verdi. “Sono Sarah.” Disse, tendendomi la mano in segno di amicizia. “Io Valerie.” Risposi, regalandole un sorriso. Con una vena di riluttanza nei movimenti, le afferrai la mano, stringendola educatamente. Poco dopo, mi sedetti sul letto, abbandonandomi ad un cupo sospiro. “Come mai sei qui?” chiese Sarah, con un tono che lasciava trasparire la sua curiosità. “Ho ferito un mio compagno di classe.” Risposi, con espressione mesta. “Tu che mi dici?” chiesi, rigirandole la domanda. “Ho tentato di uccidermi.” Disse, abbassando lo sguardo. “Cosa?” esclamai, incredula. “È la verità.” Tardò a rispondere, nel mero tentativo di ricacciare indietro delle lacrime che potei per una frazione di secondo vedere chiaramente. “Capisco se non ti va di parlarne.” Dissi, avvicinandomi e tentando di consolarla. “Non è colpa tua.” Rispose, tirando su col naso. Provando istintivamente pena per lei, presi da terra il mio zainetto, e ne estrassi dei fazzoletti, porgendogliene uno. Accettando la mia offerta, Sarah si asciugò le lacrime, ringraziandomi subito dopo. Ad ogni modo, passai il resto della giornata a parlare con lei. Capendo di poterla ritenere un’amica e fidarmi, la misi al corrente dei miei frequenti e talvolta incontrollati sbalzi d’umore, e lei fece lo stesso riguardo ai suoi tentativi di porre fine alla sua vita. Ora come ora, una parte di me si sente molto più rilassata, poiché so di aver appena trovato una nuova amica, ma un’altra, al contrario, si sente irrimediabilmente chiusa e segregata in un’impenetrabile e immaginaria gabbia, dalla quale non credo di poter mai riuscire a scappare, pur desiderando la mia fuga con ogni singola fibra del mio giovane corpo.

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