Il buio della vita – CAPITOLO II

Il mio risveglio

Alcune ore sono ormai passate, e lentamente riprendo i sensi. Sento che qualcuno chiama con insistenza il mio nome, e riaprendo gli occhi, incrocio il preoccupato sguardo di mia nonna. Non fa altro che scuotermi e parlarmi, pregando che io non svenga di nuovo. Prendendole la mano, mi rialzai da terra, dirigendomi quindi verso la porta della stanza, ora ermeticamente chiusa. Fu questione di un singolo attimo, e mia nonna notò le mie profonde ferite, miracolosamente cicatrizzate. Senza volere, mi strinse forte un braccio facendo sì che una delle stesse ricominciasse a sanguinare. Allarmata, decise di condurmi nel bagno di casa, e curarmi subito bendandomi il braccio, e fermando così la perdita di sangue. Dopo alcune ore, fui costretta a cambiare la benda, e mia nonna si affrettò a chiamare i miei genitori. Non appena ottenne una loro risposta, chiese espressamente che venissi portata in ospedale. Avevo infatti ricominciato a sanguinare, e mi sentivo davvero stanchissima. Dati i miei sintomi, sapevo che mancava poco ad un nuovo svenimento, ragion per cui decisi di sedermi sul divano di casa, dal quale non mi mossi fino all’arrivo di mia madre. “Sali in macchina.” Disse, non appena mi vide. Senza proferire parola, obbedii, violando l’uscio di casa. Subito dopo, attesi in silenzio che mia madre accendesse il motore dell’auto. Quando finalmente lo fece, partimmo alla volta del più vicino ospedale. Raggiungemmo la nostra destinazione nell’arco di mezz’ora, e non appena videro le mie ferite, i medici mi visitarono senza esitazione. Mi ritrovai quindi in una stanza d’ospedale, senza possibilità di muovermi. Ero troppo debole per farlo, e dopo alcuni tentativi, desistetti, addormentandomi profondamente. Mi svegliai dopo alcune ore, trovando accanto a me una giovane ed esperta infermiera. “Ti sei svegliata!” esclamò, felice di vedermi. “Cosa mi è successo?” chiesi, ancora frastornata dal dolore. “Sei svenuta, e i tuoi genitori ti hanno portata qui.” Disse, facendo sparire ogni mio dubbio.” “Che hai fatto alle braccia?” chiese subito dopo, con un tono di voce evidentemente corrotto dalla preoccupazione. Per mera sfortuna della dottoressa, quel suo interrogativo non trovò risposta, poiché io non ebbi il coraggio di parlare. Poco tempo dopo, un secondo medico fece il suo ingresso nella stanza, e quasi ebbe paura nel vedermi. Guardandolo, mi chiesi il perché di tale reazione, rimanendo allibita dalle parole che pronunciò. Disse che avevo passato davvero un brutto quarto d’ora, e che durante il mio sonno mi agitavo e farfugliavo parole e frasi incomprensibili. Da quel momento in poi, iniziai a sentirmi sempre peggio, e il mio umore finì per crollare come un fragile castello di carte non appena ascoltai il parere dell’infermiera. “Non ha altra scelta se non l’Istituto.” Disse, facendomi raggelare. “Che volete dire?” chiesi, con la massima educazione. “Lo capirai presto.” Rispose, mostrando un malevolo e malizioso sorriso. Subito dopo, uno dei medici uscì dalla stanza e andò in cerca di mia madre, trovandola seduta in sala d’attesa. La porta era rimasta socchiusa, e alzandomi lentamente dal letto, riuscii a carpire alcuni dettagli presenti nei loro discorsi. Mia madre rimaneva muta come un pesce, e si limitava esclusivamente ad annuire, poiché troppo occupata ad ascoltare le parole del dottore. Lo stesso, menzionò più volte il già citato Istituto, ed io, che ero lentamente divenuta preda della mia stessa e profonda paura, barcollai all’indietro, rischiando di cadere. In quel preciso istante, iniziai a temere per la mia incolumità. Tutto stava accadendo troppo in fretta, e non avevo la minima idea di cosa avessero voluto farmi. La mia immaginazione galoppava come un destriero selvaggio, e mantenendo il silenzio, temetti il peggio. Non sapevo nulla riguardo al giorno seguente, che sarebbe spuntato come un fiore fra l’erba, ma riflettendo, giunsi ad una conclusione. Qualcosa in me e nella mia vita sarebbe sicuramente cambiato, ed io avrei scoperto tutto al mio prossimo risveglio.

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