Il buio della vita – CAPITOLO I

Primordi di me stessa

Una ragazza tranquilla, e apparentemente infaticabile. Due occhi color nocciola, e un luminoso viso contornato da dei lunghi capelli neri. Il mio nome è Valerie, e sono nata in una città densamente popolata del Texas. Potevo tranquillamente affermare di condurre una vita piacevole e rilassata, almeno fino al giorno in cui tutto è cambiato, ovvero oggi. Difatti, quella odierna sembrava essere una giornata completamente normale, ed io sedevo nel mio banco di scuola, mantenendo un religioso silenzio. I minuti scorrevano, e tutto sembrava andar bene, fino a che Jack, il mio compagno di classe, non ha iniziato a prendermi in giro, facendomi letteralmente perdere le staffe. L’ora di arte stava per terminare, ed io mi stavo dando da fare per terminare il disegno che avevo iniziato. Oltre a disegnare con l’aiuto dei miei più basilari strumenti, ritagliavo delle strisce di cartoncino che incollavo subito dopo, quasi a volere che le stesse facessero da cornice al mio capolavoro. Tentavo in tutti i modi di ignorare le parole di Jack, ma ci riuscii solo per poco. Non faceva altro che insultarmi, ma ad ogni modo cercavo di respirare con l’unico scopo di calmarmi, seppur con scarsi risultati. Mi sentivo infatti sempre più nervosa, e sapevo che prima o poi qualcosa in me sarebbe scattato, e che le cose avrebbero sicuramente preso una brutta piega. Dopo alcuni minuti, Jack si alzò dal suo posto, raggiungendo il mio banco unicamente per continuare a prendermi in giro. “Smettila.” Gli dicevo, tentando di mantenere la calma. I miei amici mi conoscono bene, e sanno che sin da quando ero una bambina, ho sempre avuto non pochi problemi a controllare le mie emozioni. Per tale e semplice motivo, in alcuni casi le stesse hanno la meglio su di me, e mi rendono completamente cieca e incapace di rispondere delle mie azioni. Difatti, è come se cadessi in una sorta di orribile trance, dalla quale riesco a riprendermi solo dopo aver ritrovato la calma. Ad ogni modo, per qualche strana ragione, le mie parole non avevano alcun significato per lui. Mi ignorava completamente, e non sembrava voler smettere. “Basta.” Ripetevo, sentendo una giusta rabbia crescermi dentro. Ancora una volta, venni ignorata, e proprio in quel momento, capii di non poter più sopportare quanto stava accadendo. Lasciando quindi che la mia rabbia si trasformasse in ira cieca, presi in mano le forbici, e le conficcai letteralmente nel braccio di Jack, che si ritrasse subito urlando e contorcendosi per il dolore. Nel fare ciò, chiusi gli occhi, e quando li riaprii, vidi una profonda ferita aprirsi, e del rosso sangue sgorgare, macchiando alcuni bianchi fogli da disegno. A quel punto, tutti i compagni volsero i loro esterrefatti e increduli sguardi su di me. La paura era ora padrona dei loro animi, e nessuno di loro riusciva a credere a ciò che stava accadendo. Subito dopo, vidi una delle mie amiche correre fuori dall’aula, con la ferma e precisa intenzione di avvisare la nostra insegnante dell’accaduto. Quando la professoressa entrò in classe, Jack aveva il braccio bendato da alcuni fazzoletti, sui quali veniva premuto del ghiaccio. “Che è successo?” chiese, allibita. “È stata Valerie.” Dissero i miei compagni, additandomi. In quel preciso istante, tornai ad essere me stessa, e la mia prima reazione fu quella di fuggire, per poi rifugiarmi nei bagni della scuola. Non appena vi entrai, decisi di lavarmi le mani per ripulirle dal sangue, sciacquandomi anche il viso. Fu questione di un attimo, e quando mi voltai, vidi la mia insegnante fissarmi con occhi ora carichi di odio. “Johnson!” urlò, sputando il mio cognome. Voltandomi di scatto nella sua direzione, iniziai inconsciamente a tremare, rimanendo perfettamente immobile anche quando mi costrinse a seguirla, conducendomi nell’ufficio del preside Foster. “Buongiorno, signorina.” Disse, guardandomi negli occhi. “Cosa la porta nel mio ufficio?” chiese, dubbioso. “Ha ferito uno studente.” Disse la signora Castle, facendo le mie veci. A quelle parole, il preside sussultò, non riuscendo a credere a ciò che aveva appena sentito. Subito dopo, spostò il suo incredulo sguardo su di me, pronunciando una frase che mi fece letteralmente gelare il sangue nelle vene. “Sarà sospesa.” Disse, facendomi letteralmente sprofondare in una spirale di vergogna. Tentando subito di difendermi, dissi che ero stata provocata, e che era tutta colpa di Jack, ma non venni creduta. Comprendendo quindi di non avere voce in capitolo, decisi di tacere, per poi seguire la professoressa fino alla mia aula. Non appena vi entrai, tornai subito ad occupare il mio posto. Mi guardai intorno, e non vidi nient’altro che gelidi sguardi scrutare perfino l’interno della mia anima. Poco dopo, posai il mio sguardo sulla signorina Castle, ora impegnata in una conversazione telefonica. Senza volere, rimasi in ascolto, sentendola pronunciare il nome dei miei genitori. Quasi istintivamente, mi alzai in piedi e decisi di avvicinarmi, per poi scoprire che aveva appena finito di informare la mia famiglia circa quanto era appena accaduto. “Raccogli le tue cose.” Disse, spegnendo il cellulare. Senza proferire parola, mi limitai ad annuire, scegliendo di fare ciò che mi era stato chiesto. Rimisi ognuno dei miei libri all’interno del mio zaino, portandolo quindi in spalla. Seguendo a occhi bassi la mia insegnante, raggiunsi la porta dell’aula, ora aperta per consentire la mia uscita. Non appena mi vide uscire dalla classe, la signorina Castle richiuse la porta, ed io vidi mia madre in piedi al centro del corridoio scolastico. Mi avvicinai lentamente a lei, e non dissi una parola, limitandomi a seguirla e salire in auto. Il mio mutismo si protrasse per l’intera durata del viaggio. Ad ogni modo, per qualche ragione a me ignota, mi sentivo sollevata. Difatti, credevo che mia madre mi avrebbe riportata a casa, ma guardando fuori dal finestrino, mi accorsi di sbagliarmi. Difatti, mia madre mi aveva appena accompagnata a casa di mia nonna. Sin da quando ero una bambina, ho sempre amato averla accanto e stare con lei, ragion per cui, scesi dall’auto e bussai alla porta, venendo accolta da entrambi i miei nonni. Non appena mi videro, mi abbracciarono, ed io accettai quella dimostrazione d’affetto senza oppormi. La porta di casa era ancora aperta, e quando mi voltai per chiuderla, vidi che l’auto di mia madre era sparita. Guardandomi intorno, conclusi che aveva deciso di portarmi a casa di mia nonna così che qualcuno potesse prendersi cura di me mentre lei e mio padre sbrigavano delle commissioni. Il tempo scorreva, e l’ora di pranzo arrivò senza farsi attendere. Consumai il mio pasto senza parlare, fino a quando mia nonna non mi fece una domanda. “Com’è andata a scuola?” chiese, dubbiosa. Ricordando improvvisamente quanto era accaduto, non risposi, volendo semplicemente evitare che si preoccupasse. Non appena finii di pranzare, mi ritirai nella stanza degli ospiti, camera quasi in disuso, che secondo i miei nonni potevo occupare senza problemi. Mi sdraiai sul comodo letto lì presente, per poi addormentarmi dopo pochi minuti. Ad ogni modo, fui costretta a svegliarmi dopo poco tempo, poiché una sorta di incubo mi impediva di dormire. Il ricordo legato alla ferita di Jack continuava a tornarmi in mente, e ogni volta mi svegliavo in preda alla paura e al tremore. Malgrado la mia rabbia a riguardo, non riuscivo in alcun modo a perdonare il mio gesto. Tentai quindi di tenermi occupata così da non pensarci, ma per mia sfortuna, anche questo mio tentativo si rivelò vano. Continuai quindi a rimproverarmi del mio gesto, pur sapendo di non poter ormai fare nulla. Il mio dolore cresceva come una robusta quercia, e poco tempo dopo, decisi di non riuscire più a sopportarlo. Per tale ragione, compii la peggiore delle azioni. Mi diressi nel bagno di casa, e lì trovai un piccolo rasoio, che utilizzai per provocarmi dei tagli e delle ferite su entrambe le braccia. Per qualche strana ragione, vedere il mio sangue sgorgare mi rilassava, e non tentavo di fermarne la perdita. Ad ogni modo, dopo un tempo che tuttavia non riuscii a definire, finii per sanguinare copiosamente, e svenire subito dopo. Non ricordo molto riguardo a tale avvenimento, salvo l’aver battuto la testa e aver sentito un forte dolore. Rimasi quindi ferma in quella posizione, inerme sul freddo pavimento di quella stanza, con una pozza del mio stesso sangue accanto a me. Ero ormai incosciente, e non riuscivo a muovermi. La solitudine era la mia unica compagnia, e non mi restava altro da fare che pensare alla mia famiglia e ai primordi di me stessa.

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