Destino regale – CAPITOLO XVIII

Un cambiamento inaspettato

È notte fonda, e per qualche strana ragione, non riesco a dormire. So di essere stanchissima, ma il mio sonno è disturbato. Fuori dalla mia finestra la pioggia cade, e un temporale ha appena avuto inizio. Continuo a rigirarmi nel mio letto, nella mera speranza di addormentarmi, ma senza successo. Dopo ore di tentativi, riesco a chiudere gli occhi e dormire, pur essendo costretta a svegliarmi nuovamente. Da qualche tempo a questa parte, un sogno ricorrente sembra tormentarmi. Non vedo altro che fiamme, e non sento altro che urla. Ripenso senza volere alla mia vecchia casa, ormai rasa al suolo da un devastante incendio tempo addietro. Nulla potrà mai riportarla indietro, e tale consapevolezza mi avvilisce enormemente. Le lunghe ore notturne non sembrano aver fine, e il cielo notturno appare sconfinate. Ad ogni modo, dopo un tempo che mi pare interminabile, le tenebre vengono sconfitte dall’aurora, che si fa lentamente largo nel cielo stesso, ora azzurro e non più cupo. L’incubo che ho fatto mi ha tenuta sveglia per l’intera notte, ragion per cui, stamani non ho una bella cera. “Qualcosa non va?” chiede Georgia nel vedermi. “Ho solo dormito poco.” Rispondo, nel tentativo di dissuaderla dal porre ulteriori domande. “Ti manca, non è vero?” dice, notando la mesta espressione dipinta sul mio volto. In quel momento, un orribile ricordo mi attraversa la mente. Rivedo la mia vera madre, che con il solo sguardo, ha la ferma e precisa intenzione di dirmi addio per sempre. “Come fai a saperlo?” continuo, alterandomi di colpo. “Siamo sorelle.” Risponde, mantenendo una calma a mio dire mostruosa. “Hai ragione.” Ammisi, abbassando lo sguardo. Subito dopo, le diedi le spalle, e iniziai ad allontanarmi lentamente da lei. “Aspetta!” mi prega, afferrandomi il polso. Voltandomi di scatto, torno a guardarla negli occhi, e noto che stringe i pugni. Confusa, la guardo senza capire. Alcuni secondi passano, ed io la vedo aprire una mano. Con mia grande sorpresa, scopro che nascondeva il rubino mancante del mio bracciale. Lei me lo porse, ed io lo presi delicatamente. “Dove l’hai trovato?” chiedo, di nuovo in preda alla confusione. “Me l’ha portato Lucas.” Rispose, in completa sincerità. “Gli ho spiegato quanto fosse importante, e ha deciso di aiutarti.” Continuò, mostrando stavolta un debole sorriso e poggiandomi una mano sulla spalla. “Ti capisco.” Disse, sospirando e divenendo improvvisamente enigmatica. Alle sue parole, non risposi, limitandomi ad abbassare lo sguardo e dirigermi verso la mia stanza. La porta è socchiusa, e vi entro spingendola dolcemente. Mi lascio quindi cadere sul letto, lasciando che un fiume di pensieri si faccia lentamente largo nella mia mente. Quell’orribile visione si manifesta nuovamente, e mi trovo costretta a scuotere la testa per scacciarli. Nel mero tentativo di risollevarmi, decido di raggiungere Jesse, che è ora impegnato a tenere in braccio nostra figlia. Alla mia vista, lascia che io la prenda in braccio, iniziando quindi a coccolarla. Le solletico il pancino, sentendola ridere di gusto. Poco tempo dopo, le mostro il suo sonaglio, giocando quindi con lei per alcuni minuti. Vedendola sbadigliare, decido che è per lei arrivato il momento di andare a dormire, ragion per cui, la porto subito nella sua culla, dove la vedo addormentarsi poco tempo dopo. Tornando quindi nella sala del trono, dove Jesse mi aspetta, decido di voler passare del tempo con lui. Mi avvicino lentamente, e mi lascio andare ad un sospiro di tristezza. “Che cos’hai?” chiede, preoccupato. “Devi sapere una cosa.” Affermo, con espressione mesta. Mantenendo il silenzio, Jesse mi guarda negli occhi, invitandomi a continuare. “Sono stata adottata. Le persone che conosci non sono i miei veri genitori.” Ammisi, non notando il lento sgorgare di una lacrima che mi solca il viso. In quel preciso istante, Jesse si avvicina abbracciandomi nel tentativo di confortarmi. “Non ricordi nulla di loro?” chiede, sperando di non essere invadente. “La mia vera madre è morta in un incendio, e il mio vero padre non mi ha mai voluto bene.” Risposi con un tono a metà fra onestà e dolore. Subito dopo, gli mostro il mio bracciale, che ora sembra brillare di luce propria. “Ho già visto un gioiello del genere.” Prorompe, incuriosendomi. In quel preciso istante, scelgo di mantenere il silenzio, aspettando che riprenda a parlare. “Vieni con me.” Dice, afferrandomi il braccio. Fidandomi ciecamente di lui, e sapendo di non avere altra scelta, decido di seguirlo, raggiungendo l’uscita del mio castello. Subito dopo, scelse di andare a prendere il mio cavallo, e mi chiese di salirvi. “Fidati di me.” Disse, tenendo saldamente le redini. Io non dissi nulla, limitandomi ad annuire. Poco tempo dopo, Jesse spronò il cavallo, che iniziò subito a correre. Non avevo idea di dove mi stesse portando, ma continuavo a guardarmi confusamente intorno. “Dove andiamo?” chiesi, dubbiosa. Alle mie parole, Jesse non rispose, limitandosi a restare concentrato sul sentiero che ora percorrevano. Il viaggio si rivelò più lungo di quanto pensassi, ragion per cui, finii per addormentarmi. Mi svegliai dopo circa un’ora, poiché disturbata da un suono che non riuscii a distinguere. “Ben svegliata.” Disse Jesse, sorridendo. “Dove siamo?” chiesi, sbadigliando. “Vicino alla chiesa, ora seguimi.” Rispose, aiutando a scendere da cavallo. Posai lentamente i piedi sul terreno, lasciando quindi andare la sua mano, per poi camminare al suo fianco. Il nostro cammino sembrava letteralmente infinito, ma io non potevo fare a meno di sorridere. Sapevo che Jesse aveva delle buone intenzioni, e mi fidavo. Confusa, mi guardavo intorno, scorgevo dopo un lungo cammino, la chiesa. Quasi istintivamente, mi fermai. “Sono troppo stanca.” Dissi, mentendo a me stessa. “Non puoi fermarti ora.” Mi incoraggiò Jesse, prendendomi per mano. Sorridendo, decisi di continuare il mio viaggio. Camminavo a testa bassa, continuando a rimanere concentrata sui miei passi. Poco tempo dopo, rialzai lo sguardo, scoprendo di trovarmi di fronte all’orfanotrofio dove ero stata abbandonata da bambina. “Perché mi hai portata qui?” chiesi, confusa. In quel preciso istante, Jesse sorrise, e mi chiesi di avvicinarmi. “Guardati intorno.” Disse, sorridendo nuovamente. Mantenendo il silenzio, annuii abbassando lo sguardo. Alcuni istanti dopo, vidi uno strano oggetto brillare. Guardando meglio, mi accorsi di avere in mano un bracciale molto simile al mio. Quasi istintivamente, lo strinsi in mano, spostando quindi il mio sguardo su Jesse. “Era di mia madre.” Dissi, non potendo evitare che le lacrime mi bagnassero il viso. “Tua madre non è morta.” Rispose, prendendomi per mano. A quell’istante, seguì un forte abbraccio, nel quale sperai di trovare eterno rifugio. Chiusi lentamente gli occhi, con la ferma e precisa intenzione di non muovermi. Non riuscivo letteralmente a credere a quanto era appena accaduto, eppure sapevo che la vista non mi ingannava. Ogni avvenimento era reale, e tutto sembrava accadere troppo in fretta. Le parole di Jesse avevano funto da chiave per la porta dei miei sentimenti a lungo repressi, e avevano acceso in me una nuova speranza. Ora come ora, ero un lume la cui luce brillava, e sapevo di aver appena assistito ad un inaspettato cambiamento.

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