Destino regale – CAPITOLO XIX

Tacite verità

È primavera, ed io sono impegnata ad ammirare il panorama visibile dalla mia finestra. Il tempo scorre, così come la rugiada sull’erba del mio giardino. Un sorriso mi illumina il volto, mentre una fragile e tenera foglia verde si muove in direzione del sole, nella speranza di carpirne i raggi e crescere diventando sempre più forte, e potendo un giorno essere parte di una meravigliosa pianta. Un’intera settimana è appena trascorsa, e il ricordo del mio viaggio con Jesse non sembra voler svanire dalla mia giovane mente. Difatti, ho la netta sensazione di aver appena scoperto una delle tante radici del mio passato. Inoltre, il tempo continua a scorrere, e con l’andare dello stesso, sono sempre più felice di aver incontrato Jesse. Siamo ormai sposati da più di un anno, e mi conosce bene, e dato anche l’arrivo di Miranda, non potrei chiedere di meglio. Ad ogni modo, una sorta di presentimento mi porta a credere che lui mi stia in qualche modo nascondendo qualcosa . Per tale motivo, ho deciso di parlargli. “Mi nascondi qualcosa?” gli chiesi, guardandolo negli occhi. “Non lo farei mai.” Rispose, iniziando inconsciamente a tremare. “Jesse, devi dirmi la verità.” Gli dissi, prendendogli le mani. “Va bene.” Disse, sospirando. “Non te l’ho mai detto, eppure io conoscevo tua madre.” Ammise, guardandomi negli occhi. “Le nostre due famiglie avevano ottimi rapporti, e io ho finito per innamorarmi di te sin dal primo giorno in cui ti ho vista.” A quelle parole, sussultai. Non riuscivo a crederci. Jesse conosceva la verità, e fino ad ora non aveva osato rivelarmela. Quasi istintivamente, iniziai a piangere. Le lacrime mi bagnavano il viso, ed io non potevo fare altro che nascondere il viso con le mani. Fra un singhiozzo e l’altro, mi concedevo delle pause per riprendere fiato. Il mio respiro era ormai divenuto affannoso, e i miei occhi erano gonfi per via del pianto. Avevo anche le gote arrossate, e mi lasciai cadere sul mio letto. Affondai quindi il viso nel cuscino, scegliendo di provare a calmarmi. Ad ogni modo, malgrado i miei numerosi tentativi di farlo, non ci riuscii. Continuavo a piangere in silenzio, desiderando unicamente di poter scomparire per sempre. Ora come ora, sapevo che mia madre non era morta, e che avrei potuto aver la possibilità di rivederla dopo un così lungo lasso di tempo. Dal triste giorno del mio abbandono sono passati tre anni, e ogni volta che tento di rimembrare i bei ricordi legati alla mia famiglia, sento un acuto dolore propagarsi in tutto il mio corpo, fino ad arrivare alla mia candida e fragile anima. Il tempo scorre, ed io decido di uscire dalla mia stanza. “Portami da lei.” dico a Jesse, dopo averlo raggiunto nel grande salone. Alle mie parole, sceglie di non rispondere, limitandosi ad annuire. In quel preciso istante, procedo a dargli le spalle con la ferma e precisa intenzione di salire nuovamente le scale e andare subito ad avvisare Georgia. Attraversai gli ampi corridoi del castello fino a raggiungere la sua stanza, aprendone quindi la porta con velocità e disinvoltura. Ad ogni modo, ebbi cura di non sbatterla, tenendo saldamente la maniglia. “Ho buone notizie.” Esordii, guardandola negli occhi. “Che succede?” mi interroga, incuriosita e al contempo stranita dalle mie parole. “Nostra madre non è morta, e Jesse sa dove vive, ora vieni con me.” Dissi, in tono serio ma pacato. Subito dopo, vidi Georgia alzarsi in piedi, e iniziare a seguirmi senza proferire parola. Insieme, scendemmo velocemente le scale, per poi dirigerci oltre le mura del castello. Salendo quindi in groppa ai nostri cavalli, lasciammo che Jesse ci facesse strada, portandoci quindi dalla nostra vera madre. Durante il viaggio, tenevo gli occhi aperti, osservando il sole nascondersi dietro ai monti con l’arrivo dell’imbrunire. Due intere ore passarono inesorabili, ed io mi ritrovai davanti ad una piccola ma accogliente casa. Scendendo da cavallo, Jesse bussò lievemente alla solida porta in legno. Un lungo minuto trascorse, e una donna la aprì. La stessa, guardò fissamente me e Georgia negli occhi. Nessuna di noi due osava proferire parola, fino a quando il silenzio non si ruppe come un delicato vaso in porcellana. La donna sorrise, e chiamandoci per nome, ci abbracciò. “Mi siete mancate. “Disse, rivolgendosi ad entrambe e iniziando conseguentemente a piangere. “Credevo di avervi perso.” Continuò, singhiozzando sonoramente. “Va tutto bene.” Le dissi, rassicurandola e dandole la possibilità di sfogarsi. Poco tempo dopo, ci sciogliemmo dal nostro abbraccio, e nostra madre ci invitò ad entrare in casa. Accettammo di buon grado il suo invito, sedendo attorno al tavolo della piccola ma accogliente cucina. “Come state?” ci chiese, posando il suo preoccupato e amorevole sguardo su di noi. “Bene, ma c’è qualcosa che devi sapere.” Risposi, guardandola negli occhi e facendo anche le veci di Georgia, che continuava a mantenere un perfetto e religioso silenzio. Mia madre non rispose, limitandosi a chiedermi di continuare a parlare con un lieve cenno del capo. “Da quando ci hai abbandonate, la nostra vita è andata avanti, e siamo state adottate.” Dissi, tacendo subito dopo. “Una nobile famiglia ci ha accolte, elevandoci al rango di regina e principessa.” Continuai, dopo una breve pausa di silenzio. Quando lo stesso cadde di nuovo nella stanza, io guardai Jesse negli occhi, cercando conforto in un momento di quel genere. Ad ogni modo, anche se non osava aprire bocca per parlare, sembrava dirmi che tutto sarebbe andato per il meglio. “Sappiamo quanto tu possa aver sofferto, e abbiamo delle buone notizie.” Disse Georgia, fino a quel momento, muta come un pesce. “Quali sarebbero?” chiese nostra madre, con aria interrogativa. “Sei diventata nonna.” Rispondemmo entrambe all’unisono. “Dite sul serio?” chiese, assumendo un’aria alquanto confusa.” A quell’interrogativo, non risposi, limitandomi ad annuire e lasciare che il mio volto venisse illuminato da uno splendido sorriso. “Vieni con noi.” Dissi, alzandomi in piedi e posando il mio sguardo sull’uscio di casa. Alle mie parole, seguì l’immediata reazione di mia madre, che aprì la porta con velocità incredibile, permettendoci di uscire. Mantenendo il silenzio, salì sul mio cavallo, e lasciò che la accompagnassimo al castello. Quando arrivammo, era ormai notte fonda, e per tale ragione, le porte erano ormai chiuse. Avvicinandomi, tentai di aprirle, ma invano. Per mia fortuna, riuscii ad attirare l’attenzione di uno dei miei servitori, che subito riaprì il portone, dandoci quindi modo di entrare. Subito dopo, condussi mia madre nella sala del trono, dove il sovrano sedeva in silenzio. “Qualcuno vorrebbe parlarvi, sire.” Dissi, attirando la sua attenzione e facendo in modo che si voltasse verso di me.” “Di chi si tratta?” chiese, quasi infastidito dalla mia presenza. In quel preciso istante, mi feci da parte, scostandomi e rivelando la presenza di mia madre. “Sono colei che ha messo al mondo le sovrane.” Disse mia madre, in tono solenne.” Subito dopo, un assordante e snervante silenzio cadde nella sala, ed io ebbi timore della risposta che mia madre avrebbe potuto ricevere. Con mia grande sorpresa, il re non proferì parola, limitandosi a guardarmi negli occhi, volendo quasi confermare la veridicità di quell’affermazione. “È tutto vero.” Dissi, nel mero tentativo di difendere mia madre. Malgrado la mia sincera risposta, il silenzio del sovrano si protrasse, rendendomi sempre più nervosa. I minuti passavano, e mia madre decise di provare colmare quel lungo e lugubre silenzio. “Capirò se non vuole che le veda.” Disse, rivolgendosi con rispetto al re. Dopo quelle parole, mia madre ci diede le spalle, raggiungendo il portone del castello e aspettando che venisse aperto. Subito dopo, iniziò a camminare, avviandosi verso casa sua. In quel momento, volsi il mio sguardo al cielo stellato, comprendendo la purezza del gesto appena compiuto da mia madre. Ci aveva appena lasciato da sole, ma sapevo che l’aveva fatto in buona fede. Aveva appena fatto in modo che io e Georgia potessimo vivere la nostra vita. Difatti, anche se il nostro passato è stato difficile, e spesso costellato di tacite verità, ha sapientemente lasciato che entrambe crescessimo fisicamente ed emotivamente, diventando quindi artefici del nostro destino reale.

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