Destino regale – CAPITOLO X

La lettera

Una buia, piovosa e tormentata notte ha appena avuto fine, e la luce solare sta ora letteralmente inondando la mia stanza. Aprendo lentamente gli occhi, lascio che il mio udito venga solleticato dal soave canto di un uccellino, che quasi in segno di rispetto, si posa sul mio davanzale, spostando il suo sguardo su di me, per poi volare via alla volta dello sconfinato e ora azzurro cielo mattutino. Alzandomi lentamente in piedi, mi concedo alcuni minuti per prepararmi. Non appena mi considero pronta, inizio a scendere le scale, con la ferma intenzione di raggiungere i miei genitori. Scendendo lentamente l’ultimo scalino, li trovo entrambi nel grande salone, e noto dipinta sui loro volti un’espressione che non avevo mai avuto occasione di vedere. “Che succede?” chiedo, rivolgendomi a mio padre. “Brutte notizie, regina.” Disse, confondendomi e spaventandomi non poco. “Ditemi tutto.” Continuai, aspettandomi una risposta. “Una delle case del villaggio vicino è stata rasa al suolo.” Disse, facendo in modo che ogni mio dubbio sparisse. “Com’è accaduto?” chiedo, in evidente stato di allarme. “Un incendio.” Prorompe mia madre, abbassando conseguentemente lo sguardo. “Non è possibile!” penso, in un triste e amaro soliloquio. “Portatemi il mio cavallo!” ordino, uscendo subito dal mio castello. In poco tempo, il mio destriero viene sellato e preparato a dovere. Senza esitare, monto in sella e lo sprono per invitarlo a correre. L’animale segue i miei ordini, e si abbandona ad un galoppo sciolto e privo di esitazioni. Con il cuore in gola e mille pensieri in mente, cavalco in direzione del villaggio poco lontano dal mio regno. Lo raggiungo nello spazio di pochi minuti, e scendo da cavallo non appena raggiunsi la mia destinazione. Con un gesto della mano, faccio in modo che il mio cavallo rimanga immobile, e inizio a correre alla ricerca di un indizio che possa darmi un’idea circa chi possa essere il colpevole di quest’incendio. Corro per alcune decine di metri, notando proprio sotto ai miei piedi, della cenere. Comprendendo di essere sulla pista giusta, decido di seguire la scia formata dalla cenere stessa, raggiungendo una piccola casa ormai ridotta ad un cumulo di fumanti macerie. Lentamente, mi faccio strada fra i detriti, scorgendo qualcosa di bianco fra gli stessi. Guardando meglio, scopro di avere davanti agli occhi un bianco foglio sporcato da alcune macchie di inchiostro. Quasi istintivamente, inizio a leggere il contenuto di quel manoscritto, rimanendo esterrefatta da ciò che ho la sfortuna di leggere. In quella che scopro essere una lettera, c’erano il mio nome e quello di mia sorella. Con la vista offuscata da un fiume di lacrime che ora mi inonda il viso, alzo lo sguardo, scoprendo che l’edificio ormai raso al suolo, era la mia vecchia casa. Continuo quindi a piangere, e intascando la lettera, cammino a testa alta, raggiungendo il mio cavallo e iniziando sulla sua groppa il viaggio di ritorno. Raggiungo il mio regno al calar della sera. Il cielo è ormai spento, illuminato soltanto dalle timide ma lucenti stelle. Sono ormai spossata, e la stanchezza mi impedisce di muovermi. Georgia è preoccupata, e non tarda a chiedermi come mi sento. Sopraffatta dal dolore derivante dalla mia amara scoperta, non rispondo, sperando che il mio silenzio sia abbastanza eloquente. La lettera che ora stringo in mano, mi scivola, cadendo proprio davanti a lei. “Che cos’è?” chiede, raccogliendola timidamente. “Una lettera di mamma.” Rispondo, sperando che capisca e che io non debba ripetermi. “Cosa?” continua, mostrandosi sorpresa. “Leggila tu stessa.” Le dico, suonando stranamente seria. Tacendo, Georgia inizia a leggere, assumendo quindi il mio stesso stato d’animo. Proprio come me, ora non riesce a parlare, e ha la sola forza di restituirmi quella lettera, che io conservo gelosamente all’interno di un cassetto. Mantenendo il silenzio, Georgia esce dalla mia stanza. Prima che se ne vada, le mostro il mio bracciale, e lei fa lo stesso con me. La nostra tristezza è ora motivata e inequivocabile, e nessuna di noi due ha voglia di parlare. Il dolore ci ha privato del dono della parola, e scivolando nel mutismo, ci addormentiamo, sperando nella positività della giornata di domani.

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