Destino regale – CAPITOLO VII

Essere sé stessi

I giorni, formati dalle lunghe e inesorabili ore, hanno continuato il loro incessante scorrere, imitando la chiara acqua marina. Lentamente, tre mesi sono giunti al termine. Il mio regno è riuscito a mantenersi stabile fino ad oggi, ma ora che sono sveglia e vigile, e il sole mi illumina il viso, un presentimento si insinua come polvere nella mia mente, portandomi quindi a credere che qualcosa cambierà sicuramente. Ad ogni modo, l’ottimismo mi pervade, convincendomi al contempo del contrario. Ora come ora, nulla lascia presagire il verificarsi di un evento spiacevole, ragion per cui, ripongo ogni mia speranza nello splendere del sole, libero di mostrarsi in tutta la sua magnificenza. I lunghi mesi sono ormai trascorsi, ed io sono riuscita a far valere la mia libertà, rifiutando di sposare l’odioso principe Charles. Ricordo ancora il giorno in cui l’ho incontrato. La sua semplice vista mi disturbava, e sin dal primo momento, capii di non riuscire a sopportarlo. I sorrisi che soleva rivolgermi, mi sembravano stranamente melliflui e completamente privi di significato. Secondo il pensiero di mia sorella Georgia, Charles non era altro che uno scaltro e arido arrampicatore sociale, disposto a sposarmi solo per salire al trono. Giocando d’astuzia, entrambe abbiamo mangiato la foglia, riuscendo quindi a sventare il suo piano. Difatti, quelli che asseriva di provare nei miei confronti, non erano sentimenti veri e propri, ma bensì il risultato delle sue abilità di attore. Per mia fortuna, unita ad una mia incrollabile determinazione, sono riuscita a spezzare le catene che mi legavano a lui, rifiutando categoricamente di sposarlo. Tale gesto da parte, è tuttora considerato ignobile e irrispettoso da mio padre, ma ancora una volta, il suo giudizio non mi sfiora. Avendo sviluppato una profonda conoscenza di me stessa e delle mie emozioni, tendo ad ignorarlo, poiché ho ormai imparato a decidere da sola. L’unica pecca è rappresentata talvolta dalla forza dei miei sentimenti, che in alcuni casi, mi spingono a compiere azioni in realtà involute. Ad ogni modo, il tempo continua a scorrere, e ogni singolo pezzo di questo mosaico sembra lentamente trovare il suo posto. Nel tentativo di schiarirmi le idee ed evitare di ripensare al passato, rimango chiusa nella mia stanza, ammirando il panorama dalla mia finestra. Ora come ora, la pioggia cade incessantemente, e credo che un burrascoso temporale non tarderà certo ad arrivare. Sospirando, osservo le gocce di pioggia scivolare sul vetro, che appare bagnato e freddo come il mio cuore in tale situazione. Un secondo sospiro rompe il silenzio, e sedendo in terra, inizio a pensare. Inevitabilmente, il pensiero di Jesse e dei suoi inequivocabili sentimenti per me si fa strada nella mia mente, creandovi quindi uno stabile nido. Lentamente, delle lacrime iniziano a solcarmi il volto, ed io non ho modo di impedirlo. Lascio quindi che i miei contrastanti sentimenti si manifestino, sdraiandomi sul letto e sperando di addormentarmi. Il silenzio mi inghiotte nuovamente, annullando ogni rumore precedentemente udibile. La quiete e la calma regnano sovrane, ed io non oso muovermi. Improvvisamente, uno strano rumore mi distrae. Voltandomi verso la fonte dello stesso, scopro che viene dalla porta della mia stanza, ora chiusa a chiave. Guardando in basso, noto la presenza di un bianco foglio sul pavimento. Alzandomi in piedi, mi avvicino, decidendo quindi di raccoglierlo. Dopo averlo fatto, noto la presenza di  un sorta di messaggio, e comincio a leggere. “Sii te stessa.” Questa l’unica frase presente su quel foglio, che mi rendeva felice, e infondeva in me una nuova speranza. Dopo aver finito di leggere, riposi quel foglio all’interno di uno dei miei numerosi e polverosi libri, che a sua volta trovò il suo posto nella mia ordinata libreria. Un improvviso rumore di passi mi induce a voltarmi, e istintivamente mi avvicino alla porta. La apro senza esitare, trovando mia sorella Georgia in piedi davanti a me. “Cosa ci fai qui?” le chiesi, dubbiosa.” “Ero qui per quel messaggio. L’hai letto?” Disse, completando il suo discorso con una domanda. Tacendo quasi istintivamente, annuii, mostrandole un sorriso. “Ti voglio bene.” Continuò, stringendomi in un abbraccio. Anche stavolta, non risposi, lasciando che le mie azioni parlassero per me. Quando finalmente ci sciogliemmo dal nostro abbraccio, Georgia decise di lasciare la stanza, ed io non glielo impedii. Mi ritrovai nuovamente da sola, ma la mia solitudine non era causa di tristezza, bensì di gioia. Le parole e i gesti di mia sorella mi avevano aperto gli occhi, portandomi a capire che ognuno di noi, in questo grande e avverso mondo, ha bisogno di un’occasione per essere sé stesso.

Please follow and like us:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *