Destino regale – CAPITOLO VI

Ausilio provvidenziale

Una nuova alba splende, e un mese è ormai giunto al termine. Quello odierno, è il giorno del mio matrimonio, che ad essere sincera, non vorrei venisse celebrato. Ad ogni modo, so bene che perfino tentare di ribellarmi, attirerebbe solo attenzioni indesiderate, ed io non voglio che accada. Per tale motivo, sono costretta a mostrare un mellifluo sorriso che nasconda alla perfezione il mio reale stato d’animo, e ingoiare a malincuore il più amaro dei bocconi. Data l’odierna occasione, ho scelto di vestirmi di bianco, per poi raggiungere assieme alla mia famiglia la chiesa locale. Quel luogo riporta alla mia mente il ricordo della mia tentata fuga dalla realtà, ragion per cui, mi trovo in una posizione di stallo, e l’unico passo da compiere consiste nel continuare a fingere che vada tutto bene, pur essendo fermamente convinta del contrario. Inoltre, i miei genitori continuano incessantemente a ripetere che sono orgogliosi di me, poiché sposarmi permetterebbe al mio regno di crescere e prosperare. Ad ogni modo, anche stavolta mi trovo in completo disaccordo con la loro idea. Difatti, entrambi credono che sposare un principe sia la chiave della mia felicità. Per loro mera e semplice sfortuna, ignorano completamente la realtà dei fatti. Anche se da allora è passato del tempo, ricordo ancora il giorno della mia incoronazione, così come il mio primo ballo da regina. Quella sera, la mia mente si è schiarita, ed io ho avuto modo di conoscere a fondo la mia stessa volontà. I miei genitori ne sono all’oscuro, ma quel ballo mi ha permesso di innamorarmi di Jesse, giovane plebeo da loro odiato per aver chiesto la mia mano pur non appartenendo al ceto nobile. Ad ogni modo, il tempo continua a passare, ed io attendo amareggiata la fine di questa sorta di incubo, che ora ha il sapore di una punizione. Rimanendo in silenzio, non oso muovermi, notando dopo un tempo apparentemente infinito, che il portone della chiesa si sta aprendo. Dopo alcuni istanti, vedo Charles nell’atto di entrare, e fingo felicità nel vederlo. Il tempo scorre, ed io rimango muta, troppo concentrata e persa in uno straripante fiume di pensieri per parlare. È quindi questione di un attimo, e Charles mi prende per mano. In quel momento, un senso di disgusto mi cresce dentro. Per tale ragione, gli impedisco di stringermele. Stranita dal mio comportamento, Charles sposta il suo sguardo dalle mie mani al mio volto, mostrandomi quindi la sua confusione. I miei genitori e il giudice di pace assistono alla scena, ed io mi ritrovo ad essere bersagliata dalle numerose occhiate di rimprovero di mio padre. Pur senza l’uso della parola, mi sta avvisando del mio errore, e con l’occhio invelenito, tenta di richiamarmi all’ordine. Tentando di ricompormi, torno a guardare Charles, che ora sorride. Per qualche strana ragione, non riesco a sentirmi a mio agio, ma non ho modo di lamentarmi, poiché in poco tempo arriva per me il momento di pronunciare la formula del voto coniugale. Quasi volendomi aggrappare all’ultimo briciolo di libertà rimastomi, non oso proferire parola. Subito dopo, mio padre sposta il suo attento sguardo su di me, fulminandomi quindi con un’altra delle sue eloquente occhiate. Il timore provato mi impedisce di parlare, e la situazione peggiora. I minuti continuano a passare, e alcuni istanti dopo accade qualcosa di decisamente inaspettato. Il portone della chiesa si apre di nuovo, e Georgia fa il suo ingresso nella stessa. “Fermate il matrimonio!” urla, distraendo i miei genitori e attirando la loro attenzione. In quel momento, posso finalmente dire di sentirmi sollevata, poiché finalmente sembro avere l’occasione di ribellarmi e protestare, salvandomi quindi da un avvenire realmente non desiderato. Alcuni istanti dopo, mi allontano da Charles, con l’unico scopo di avvicinarmi a Georgia. “Perché l’hai fatto?” le chiedo, dubbiosa e al contempo felice di vederla. “Volevo aiutarti.” Rispose, stringendomi in un abbraccio. A quella dimostrazione d’affetto seguì la collera di mio padre, ora troppo adirato per ragionare. La sua prima reazione, è quella di redarguirmi. “Come osi!” urla, mostrando tutto il disappunto legato al mio gesto. “Voglio poter essere libera di decidere, e questo non è il  mio volere.” Risposi, facendo uso di un coraggio e di una forza interiore che non credevo di possedere. Alle mie parole, mio padre tace, ed io vedo mia madre sbiancare. Non mi aveva mai sentito parlare in quel modo a mio padre, e la sua incredulità a riguardo era decisamente evidente. Non riusciva letteralmente a credere a quel che era appena successo, ma dovette ad ogni modo ammettere che quella scena corrispondeva alla realtà. Alcuni istanti dopo, decisi di dar loro le spalle, e uscire quindi dalla chiesa assieme a Georgia. Ignorando completamente i nostri genitori, ci avviammo verso il nostro castello. Per nostra fortuna, il viaggio si rivelò breve, e quando raggiungemmo la nostra destinazione, non tardai a ringraziarla del suo gesto. Le parole non saranno mai abbastanza per riuscire nel mio intento, ma comprendo di doverle essere sinceramente grata, poiché il suo non è stato altro che un ausilio provvidenziale.

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