Destino regale – CAPITOLO III

Paura senza fine

Il sole, stella splendente e visibile in tutta la sua magnificenza, sorge proprio davanti ai miei occhi, segnando l’inizio di un nuovo giorno. Ho appena trascorso una notte all’addiaccio, rinunciando a dormire per continuare la mia fuga. Dopo solo un giorno di viaggio, ho raggiunto la campagna inglese, e credo di essermi avvicinata al mio paese di origine. Ora come ora, continuo a camminare, poiché attirata da un edificio che credo essere una chiesa. La raggiungo in pochi minuti, e decido di entrarvi. Camminando lentamente, mi guardo intorno, riuscendo unicamente a sentire il suono dei miei passi che echeggiano nella chiesa stessa. Mi siedo quindi su una delle panche, mantenendo un silenzio consono all’ambiente in cui mi trovo. Dopo alcuni secondi, una voce mi distrae. Sento che qualcuno mi chiama, rivolgendosi a me con l’appellativo che mi spetta. “Regina? Cosa ci fa qui?” queste le parole che sento, e che in qualche modo mi costringono a voltarmi. Mentre sono nell’atto di farlo, scopro nel prete locale l’identità del mio interlocutore. “Fuggo dalla realtà.” Ammetto, abbassando il capo e tentando al contempo di apparire seria.

“Non può farlo, il suo regno ha bisogno di lei.” Risponde, in tono calmo e pacato. In quel preciso istante, alzai lo sguardo, fissandolo sul mio interlocutore. “Lei crede?” chiedo, sperando che lo stesso perdoni la mia ignoranza. Non risponde, limitandosi ad un singolo ed eloquente cenno del capo. Subito dopo, dischiudo le labbra in un sorriso, ed esprimendo la mia gratitudine, esco subito da quel pacifico e accogliente luogo di culto. Dopo averlo fatto, mi accingo a ripercorrere i miei passi, così da seguire il consiglio appena ricevuto e tornare indietro. Il mio cammino sembra letteralmente infinito, e durante lo stesso, sono costretta nuovamente a fermarmi. Difatti, poco lontano da me, scorgo l’orfanotrofio locale, luogo da me odiato visti i miei trascorsi. Vorrei continuare a camminare e ignorarne l’esistenza, ma scelgo tuttavia di avvicinarmi. Quello è l’unico posto in cui posso sperare di avere delle informazioni riguardo ai miei genitori biologici. Sette lunghi anni sono passati, e sia io che Georgia ci siamo lentamente convinte della loro morte. Per mia sfortuna, è ormai chiuso per inattività, e ciò significa che sono costretta a gettare la spugna. In questo preciso momento, mi sento come se qualcuno avesse appena dato un calcio alle mie speranze. Delle fredde lacrime mi bagnano quindi il viso. In preda alla tristezza, non ho modo di impedirlo, scegliendo di lasciare che tutto vada come deve andare.  Con la solitudine e il silenzio come miei unici compagni, continuo il mio viaggio. Le lunghe ore passano, ed io raggiungo la mia destinazione al calar della sera. Osservando ciò che mi circonda, intravedo il mio castello in lontananza, e accelerando il passo che tengo, decido di raggiungere. Sono tuttavia costretta ad arrestare il mio cammino a causa di un insopportabile dolore al fianco. Mi fermo unicamente per respirare e riprendere fiato. Dopo una sosta incentrata sul riposo, ricomincio a camminare, raggiungendo il mio castello e venendo accolta da alcuni dei domestici al servizio di mio padre. “Regina!” ci ha fatto preoccupare!” dicono, quasi all’unisono. Mantenendo la calma, li tranquillizzo, facendo qualche passo in avanti. Salendo le scale, raggiungo il piano superiore, e incontro mio padre. “Dove ti eri cacciata?” chiede, apparendo preoccupato. “Preferisco non parlarne.” Rispondo, congedandomi da lui e tornando al piano di sotto. Non appena lo raggiungo, volgo il mio sguardo verso mia madre, e occupo il mio trono. La mia immobilità si protrae per alcuni secondi, allo scadere dei quali, impartisco il mio primo ordine da sovrana. “Chiudete le porte.” In questa singola frase è per me racchiuso un grande significato. Difatti, durante il mio viaggio, sono stata nuovamente colpita dal dolore, e ho deciso di non volere che altri ne vengano contagiati. Per tale ragione, ho deciso di chiudermi in una sorta di guscio, rifugiandomi nella mia stanza, e sperando nello scemare di questa paura senza fine.

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