Il mondo dei numeri – CAPITOLO XXVII

Abisso di sconforto

È mattina, e la luce solare si mostra dopo essersi celata alla mia vista per ore intere. La stessa, illumina ora la mia stanza, pulita e in perfetto ordine. Stropicciandomi gli occhi, sbadiglio, decidendo quindi di alzarmi. Dopo aver raggiunto il bagno, mi abbandono al caldo abbraccio di una doccia, lasciando che l’acqua mi scivoli lentamente sulla pelle. Poco tempo dopo, mi dirigo verso il salotto, dove trovo Ethan in compagnia dei nostri figli. Sono tutti impegnati a guardare la televisione, mentre la piccola Alyssa gioca tranquillamente sul tappeto. Intenerita da quella scena, rimango a guardare in silenzio. Un sorriso mi illumina presto il volto, e ogni pensiero negativo cessa di esistere. Concedendomi un attimo per guardarmi indietro, realizzo che un intero anno è quasi giunto al termine. Mentre mi ritrovo persa nei miei pensieri, vengo distratta dal suono della voce di mio figlio Dwayne. “Andiamo a trovare i nonni?” chiede, in tono calmo e pacato. In quel preciso istante, il mio sguardo incontra quello di Ethan, che subito inizia a scuotere il capo. “Non oggi.” Rispondo, tornando a guardare mio figlio. Alle mie parole, Dwayne non parla, scivolando nel mutismo. Ha soltanto otto anni, e fino ad ora non ha mai provato a sindacare le mie decisioni. Ad ogni modo, Ethan ed io abbiamo investito molto tempo nell’educazione dei nostri figli, e siamo felici di poterne constatare l’odierno risultato. I giorni passano, e la richiesta di Dwayne si fa sempre più insistente. Vuole molto bene ai miei genitori, ed io ne sono felice, anche se a dir la verità non ho mai avuto un buon rapporto con mio padre. Da quando sono diventata adulta e mi sono lentamente costruita una famiglia, si è dimostrato sempre più assente dalla mia vita, fino a scomparirne quasi del tutto. Per questa ragione, Dwayne non sa molto sul conto di suo nonno, e vorrebbe in cuor suo conoscerlo meglio. Dal canto mio, ho sempre deciso di impedirglielo, poiché mio padre sa davvero come divenire una persona arida e quasi priva di sentimenti. Negli ultimi anni, il nostro rapporto si è incrinato, ed entrambi abbiamo deciso di tagliare i ponti l’uno con l’altra. L’intera situazione, non vieta però a Dwayne di trascorrere del tempo con mia madre, la quale, essendo al corrente dell’intera faccenda, viene spesso a trovarci, evitandomi problemi di sorta. Ad essere sincera, mi sento davvero male vedendo mio figlio così triste al pensiero di non poter vedere suo nonno, ma per ora, Ethan ed io pensiamo che sia la cosa giusta da fare. Questa sorta di divieto si protrae ormai da settimane, ed è come se oggi qualcosa stia per cambiare. Un mero presentimento mi porta a formulare questo pensiero, e in un momento del genere, spero vivamente di non avere ragione. “Dovresti provare a consolarlo.” Mi ha detto Ethan, riferendosi con quelle parole a nostro figlio. “Forse hai ragione.” Ho avuto la sola forza di replicare, sentendomi letteralmente devastata dai sensi di colpa. In fin dei conti, se ora mio figlio è così chiuso e schivo, è solo colpa mia. Dopo aver discusso a lungo con Ethan, ho deciso di realizzare il desiderio di Dwayne. Ho quindi raggiunto la sua stanza, e guardandolo negli occhi, gli ho parlato con voce calma e tono tranquillo. “Andremo dai nonni.” Gli ho detto, avendo l’occasione di vederlo sorridere di nuovo dopo un così lungo lasso di tempo. Decidendo quindi di non volerne sprecare, sono subito salita in macchina, lasciando che lui e Joshua sedessero sui sedili posteriori. Il viaggio ebbe la durata massima di mezz’ora, ma il trascorrere del tempo sembrava non importare ai miei figli. Entrambi erano davvero felici all’idea di rivedere i nonni, tanto che neppure io potei fare a meno di sorridere vedendoli così contenti. Quando finalmente arrivammo, fui accolta in casa da mia madre, che subito abbracciò i nipotini. Subito dopo, Dwayne si interrogò su dove fosse il nonno, e pochi istanti dopo, lo stesso ci raggiunse nel salotto di casa. Non appena lo vidi, capii che in lui qualcosa non andava. Barcollava nel camminare, e aveva lo sguardo perso nel vuoto. Da quei semplici segnali, compresi che era visibilmente ubriaco. Evitando di fare commenti a riguardo, intrattenni una normale conversazione con lui. La stessa, sembrò procedere bene, almeno fino a quando non posò lo sguardo sul nipote. Dwayne non disse niente, limitandosi a guardarlo senza capire le sue intenzioni, e proprio in quel momento, l’alcool ancora presente nel corpo di mio padre ebbe la meglio su di lui. “Perché mi sta fissando?” chiese, con aria stizzita. Non parlai, limitandomi a guardare mia madre, nella speranza che conoscesse un modo per calmare i bollenti spiriti di mio padre. La stessa, rimase immobile e vittima di un eloquente silenzio. Poco tempo dopo, capii ciò che intendeva. Fingendo quindi di avere fretta, dissi ai bambini che era per noi arrivata l’ora di andare, ma quella mia mossa peggiorò solo la situazione. Difatti, mio padre fissò il suo sguardo su di me, e mi accusò di stargli mentendo. La sua lucidità aveva cessato temporaneamente di esistere a causa dell’alcool, e sapevo che negare sarebbe stato inutile. Iniziò quindi a urlare, e ad insinuare che andar via da casa sua sarebbe equivalso a portar via per sempre i suoi nipoti. Sentendo una giusta rabbia crescermi dentro, decisi di non scompormi e ignorarlo, violando la porta di casa nello spazio di un momento. Riportai i bambini a casa, e mi assicurai di rimanere da sola con Ethan. “Che è successo stavolta?” mi chiese, notando l’espressione dipinta sul mio volto. “Era di nuovo ubriaco.” Risposi, abbandonandomi conseguentemente ad un sospiro di mesto dolore e arrendevolezza. “So come ti senti, nessun bambino dovrebbe vivere in un contesto del genere.” Disse, nel mero tentativo di consolarmi. Tacendo, mi limitai ad annuire, lasciandomi quindi cadere sul letto. La sera era ormai calata, e le stelle punteggiavano il cielo. Mi addormentai con estrema difficoltà, tormentata dal dolore emotivo provato da mio figlio. Lentamente le settimane passarono, e un giorno, vidi l’unica cosa che un genitore non vorrebbe mai vedere. Sembrava essere un giorno come gli altri, ed ero come sempre occupata con le pulizie di casa. Decidendo di prendermi una pausa, entrai in camera di mio figlio, vedendolo steso sul suo letto. Aveva gli occhi chiusi e sembrava dormire, così decisi di lasciarlo da solo. Mentre mi avvicinavo alla porta, notai uno strano biglietto sul suo comodino. Spinta dalla curiosità, lo presi in mano e lo dispiegai, scoprendolo essere un messaggio. “Avevi ragione su tutto. Mi dispiace.” Queste le parole dello stesso, che mi confondevano e spaventavano allo stesso tempo. Stranita, posai lo sguardo su mio figlio, e gli presi la mano. In quel momento, mi accorsi di non riuscire a sentire il battito del suo cuore, segno che ci aveva ormai lasciati. Mantenendo il silenzio, uscii dalla stanza, incontrando subito Ethan. “Che cos’hai?” chiese, preoccupato. “Nostro figlio se n’è andato.” Confessai, provando dolore e venendo al contempo divorata dai sensi di colpa. Non riuscendo a credere a ciò che gli avevo appena riferito, Ethan chiese spiegazioni, ed io lo condussi subito nella stanza di Dwayne, mostrandogli quindi l’ormai esanime cadavere del nostro amato bambino. Pochi istanti dopo averlo visto, Ethan si accorse anche del biglietto, e leggendolo, rimase sconcertato. In preda alla tristezza, continuava a ripetersi che nulla di quanto era appena accaduto era possibile, e che non riusciva letteralmente a credere ai suoi occhi. Rimanendo accanto a lui, piangevo in silenzio, e non osavo muovermi. Poco tempo dopo, decidemmo entrambi di lasciare la stanza. Subito dopo averlo fatto, mi accorsi di un particolare non osservato in precedenza. La porta del bagno era rimasta aperta, e una flacone contenete del detersivo era ora privo del tappo di sicurezza. Fu questione di un attimo, e il mistero fu risolto. Mio figlio aveva deciso di suicidarsi bevendo della venefica candeggina. Il tempo continuava a passare, e la natura faceva il suo corso. Quel pomeriggio, assistetti al funerale di mio figlio in completo e religioso silenzio. Intorno a me c’era il resto della mia famiglia, addolorata almeno quanto me. L’unica persona a non sentirsi minimamente provata dalla cosa, sembrava essere mio padre, evidentemente abbruttito dall’alcool. Dopo la cerimonia funebre, nessuno di noi disse nulla. Anche Joshua mantenne il silenzio, ma sapevo che dentro di sé era profondamente addolorato per la prematura e immeritata morte del fratello. In quel momento, i suoi sguardi erano i più eloquenti che avessi mai avuto l’occasione di incrociare. Non ebbi la forza di parlargli, limitandomi a sedere sul divano e tenere in braccio Alyssa, placidamente addormentata e ignara di tutto. Lasciando il salotto, la portai nella sua culla, adagiandola lentamente in quella sorta di nido. Quella notte nessuno di noi riuscì a dormire. Le nostre menti erano occupate dal dolore, e tutti ci credevamo sprofondati in un profondo abisso di sconforto.

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