Il mondo dei numeri – CAPITOLO XXVI

Sorte e miracoli

Sin da quando sono venuta al mondo, ho potuto sentire il ritmico battito del mio cuore, unito all’incessante ticchettio del mio orologio biologico. Il quasi impercettibile rumore emesso dallo stesso, sta di giorno in giorno divenendo più forte, e tutto questo può significare soltanto una cosa. Il tempo che mi separa dal vedere nascere il mio futuro figlio sta per scadere. Difatti, tre lunghi mesi sono appena trascorsi, e proprio oggi, ho dato alla luce la mia amata bambina. Alyssa. La piccola, ha fatto il suo ingresso nel mondo, ed io non potrei essere più felice. Dopo aver avuto due figli maschi, infatti, non avrei mai neanche lontanamente potuto pensare di riuscire a dare alla luce una femminuccia. Secondo il parere dei miei genitori, questo dipende da un loro desiderio, mentre a mio avviso, si tratta di una mera e semplice questione di fortuna. Ad ogni modo, la cosa non mi tocca. Alyssa è da considerarsi una delle tante gioie che la vita ha deciso di concedermi. In lei non c’è assolutamente nulla che non vada, e saperlo mi libera da ogni preoccupazione. Ora come ora, spendo le mie giornate ad occuparmi di lei, pur sapendo di dover svolgere ogni singola mansione in maniera calma. Secondo i medici infatti, il minimo stress potrebbe ricondurmi in ospedale, ed io so per certo di non voler ripetere l’esperienza vissuta tempo addietro. Anche se ormai è trascorso molto tempo, il ricordo di quel giorno è ormai impresso nella mia memoria. Ricordo ancora il dolore provato, unito alla sensazione di smarrimento e alla confusione mentale che ne seguì. In questo preciso istante, un pensiero si è lentamente fatto strada nella mia mente. Ora che una creatura così giovane e indifesa come Alyssa dipende completamente da me, so di non poter assolutamente lasciarla da sola. Difatti, solo il cielo e le lucenti stelle sanno cosa accadrebbe in quelle circostanze, e venendo colta da un profondo senso di terrore a riguardo, decido di non pensarci. Nei rari momenti di tempo libero che riesco a ritagliarmi, aggiorno il mio blog personale, ora pieno di scritti riguardanti la mia meravigliosa famiglia. Ad ogni modo, per qualche strana ragione, delle piccole scariche elettriche mi attraversano il corpo ogni volta che tento di avvicinarmi al computer. Credendo nella possibile presenza di un calo di tensione, ho deciso di essere più cauta nell’utilizzarlo, seppur senza risultati concreti. Inoltre, secondo una mia forse inattendibile teoria, il mio problema cardiaco è direttamente collegato all’utilizzo del computer stesso. Grazie ad Ethan, ho potuto conoscere a fondo le mie radici, capendo quanto l’utilizzo della tecnologia possa a volte risultare dannoso. Per esserne completamente sicura, e confermare quindi i miei fondati sospetti, ho deciso di scansionare il contenuto del mio portatile, scoprendo qualcosa di letteralmente incredibile. Nel mio computer, si era infatti annidata una sorta di virus. Agendo di conseguenza, tentai subito di eliminarlo, ma malgrado numerosi tentativi, fallii miseramente. Decidendo quindi di gettare la spugna, mi arresi, scegliendo di smettere di utilizzare il mio computer. Notando un così brusco e repentino cambiamento nelle mie abitudini, Ethan mi guardò perplesso, e decise di chiedere spiegazioni a riguardo. “Che ti succede? Sembri diversa.” Mi disse, un giorno, guardandomi negli occhi. “Non toccherò più il mio portatile.” Risposi seria.” “Perché?” chiese, stranito dalla mia risposta. A quella domanda, tacqui, sperando che il mio silenzio si rivelasse abbastanza eloquente. Sfortunatamente, ingoiare il rospo non mi servì a nulla, e Ethan mi costrinse a rispondergli. “Credo che mi faccia star male.” Dissi, sforzandomi di non apparire amareggiata. “Forse hai ragione.” Rispose, prendendomi per mano. Dopo alcuni secondi, mi propose di andare a sdraiarmi in camera da letto, ed io non potei far altro che accettare la sua proposta. Sapevo infatti che si sarebbe preso cura dei bambini durante il mio riposo, e conclusi di non aver alcuna ragione di preoccuparmi. Quella sera, andai a letto senza cena. La tristezza sembrava avermi di nuovo corroso l’anima, causando la mia inappetenza. Tentando quindi di trovare un lato positivo a quanto era accaduto, mi addormentai pensando alla felicità che la mia amata famiglia portava giornalmente nella mia vita, dandomi sempre una ragione per tornare a sorridere. Poco prima di dormire, lasciai che un sorriso mi illuminasse il volto, e in quel momento, un ultimo e lieto pensiero concernente la mia sorte, mi attraversò la mente. Passai quindi una notte tranquilla, durante la quale, immaginai il mio avvenire.

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