Il mondo dei numeri – CAPITOLO VI

Un segreto non più tale

Il canto di un uccellino solletica il mio udito, e a causa dello stesso apro gli occhi, facendo ricominciare il mio solito e ripetitivo ciclo di attività. Anche oggi mi tocca vestirmi e raggiungere le mie amiche al piano di sotto, dopodiché consumare la mia colazione e stare attenta a non mettermi nei guai con la preside. Una routine di questo genere darebbe noia a chiunque, ma io ho finito per abituarmici, e inoltre c’è un altro motivo per cui ho deciso di continuare a vivere in questa monotonia: Ethan. Negli ultimi tempi, si è mostrato davvero gentile nei miei confronti, e riflettendo, mi chiedo se le mie amiche Paris e Nicole non abbiano ragione. Esiste infatti una remota possibilità che lui sia davvero innamorato di me. Ora come ora, comprendo di avere solo un modo per capirlo. Sfortuna vuole, che io sia troppo timida per parlargli, ragion per cui, mi trovo costretta ad escogitare un nuovo sistema. Facendo uso della mia saggezza, scelgo di mettere da parte questa preoccupazione, e dedicarmi ai miei doveri di campeggiatrice. Così, assorta nei miei pensieri, scendo lentamente le scale che portano al piano inferiore, con la conseguente e ferma intenzione di raggiungere la sala da pranzo. Vi arrivo in pochi minuti, procedendo a sedermi accanto alle mie amiche. Entrambe, mantengono un silenzio di tomba, e per alcuni secondi, me ne chiedo il perché. Questo mio interrogativo trova risposta appena un attimo dopo, poiché voltandomi, noto che la Delacour è impegnata a passeggiare nervosamente per l’intera sala. Quest’azione, è ormai divenuta per lei una sorta di rituale. Difatti, non pone fine a quell’andirivieni fin quando non decide che ogni cosa è a posto, e che nessuno manca all’appello. Mantenendo a mia volta un religioso silenzio, osservo le mie amiche, prestando particolare attenzione ai loro occhi colmi di terrore, che ha proceduto con l’impadronirsi dei loro puri e innocenti animi. Distrattamente, lascio che la mia spilla finisca in terra. Non ho neppure il tempo di chinarmi e raccoglierla, poiché il rumore metallico prodotto dalla stessa, allerta la preside, che non tarda ad alzarsi e raggiungere il tavolo dove sono seduta. Chinandosi lentamente, raccoglie la spilla al mio posto, e la esamina attentamente. “Appartiene a qualcuna di voi?” chiede, tacendo subito dopo. A tale domanda, non segue una risposta, poiché nella sala cade il silenzio. In questo preciso istante, ammetto di voler alzarmi e rispondere, ma rinuncio a farlo poiché Nicole, con un rapido gesto della mano, me lo impedisce. Deglutisco sonoramente, attendendo in silenzio. La Delacour è ancora intenta ad esaminare quella spilla, e nessuno osa disturbarla. “Davis!” la sento tuonare, riuscendo a percepire la sua collera. Quasi istintivamente, mi alzo in piedi, rispondendo con velocità inaudita. “Sono io.” Finisco per biascicare, paralizzata dal terrore. “Ho la netta sensazione che questa le appartenga, signorina.” Dice, porgendomi lentamente la spilla. Scoprendomi ancora incapace di muovere un singolo passo, mi limito ad annuire, riprendendo in mano quel piccolo e scintillante oggetto. “Che non accada mai più.” Mi ammonisce, voltandomi conseguentemente le spalle. In quel preciso istante, il mio sguardo si fissa sulla preside nell’atto di allontanarsi, e dopo pochi secondi, qualcosa di completamente diverso entra nel mio campo visivo. Con mia grande sorpresa, scopro che Ethan sta per fare il suo ingresso in sala da pranzo. Non oso muovermi né fiatare, pur non potendo evitare l’incrocio dei nostri sguardi. Intanto, il mio cuore perde un battito, e la distanza che mi separa da lui diviene sempre minore. Di punto in bianco, le mie emozioni mi paralizzano, e scopro con sommo stupore che Ethan ha intenzione di sedersi accanto a me. “Non ti spiace, vero?” chiede, spostando lo sguardo dai miei occhi al solido tavolo in legno. “Per niente.” Rispondo, scuotendo il capo e regalandogli un sorriso. Sentendosi sollevato dalla mia risposta, Ethan si siede subito, sfiorandomi quindi una mano. “Piaciuto il regalo?” chiede sorridendo, nel mero e semplice tentativo di attaccare bottone. “Si.” Mi  limito a rispondere, guardandolo negli occhi. Subito dopo, vengo distratta dall’irritante suono di una campanella. Da ormai qualche giorno, la Delacour ha preso l’abitudine di richiamarci all’ordine attraverso l’uso della stessa. Sospirando, mi rimetto in piedi, ricongiungendomi con le mie amiche, che sembrano davvero ansiose. Il loro comportamento mi stranisce, ma decido di non proferire parola, continuando il mio cammino verso la mia stanza. Una volta entrata, mi siedo subito davanti al mio computer, scoprendo qualcosa di davvero inaspettato. Controllando la mia posta elettronica, notai di aver ricevuto una nuova e-mail da parte di Ethan. “Ti devo parlare. È qualcosa di davvero importante.” Questo il suo messaggio, che non fa altro che confondermi. Tenendo gli occhi fissi sullo schermo del computer, non ho idea di come rispondergli. Anche se a malincuore, decido di non farlo, finendo per spegnere il computer e andare a letto. Ad ogni modo, non riesco a dormire, poiché tormentata da un unico pensiero concernente Ethan. Difatti, non posso fare a meno di chiedermi perchè mostri comportamenti e pareri così discordanti in mia presenza. Inoltre, se ha davvero deciso di parlarmi, e ha ammesso che si tratta di qualcosa di davvero importante, credo che la cosa migliore da fare sia assecondarlo, e lasciare che trovi da solo il coraggio di farlo. La mia profonda e innata timidezza mi impedisce di fare il primo passo, ragion per cui la mia stanza diventa il mio rifugio, a cui accedo in completa e totale libertà, certa di non essere disturbata da nessuno. Emettendo un lugubre sospiro, chiudo gli occhi per alcuni secondi, che lentamente diventano minuti, poi ore. Mi addormento senza accorgermene, e il mio sonno è tranquillo. Le ore scorrono come acqua cristallina, e un improvviso rumore mi inquieta, facendomi scivolare nel terrore. I miei occhi si aprono, e sono indice del mio stato d’allerta. Mi metto quindi a sedere sul letto, posando il mio sguardo sulla finestra della stanza, che lentamente si apre. Quasi inconsciamente, inizio a tremare, e il mio sguardo si posa sulle mie amiche, che dormono beatamente, ignare di tutto. Alcuni secondi dopo, scorgo una figura nel buio, e mi avvio verso l’interruttore della luce, con l’intenzione di premerlo e soffocare l’oscurità che sembra inghiottirmi. Stranamente, non ho la forza né il tempo di muovere un passo, poiché vedo che il buio viene squarciato dalla luce di una torcia elettrica. A tenerla in mano, è Ethan. “Che cosa ci fai qui?” gli chiedo, sussurrando debolmente. “Devo parlarti.” Risponde, apparendo alquanto serio. “Non qui e non ora.” Replico, mostrando il lato collerico del mio carattere. A quel punto, Ethan non può fare altro che arrendersi al mio volere, e mantenere il silenzio. “Ci vediamo domani.” Dice, sfilandosi la giacca e sdraiandosi sull’unico letto libero nel mio dormitorio. Mi si addormenta quindi accanto, e anch’io scivolo nel sonno più profondo, allietata dalla sua presenza. Le ore notturne passano, venendo soppiantate da quelle diurne e dall’arrivo dell’alba. Mi svegliai con il primo raggio di sole, scoprendo, non appena aprii gli occhi, che Ethan se n’era andato durante la notte. Dopo essermi alzata, mi vestii svogliatamente della mia divisa, scendendo subito le scale. Raggiungendo subito il piano inferiore, mi misi subito alla ricerca di Ethan. Dopo alcuni minuti di ricerca, lo trovai seduto in sala da pranzo, solo come non lo avevo mai visto. “Che hai?” gli chiesi, avvicinandomi e sedendo accanto a lui con sguardo preoccupato. “Dobbiamo smettere, Esma.” Disse, con un tono che lasciava trasparire tutta la sua tristezza. Lo guardai senza parlare, mostrandogli la mia confusione. Non sapevo a cosa si riferisse, e speravo che si spiegasse meglio. “Basta e-mail.” Chiarì, tacendo subito dopo. Stranita dalle sue parole, chiesi spiegazioni, ma lui sembrò ignorarmi, ed evitò di rispondere. Difatti, mi diede le spalle, alzandosi e lasciandomi completamente sola. “Parlami.” Lo pregai, prima che potesse andarsene. “Lasciami da solo.” Rispose, quasi stizzito e infastidito dalla mia preghiera. In quel momento, venni sopraffatta da un inspiegabile dolore, e tornai subito nella mia stanza. Quella mattina, saltai la colazione, chiudendomi a chiave nella mia camera. La tristezza mi aveva ormai pervasa, e non avevo alcuna voglia di reagire. Scivolai quindi nella più completa solitudine, e in un tetro e cupo silenzio che decisi di rompere facendo appello alla mia forza d’animo. In quel preciso istante, mi resi conto di una cosa. Ethan era cambiato, e un motivo legato ai suoi comportamenti doveva forzatamente esistere. Sapevo di dover esaminare a fondo questa faccenda, così da far luce su quest’apparentemente irrisolvibile mistero. Facendo quindi qualche passo in direzione della porta ancora ermeticamente chiusa, afferrai con un gesto deciso la chiave, e facendola girare all’interno della serratura, l’aprii. Ignorando completamente lo scatto che ne seguì, iniziai a camminare dirigendomi verso la stanza di Ethan, che si trovava a pochi passi dall’ufficio della preside. Quasi istintivamente, rallentai il passo, fino a fermarmi e rimanere perfettamente immobile di fianco alla porta. Dopo alcuni secondi la sentii scattare, e feci del mio meglio per nascondermi, desiderando di scomparire per sempre. Il mio desiderio non divenne realtà, e iniziai inconsciamente a tremare come una foglia. La porta si aprì appena un istante dopo, e fu allora che vidi Ethan. Il suo corpo si era notevolmente irrigidito, camminava lentamente, e aveva le guance solcate da innumerevoli lacrime. Dando retta al mio cuore, fui mossa a compassione, motivo per il quale, decisi di avvicinarmi. In quel momento, le nostre mani si sfiorarono, e lui si voltò verso di me. “Cosa vuoi?” mi chiese, con voce corrotta dalla rabbia e dal dolore. “Voglio solo aiutarti.” Risposi, guardandolo negli occhi. “Non c’è nulla che tu possa fare.” Disse, accelerando il passo che teneva e allontanandosi da me. Stranita dalle sue parole, mossi qualche passo in avanti con l’intenzione di seguirlo, venendo distratta da un improvviso scatto della porta, ora di nuovo aperta. Con il cuore in gola, vidi la Delacour venir fuori dal suo ufficio e posare il suo arcigno sguardo su di me. Avvicinandosi, mi afferra per un braccio, e il mio sangue gela a causa delle velenose parole che pronuncia. “Sarebbe meglio lasciarlo da solo, signorina.” Disse, confondendomi ulteriormente. Non sapendo cosa rispondere, mi limitai a fissarla con occhi colmi di terrore, rabbrividendo alla sola vista del suo malizioso e mellifluo sorriso. “So tutto di voi due.” Aggiunge, facendo aumentare la mia confusione. Divenendo quindi preda delle mie stesse emozioni, decido di voltarmi, dirigendomi velocemente verso la mia stanza. Durante il tragitto, mi imbatto in Alexa, e confesso segretamente di odiarla, rivolgendole un eloquente e malevolo sguardo. “Tu! Che cosa hai fatto a Ethan?” finisco per urlare, ponendo inaudita enfasi su quell’interrogativo. “Niente.” La sento rispondere, guardando quella sua biforcuta lingua muoversi. “Sei una sporca bugiarda!” le rispondo, sentendo una più che motivata rabbia crescermi dentro. “Sai Esma? Prima che tu arrivassi, la vita qui al campo era meravigliosa, ed io non lascerò che una novellina allontani Ethan da me.” Disse, lasciandosi poi sfuggire un acida e sarcastica risata. Io l’ascoltavo, rimanendo perfettamente immobile, ma persi il controllo non appena la sentii pronunciare quel nome. Difatti, le corsi incontro, e sferrandole un pugno la feci cadere per terra. In quel momento, anche la mia reputazione non aveva importanza. Quello che per me contava, era raggiungere la mia camera, e lasciarmi Alexa alle spalle. Quando finalmente vi entrai, mi sedetti davanti al mio computer, nel tentativo di rilassarmi e dimenticare quanto era appena accaduto. Dopo una manciata di secondi, mi accorsi di stare premendo i tasti con forza incredibile, e stringendo i pugni, inspirai a fondo, sperando di calmarmi. Fortunatamente, ci riuscii in poco tempo. Poco dopo, sentii la porta della mia camera aprirsi, e vidi le mie amiche entrare. Paris decise di sedersi sul suo letto, volendo chiaramente evitare di disturbarmi, e Nicole notò la tensione che mi pervadeva, ponendo quindi la più ovvia delle domande. “Che ti succede?” mi chiese, sedendosi accanto a me e poggiando una mano sulla solida scrivania. “È colpa di Alexa.” Risposi, mantenendo la concentrazione e facendo scivolare le mie lunghe e affusolate dita sul mouse del computer. “Brutta storia.” Intervenne lei, guardandomi. “Cosa ti ha fatto?” chiese Paris, incuriosita. “Mi ha definita un ostacolo fra lei ed Ethan.” Risposi, abbassando la testa. “Hai reagito?” chiese, sperando che le fornissi più dettagli. “No.” Dissi, mentendo a me stessa e fingendo una compostezza in realtà non provata. “Devo dirti una cosa.” Proruppe Nicole, alzandosi in piedi. Rimanendo immobile, la guardai, invitandola a continuare la frase lasciata in sospeso. “Sono qui da un anno, e so molto sul conto di Alexa. Non è innamorata di lui, ma ti vede come una rivale. Ethan ne ha passate tante, e anche ora non è al settimo cielo, ma fidati, e non demordere.” Disse, lasciandomi letteralmente senza parole. Dopo averla ascoltata parlare in religioso silenzio, posai il mio sguardo al panorama visibile appena fuori dalla finestra. Il sole è appena tramontato, e l’oscurità ha annerito il cielo. Sospirando, mi avvicino quindi al mio letto,  mi infilo il pigiama, e lascio che le mie calde coperte mi avvolgano, fungendo da scudo contro la mia stessa confusione mentale. Grazie alle mie amiche, ho capito che Ethan non è un ragazzo come gli altri, e che la sua vita è costellata di segreti e difficoltà. Ad ogni modo, non ho la minima idea di che giorno sarà domani, dato che uno degli stessi, ora non è più tale.

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4 thoughts on “Il mondo dei numeri – CAPITOLO VI

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