Il mondo dei numeri – CAPITOLO IV

Ingiustizie e falsità

Apro lentamente gli occhi, e mi sveglio nella mia stanza. Un nuovo giorno qui al campo estivo è appena cominciato, con il sole che si leva alto nel cielo e si fa strada fra le nuvole bianche come il cotone. Scendo velocemente giù dal letto, indossando quindi la mia divisa. Le mie amiche dormono ancora beate, e guardandole, comprendo che stavolta è il mio turno di svegliarle. Mi avvicino quindi ai loro letti, e con il leggero tocco della mia mano, riesco a far in modo che anche loro escano dal loro stato di dormiente incoscienza. Dopo essersi messa in piedi, Paris posa su di me il suo leggermente contrariato sguardo. “Hai restituito il favore, vero?” Dice Nicole, che al contrario di lei ora sorride. “Vero.” Mi limito a rispondere, lasciando sfuggire una risatina che faticai a trattenere. Terminando in quel momento la nostra conversazione, io e le mie due amiche ci trasformiamo in affaccendate casalinghe, iniziando quindi a rifare i nostri letti con cura e precisione assolutamente maniacali. Subito dopo, tutte e tre fissammo il nostro sguardo sulla porta della stanza, preparandoci a varcarla per scendere al piano di sotto. Ci toccò scendere l’una accanto all’altra, un numero imprecisato di scalini. Affrontavo questo percorso lentamente, avendo sempre cura di non intralciare la strada alle mie amiche. Dopo qualche minuto, giunsi finalmente all’ultimo scalino. Mi accinsi quindi a scenderlo, ma venendo distratta da qualcosa che solo io credevo di aver visto, inciampai e caddi in terra, suscitando la preoccupazione di Paris e Nicole. “Stai bene?” mi chiesero all’unisono, evidentemente preoccupate. “Si.” Risposi, vedendo subito un’espressione di felicità e sollievo materializzarsi sui loro volti. “Devi aver visto male o qualcosa del genere.” Disse Paris, mentre mi cingeva un braccio intorno alle spalle. Trovai gentile tale gesto, poiché nonostante fossi caduta da un punto non poi così alto, le gambe mi facevano davvero male. Stringendo i denti, mi lamentavo per il dolore, e senza volere, suscitai la preoccupazione della Delacour, tranquillamente seduta in sala da pranzo. Semplicemente guardandola, capii che attendeva il nostro arrivo, ma la sua espressione così scura e accigliata cambiò di colpo non appena mi vide. “Santo cielo! Cosa le è successo?” urlò, preoccupatissima per me. “È caduta mentre scendeva le scale, signora.” Rispose Nicole, facendo le mie veci. “Povera cara!” disse infine la Delacour, prendendomi per mano e conducendomi lontano dalle mie amiche. In quel momento, la mia confusione era visibile, e mi chiedevo il perché di tale gesto, pur mantenendo un perfetto e religioso silenzio. Mi lasciai quindi condurre ad un tavolo molto distante dagli altri, che poi scoprii essere quello dove la Delacour soleva far colazione tutte le mattine. Mi sedetti senza parlare, consumando come al solito il mio pasto, stavolta consistente in un’invitante tazza di latte e cereali. Subito dopo la colazione, stavo per alzarmi e raggiungere le mie amiche, quando sentii una forte stretta al braccio. Mi voltai per scoprirne la causa, scoprendo che a tenermi stretta non era altri che Alexa, la ragazza che avevo casualmente incontrato giorni prima. “Dove credi di andare?” chiese, facendo uso del suo velenoso e pungente sarcasmo. Paralizzata dal dolore e dalla paura, non risposi, limitandomi a guardarla negli occhi. Quasi ignorandomi, Alexa mi tirò forte un braccio, riportandomi al cospetto della Delacour, la quale, in genere, è l’ultima a lasciare la sala da pranzo. “Signora, credo che la signorina Davis abbia qualcosa da mostrarle.” Disse, somigliando, con quel tono così mellifluamente giulivo, alla prediletta della preside. “Splendido!” rispose la stessa, chiedendomi poi di condurla nel mio dormitorio, dove Alexa le aveva detto di andare. In preda alla confusione, deglutii facendole strada. Ogni passo verso la mia camera sembrava una tortura, un infinito supplizio che ero costretta a sopportare. Ad ogni modo, non dissi nulla, e una volta arrivata davanti alla porta, la aprii, entrando quindi nella mia stanza. Feci qualche passo in avanti per avvicinarmi al letto, e mi guardai intorno, incrociando lo sguardo di Alexa, la quale, con rapide occhiate e cenni del capo, continuava ad indicare il mio computer, appoggiato sulla solida scrivania in legno. Muovendomi quindi in direzione dello stesso, decisi di accenderlo, rimanendo esterrefatta da ciò che vidi subito dopo. Sullo schermo, troneggiava un file che non avevo mai visto prima, e cliccandoci, venni subito reindirizzata ad una delle pagine web che componevano il mio blog personale. Sulle prime, rimasi in silenzio, non riuscendo a capire nulla di quanto stesse accadendo. Fissando il mio sguardo sul computer, notai la presenza di un nuovo post. Le nere lettere che ne componevano le parole, erano grandi quanto insetti, ed io non riuscivo a credere a ciò che stavo vedendo. Non osai leggerne una singola riga, e quando provai a spegnere il computer, venni fermata dalla Delacour, che, incuriosita da quelle scritte, si avvicinò, iniziando a leggere mentalmente ogni singola parola presente in quella pagina web. Non riuscivo a capire. Non avevo altro che confusione in testa, e le gambe ancora indolenzite mi tremavano. In quel momento, trattenevo il fiato, ponendomi al contempo mille domande. Non avevo la minima idea di chi avesse potuto scrivere quel post, colmo di cattiverie nei riguardi della Delacour, ma avevo la certezza di essere completamente innocente. In fin dei conti, ricordavo benissimo di aver cancellato l’unico post che la riguardava, e tale situazione, bastava ad allontanare i sospetti da me. Ad ogni modo, la mia confusione non accennava a diminuire. “Chi ha osato scrivere tali atrocità?” tuonò la Delacour, in evidente collera. “Esma.” Sentii prontamente rispondere. Istintivamente, posai il mio incredulo sguardo su Alexa, che ora mostrava un sorriso malizioso e compiaciuto al tempo stesso. Con voce tremante, biascicai qualche parola, tentando in ogni modo di giustificarmi e accusando giustamente Alexa dell’accaduto. Sfortunatamente, finii per cacciarmi in guai ancora più grossi, poiché la Delacour, che si fidava ciecamente di quella vipera di Alexa, non volle credermi. “Nel mio ufficio, subito!” Disse, con la voce ancora visibilmente corrotta dalla rabbia. In quel momento, ero davvero a pezzi, così, delusa, e con la coda fra le gambe, decisi di seguire la preside in silenzio, raggiungendo il suo lugubre e tetro ufficio. Fra un passo e l’altro, ascoltavo il battito del mio cuore, accelerato a causa della paura, e mi chiedevo che cosa mi sarebbe accaduto una volta entrata. Ad ogni modo, mi ritrovai costretta a farlo, temendo per la mia incolumità. Tenevo lo sguardo vigile, e con occhi sgranati, fissavo la Delacour. Improvvisamente, la vidi avvicinarsi alla sua scrivania e frugare in un cassetto. Non sapevo cosa stesse cercando, né cosa avesse in mente, ma rimasi sconcertata dall’oggetto che vidi nelle sue mani pochi secondi dopo. Difatti, brandiva con rabbia una frusta di cuoio, e tenendola saldamente in mano, mi si avvicinò. Il sangue che scorreva nelle mie vene era ormai congelato, ed io rimanevo immobile, salvo poi iniziare ad indietreggiare in cerca di protezione. Per una manciata di secondi, la distanza che mi separava da lei rimase uguale, ma tale e vana speranza venne tradita quando mi trovai letteralmente con le spalle al muro. In quel momento, smisi di muovermi, tremando inconsciamente come una foglia. Il silenzio più completo aleggiava nell’ufficio, e il mio cuore batteva così forte da poter essere sentito a chilometri di distanza. “Su il maglione!” Urlò la Delacour, rompendo il silenzio come si fa con un fragile e vitreo bicchiere. Deglutendo sonoramente, obbedii, mostrando quindi alla preside la mia ormai nuda schiena. Il terrore che provavo mi accorciava il respiro, portandomi ad ansimare e piangere. Intanto la frusta saettava in aria, producendo un sibilo sinistro. Sobbalzavo per ogni colpo ricevuto, riuscendo perfino a sentire la mia pelle lacerarsi, e avendo l’occasione di vedere alcune ferite aprirsi e del sangue sgorgare. Nel mero tentativo di non gridare, chiusi gli occhi, soffocando ogni volta l’impulso di farlo. Finalmente, dopo un tempo che mi parve letteralmente infinito, le percosse cessarono, e io fui libera di tornare nella mia stanza. Camminavo lentamente negli ampi corridoi, e il dolore che provavo era tale da quasi immobilizzarmi. Lottai contro lo stesso per alcuni minuti, fino a quando non raggiunsi la mia destinazione. Aprii lentamente la porta, senza neppure accorgermi del tremore che aveva ormai preso possesso delle mie mani, quasi conferendo loro una vita propria. Una volta entrata, feci qualche passo in direzione del mio letto, decidendo quindi di sedermici sopra. Mantenevo un perfetto silenzio, e senza proferire parola, guardavo le mie amiche, scorgendo la somma preoccupazione dei loro sguardi. “Cosa ti è successo?” chiese Paris, incredula e spaventata.” Non ebbi la forza né il coraggio di rispondere, limitandomi ad abbassare lo sguardo. “È stata la Delacour.” Dissi con un filo di voce.” “Lei punisce frustando.” Aggiunse Nicole, erudendo l’amica. In quel preciso istante, vidi il terrore negli occhi della povera Paris, che intanto aveva ricominciato a tremare. Era ancora pomeriggio inoltrato, ma ad ogni modo decisi di liberarmi della divisa e indossare il mio pigiama, con la ferma intenzione di addormentarmi, sperando che il mio sonno cancellasse tutte le brutture di quella giornata. Le mie palpebre si chiusero quasi automaticamente. Il dolore mi indeboliva, e a causa dello stesso scivolai in un sonno profondo. Poco tempo dopo, venni svegliata dalla Delacour in persona, che mi ordinò di alzarmi e seguirla nuovamente nel suo ufficio. Durante l’intero tragitto non dissi una parola, tentando con tutte le mie forze di sfuggire al suo sguardo e ai suoi occhi inveleniti. Quando finalmente entrai nell’ufficio, notai una porta alla quale non avevo mai fatto caso. Facendo qualche passo in direzione della stessa, la Delacour la aprì, e mi spinse violentemente, portandomi quindi ad attraversarla. Subito dopo, richiuse la porta. Intanto, ero finita in ginocchio, e il freddo che sentivo mi arrivava fino alle ossa, impedendomi di muovermi. Quando mi voltai, vidi che la porta era ormai chiusa. Attorno a me regnava il buio più totale. Non riuscivo a vedere nulla, e anche attendere perché i miei occhi si abituassero all’oscurità, fu inutile. Rimanevo quindi immobile come una marmorea statua, nella vana attesa e speranza di qualcuno che mi aiutasse. Le ore passavano, e degli spiragli di luce iniziavano a filtrare dal sudicio vetro dell’unica finestra presente in quella stanza. Alla disperata ricerca di conforto, volgevo il mio sguardo verso il sole, esprimendo un unico desiderio, ossia quello di essere salvata. Dopo alcuni minuti, uno scatto spezzò la mia concentrazione, facendomi sobbalzare e voltare verso la porta, che ora si apriva lentamente. Tremando, temevo il peggio, ritrovando la calma appena un secondo dopo. Ad aver aperto la porta, era stato Ethan. Non appena lo vidi, tentai di alzarmi e corrergli incontro, ma lui fu più veloce di me, raggiungendomi per primo. “Puoi stare tranquilla, Esma. È tutto finito.” Disse, con voce calma e suadente. Grazie a quelle parole, ritrovai tutta la sicurezza che credevo di aver ormai perso per sempre, e in un attimo mi ritrovai stretta in un suo abbraccio. Dopo alcuni secondi, Ethan mi prese per mano, sfiorando le mie lunghe e affusolate dita. “Seguimi.” Disse, abbassando di colpo la voce. Guardandolo negli occhi, mi limitai ad annuire, lasciandomi pazientemente condurre fuori da quella stanza. Rimanendo in silenzio, Ethan mi accompagnò fino al corridoio che conduceva alla mia camera. “Devo andare.” Disse, lasciandomi la mano. Incrociando il suo sguardo, lo pregai di restare, venendo tuttavia ignorata. “Mi dispiace.” Si limitò a rispondere, sparendo quindi nell’ampio corridoio. Rimasta completamente sola, abbassai lo sguardo, continuando a camminare fino a raggiungere la mia stanza. Vi entrai a malincuore, non degnandomi neppure di salutare le mie amiche. “Esma! Grazie al cielo sei qui!” disse Nicole, felicissima di rivedermi. Un istante dopo, seguì in fortissimo abbraccio, a causa del quale, credetti di soffocare. “Per fortuna stai bene!” aggiunse Paris, avvicinandosi. Accettando anche il suo abbraccio, mi sedetti sul letto, ignorando il lento e pacato scorrere dei minuti. Quasi istintivamente, posai il mio sguardo sul pigiama che avevo addosso. Era ormai lercio, ma non potevo farci niente. Mi toccò sdraiarmi e dormire, trovando nel silenzio della notte una sincera compagnia, che mi proteggeva dal rumore causato dalle falsità che scorrono come sangue nelle vene della gente.

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3 thoughts on “Il mondo dei numeri – CAPITOLO IV

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