Il mondo dei numeri – CAPITOLO III

La luce dopo il buio

Un nuovo giorno sta per avere inizio, ed io mi sveglio dopo una lunga notte nella camera che divido con le mie due amiche. Apro lentamente gli occhi, vedendo che una delle due mi si sta avvicinando. “Alzati e sorridi.” Dice, sorridendo. Sbadigliando, mi strofino pigramente gli occhi, indice del mio sonno. “Paris, che ore sono?” chiedo, ancora frastornata dalla luce solare che mi colpisce il viso. “Le otto del mattino. Ora alzati, o faremo tardi.” Risponde, aprendo la finestra ancora chiusa e lasciando che una ventata d’aria fresca riempia la stanza. “Tardi per cosa?” chiesi, sbadigliando per la seconda volta. “Per la colazione.” Proruppe Nicole, saltando giù dal suo letto con velocità inaudita. “Mi vesto e arrivo.” Risposi, faticando a mettermi in piedi e raggiungere il bagno. Dopo una veloce doccia, indossai la mia divisa, seguendo le altre campeggiatrici al piano di sotto, dove la Delacour ci aspettava per il pasto più importante della giornata. Camminavo a fatica in quel fiume di ragazze, e benché tutte camminassero ordinatamente, venni spinta più volte. Scrutando con gli occhi sgranati la fila indiana davanti a me, cercavo gli sguardi di Paris e Nicole, alle quali avevo in mente di aggregarmi dopo averle trovate. Durante il mio cammino alla loro ricerca, urtai involontariamente una ragazza, che mi rivolse uno sguardo arcigno e carico d’odio. Notando la mia goffaggine, Nicole mi si avvicinò, afferrandomi per un braccio e salvandomi letteralmente da quella situazione. “Ma cosa combini?” mi redarguì, guardandomi negli occhi. “È stato un incidente.” Biascicai, nel tentativo di giustificarmi. “Sai chi è quella ragazza?” mi chiede, con una sottile e pressochè impercettibile vena di rabbia nella voce. Non risposi, fissando Nicole con sguardo indagatore, nella speranza che fosse lei a dirmelo.
“Quella è Alexa Reed. Meglio starle lontano.” Mi avvertì, ricominciando a camminare. Dopo alcuni minuti, giungemmo finalmente nell’ampia sala da pranzo, dove la signora Delacour ci aspettava, mostrando calma e compostezza mai viste prima. Mi sedetti ad un tavolo assieme alle mie amiche, e consumai il mio pasto senza proferire parola. Ne masticavo ogni boccone con espressione disgustata, poiché il sapore non era certo dei migliori. Quando finalmente arrivai all’ultimo, provai un profondo senso di sollievo. Sapevo bene che anche quel supplizio era ormai giunto alla fine. Ebbi quindi cura di rispettare le regole del campo, secondo le quali, ogni singola campeggiatrice avrebbe dovuto lasciare la sala da pranzo nello stesso istante. Pazientai per alcuni minuti, allo scadere dei quali mi alzai, guadando letteralmente il fiume di ragazze davanti a me. Rimanendo in tutta sicurezza accanto a Paris e Nicole, salivo le scale che portavano al piano superiore, e quindi al nostro dormitorio. Durante il cammino, iniziai a sentirmi davvero strana. Era come se ad ogni passo le mie gambe si indebolissero. Faticavo a seguire le mie amiche, e la mia vista si stava annebbiando. Non volendo che si preoccupassero, chiamai a raccolta le mie forze, scegliendo di continuare a camminare. Una volta raggiunta la mia stanza, mi abbandonai sul mio comodo letto, sprofondando in un tormentato sonno privo di sogni dopo solo qualche minuto. La mia pennichella durò ben poco, poiché venni svegliata più volte da una strana e inspiegabile sensazione di bruciore alle guance. Ero davvero accaldata, e avevo il respiro corto. Ad ogni modo, non dicevo una parola. Utilizzando il mio buon senso, riconobbi nel mio malessere i sintomi della comune febbre, e combattendo contro la stessa, tentai di riaddormentarmi. Il mio sonno si interruppe dopo poche ore, ed io aprii gli occhi non appena mi svegliai. Guardandomi attorno, notai che la porta della stanza era stata aperta, e che qualcuno mi aveva posato uno straccio bagnato sulla fronte. Guardando quindi in direzione della porta, vidi Paris e Nicole entrare quasi contemporaneamente. “Ti sei svegliata!” disse la prima, sorridendo e mostrando evidente felicità nel vedermi in piedi. “Che mi è successo?” chiesi, ancora leggermente confusa dalla precedente concatenazione di eventi. “Ti è solo venuta la febbre.” Chiarì Nicole, riuscendo a strapparmi un sorriso. Procedetti quindi ad annuire restando in silenzio, e bevendo alcuni sorsi d’acqua da un bicchiere posto sul comodino accanto al letto. “Presto starai meglio.” Disse una voce a me del tutto sconosciuta. Colta di sorpresa, mi voltai subito in direzione del mio misterioso interlocutore, notando un ragazzo che non avevo mai visto prima. Confusa dalla sua presenza, guardai le mie amiche, nella speranza che una delle due rompesse l’assordante silenzio creatosi nella stanza. “Lui è Ethan.” Esordì Nicole, pronunciando il suo nome con leggera enfasi. “È il figlio della Delacour.” Continuò Paris, aggiungendo un misero dettaglio alla sua descrizione. In quel preciso istante, compresi di trovarmi in una posizione di netto stallo, così decisi di abbozzare un debole ma convincente sorriso. Improvvisamente, notai che Ethan aveva spostato il suo attento sguardo su di me, e studiava il mio ora pallido volto come un intricato rompicapo. “Gradirei che ci lasciaste da soli, ragazze.” Disse, rivolgendosi alle mie due amiche, che non poterono fare altro che obbedirgli lasciando subito la stanza. Fu questione di un singolo attimo, ed io mi ritrovai da sola con Ethan. “Non mi dici nulla?” disse, continuando a guardarmi negli occhi, che ora apparivano spenti data la mia condizione fisica. “Sono nuova qui.” Trovai il solo coraggio di dire, rimanendo conseguentemente muta come un pesce. “Come avrai capito, sono il figlio della proprietaria.” Continuò, sempre evitando di staccare il suo sguardo da me. Venendo colta da un’improvvisa timidezza, non proferii parola né posi domande, e dopo qualche minuto dalla fine della nostra conversazione, Ethan dovette andarsene, avendo ad ogni modo cura di salutarmi e lasciandomi completamente da sola nella mia stanza. Improvvisamente, venni pervasa da una strana aura di calma e soavità. Ethan ed io ci eravamo appena conosciuti, e non avevamo parlato molto, eppure, qualcosa dentro di me mi diceva che in lui c’era qualcosa di misterioso e celato alla vista di qualunque altra persona. Passai la giovane e lunga notte a pensare a lui, e a ciò che il nostro fortuito incontro avesse potuto significare. Fissavo con sguardo perso il soffitto della mia stanza, arrivando prima di addormentarmi, ad una semplice conclusione. Qualcosa nella mia mente era scattato come una molla, convincendomi che in lui e nei suoi occhi così azzurri e profondi, c’era la luce dopo il buio.

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