Il mondo dei numeri – CAPITOLO I

Il campo estivo

Una diciottenne come tante, dai capelli lunghi e color dell’avorio. Il mio viso è tuttavia reso speciale da un altro dei miei connotati, ossia i miei occhi di un azzurro così tenue da sfumare nel verde. Io sono la semplice e gentile Esma Davis. Sono figlia unica, e tale realtà è da considerarsi una sfortuna se si hanno dei genitori che lavorano tanto quanto i miei. Ad ogni modo, visto che entrambi hanno il loro lavoro da mantenere, e ben poco tempo da dedicarmi, a mio padre è venuta la brillante idea di lasciarmi passare l’intera estate in un campo estivo. Ad essere sincera, ero inizialmente contraria all’idea, poiché amo la mia famiglia e la sicurezza della mia casa. Sfortunatamente, malgrado ogni mio sforzo di contrastare la sua decisione, sono stata mandata al Technology Summer Camp in California, mia città natale, dove risiedo ormai da anni. Ai suoi occhi, risulto essere una ragazza molto chiusa, e per tale motivo, crede che frequentare un campo estivo possa aiutarmi ad uscire dal mio guscio. A dire il vero, sono in forte disaccordo con mio padre, poiché il solo fatto di apprezzare la tranquillità e amare la tecnologia, non significa che io sia poco socievole. Ad ogni modo, a mia madre è toccato il compito di accompagnarmi, e sapendo che ogni protesta sarebbe stata inutile, ho scelto di ingoiare il rospo e avviarmi verso la sua auto. Vi entrai agilmente, sedendomi al posto del passeggero e mantenendo un silenzio degno di una vuota e grigia biblioteca. Per tutta la durata del viaggio, mi assicurai di ingannare il tempo tenendo gli occhi fissi sul display del mio cellulare, che tenevo saldamente in mano malgrado la guida instabile e zeppa di scossoni di mia madre. La stessa non è mai stata una grande pilota, ma mio padre ed io non abbiamo mai avuto il coraggio di confessarglielo. Il viaggio continua, ed io non muovo un muscolo, pur essendo costretta a sbattere le palpebre più di una volta a causa della forte luce emessa dallo schermo del mio telefonino. “Mettilo subito via.” Dice mia madre, assicurandosi di non distrarsi e non sopportandone il continuo vibrare. Sospirando, alzo gli occhi al cielo e lo spengo, dandole retta unicamente per non ascoltare le sue altrimenti infinite lamentele. Dopo circa un’ora d’attesa, il viaggio giunge al termine, e per me arriva l’ora di scendere dall’auto. Visto il peso della borsa che mi porto dietro, mi ritrovo costretta a chiedere l’aiuto di mia madre per farlo. La stessa, non perde tempo, e mi tende subito la mano. Afferrandola, salto giù dalla macchina con grande agilità, lasciando che le mie labbra si dischiudano in un sorriso. Chiudendo gli occhi dopo qualche secondo, inspiro a pieni polmoni, lasciando che l’aria fresca mi depuri l’anima. Mi concedo quindi alcuni minuti per guardarmi intorno, scorgendo poi un cartello poco lontano da noi. Lo stesso, porta il nome del campo, e ciò significa che l’entrata è vicina. Iniziando a camminare, procedetti velocemente a superarlo, seguendo le indicazioni date da una miriade di altri cartelli nelle vicinanze. Ero così felice di essere arrivata, da non riuscire neppure a rendermi conto della velocità con la quale mi muovevo, ragion per cui, mia madre era costretta ad arrancare per starmi dietro. In pochi minuti, raggiunsi l’entrata del campo stesso, aspettando che mia madre fosse al mio fianco prima di varcarla. Qualche minuto dopo, feci il mio ingresso assieme a lei nel rinomato Technology Summer Camp. Non appena entrammo, fummo accolti da un attempata donna che scoprimmo essere la proprietaria. Dopo averci educatamente salutate, affermò di chiamarsi Marianne Delacour. Sorridendo, strinse la mano a mia madre, procedendo quindi a fare la stessa cosa con me. Afferrai con riluttanza la sua mano, stringendola in segno di saluto. “Buongiorno signora Davis, sarei onorata di accogliere la giovane Esma nel mio campo estivo.” Disse, con un tono che mascherava alla perfezione una gentilezza che a me appariva stranamente melliflua. Facendo buon viso a cattivo gioco, abbozzai un debole sorriso, afferrando con una mano la borsa, che rischiava di scivolarmi. Era pesante, e faticavo a portarla, ma non mi importava. Non avrei mai lasciato che cadesse, poiché sapevo che conteneva il mio prezioso portatile. I miei genitori me lo avevano regalato il giorno del mio quattordicesimo compleanno, e da allora ne avevo sempre avuto molta cura. Come tutti i ragazzi della mia età, utilizzo il computer per navigare in rete e comunicare con i miei lontani parenti attraverso la stessa. Inoltre, con il permesso dei miei genitori, all’età di quindici anni ho aperto anche un blog, ossia una pagina web che aggiorno regolarmente sin da allora, riempiendola di miei pensieri e descrivendovi le mie giornate. Devo ammettere che questa idea è stata davvero brillante, poiché mi aiuta a risollevarmi il morale, che in qualche occasione è letteralmente a terra. Per mia fortuna, nessuno sa dell’esistenza del mio blog al di fuori della mia famiglia. Difatti, non oso minimamente pensare a ciò che accadrebbe se qualcun altro scoprisse della mia pagina web. La stessa, è una sorta di diario personale, pieno dei miei più profondi, oscuri e reconditi segreti, che potrebbero risultare pericolosi se mai cadessero in mani sbagliate. Ad ogni modo, oggi è un nuovo giorno, e la mia vita al Technology Summer Camp è appena iniziata.

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