Il segreto della musica – CAPITOLO XXIII

Ferite invisibili

Altri due anni della nostra vita sono giunti al termine. Il dolore che li ha caratterizzati è ancora presente, e onestamente non credo svanirà mai del tutto. Nel corso degli stessi, Julius ed io ne abbiamo passate tante, ma nonostante le difficoltà, abbiamo sempre scelto di non arrenderci. Anche se piuttosto lentamente, abbiamo imparato ad accettare i nostri errori, avendo sempre cura di migliorarci allo scopo di non ripeterli in futuro. Nel corso della mia vita, ho avuto l’occasione di conoscere persone che si auguravano di non sbagliare mai, e che hanno quindi rimodellato il loro stile di vita unicamente per tale scopo. A mio parere, tanta prudenza non ha alcuna utilità, poiché gli errori non vanno interpretati come insuccessi o sconfitte, bensì come chiavi capaci di spalancare le porte dell’ignoto. Difatti, se nessuno commettesse mai neppure un singolo errore, la vita andrebbe avanti in modo alquanto arido e meccanico, e sarebbe asettica e priva di emozioni. Le stesse, sempre secondo il mio pensiero, sono il modo che la vita ha di dirci che la stessa va vissuta appieno. Emozioni come il dolore e la paura, finiscono a volte per cambiare le persone. Io stessa, posso sinceramente affermare di non essere più la ragazza che ero prima che il destino sconvolgesse i miei piani. Difatti, quando mi sono trasferita con la mia famiglia qui a Shady Point, non avrei mai neanche lontanamente pensato di avere di nuovo l’occasione di incontrare Julius, mio amico d’infanzia, o di conoscere delle amiche vere e sincere come Jamie e Sophia. A mio avviso, ciò che il destino può riservare è veramente incredibile. Ad ogni modo, il mio non è sempre stato roseo, essendo infatti costellato di ardue sfide e difficoltà di ogni sorta. Ad ogni modo, il mio fato è stato corrotto da un pizzico di fortuna, grazie alla quale, sono sempre riuscita a ritrovare la forza di rialzarmi, così da riprendere il mio cammino. Proprio oggi, l’alba di un nuovo giorno mi sorprende come sempre. Ormai, sedermi tranquillamente nella mia stanza, e ammirare l’aurora in completo silenzio, è diventata una serena e rassicurante routine giornaliera. Sono immobile nella mia camera, con Destiny al mio fianco. Spostando il mio attento sguardo dal panorama che osservo al suo viso, noto ancora le cicatrici delle ferite che quell’ignobile arpia ha osato infliggerle. Nel mero tentativo di nasconderle, stringe i pugni, sfuggendo quindi dai miei preoccupati sguardi, che non possono inseguirla. “Dov’è Bubbles?” mi chiede, con la sua innocenza di bambina. “Nella sua gabbia.” Le rispondo, sorridendole e lasciando che si avvicini alla stessa. Sentendola arrivare, Bubbles si sveglia dal suo sonno, iniziando a camminare verso le sbarre della sua gabbia, per poi sfiorarle col muso. Assistendo a quella scena in religioso silenzio, mi accorgo che la foglia di Salvia Vitale che gli avevo poggiato sul dorso la notte prima, ora giace accantonata in un angolo. Grazie alle mie doti di attenta osservatrice, riesco a rendermi conto di qualcos’altro. Difatti, noto con mia grande sorpresa, che quella foglia è ormai secca. Immobile come una statua, mia figlia non osa proferire parola. Mostra questo comportamento dal giorno in cui è caduta nelle grinfie di Camille. Prima era una bambina loquace e solare, proprio come tutti i bimbi della sua età, ma da quel fatidico giorno, il suo vocabolario si è molto ridotto, così come la sua loquacità. Ora come ora, infatti, Destiny riesce a parlare solo con me e suo padre, rivolgendo talvolta, anche qualche sorriso alla nonna. A quanto sembra, questa terribile esperienza deve averla segnata profondamente, poiché noto che la mia piccola Destiny non è più la stessa. Da quasi un anno, non riesco più a vedere la sua allegria e la sua gioia di vivere, entrambe andate e perse per sempre, proprio come un’amichevole scommessa. Sospirando, mi avvicino lentamente alla gabbia del mio coniglio, aprendola in modo tale che possa uscirne. Lo stesso, approfitta del mio gesto, per venirne fuori lentamente, sfruttando l’anelito di libertà che gli rimane. Dopo averlo fatto, inizia a camminare lentamente, formando dei perfetti cerchi sulla morbida coperta del mio letto. Lo vedo sdraiarsi dopo alcuni secondi, notando che chiude gli occhi dopo aver rivolto il suo pacato e saggio sguardo verso me e Destiny per l’ultima volta. Finge quindi di dormire, sapendo che la sua ora è ormai arrivata, e volendo evitare di intristire la bambina, ora seduta sul letto accanto a lui. È intenta ad accarezzarlo, ma il suo tocco si fa per qualche ragione sempre più lieve, così come i battiti del piccolo cuore di Bubbles, che intanto, fra un secondo e l’altro, continuano ad affievolirsi, finché lui, convinto della sua fine, non smette di respirare, utilizzando le sue ultime forze per strofinare il suo umido nasino contro la mano di mia figlia. Subito dopo, Destiny scende dal letto, avvicinandosi a me. Entrambe, con il viso mesto e le guance rigate di lacrime, teniamo gli occhi fissi su Bubbles, che ora giaceva inerme sul mio letto. Mia figlia osservava quella scena mantenendo un perfetto silenzio, salvo poi nascondersi il viso con le mani e iniziare a versare amare e scarlatte lacrime. Pur essendo una bambina di appena quattro anni, sembrava aver capito perfettamente l’importanza e la solennità di quel momento, ragion per cui, prese la più logica e ponderata delle decisioni. Allontanandosi da me, uscì dalla mia stanza, decidendo di non poter più sopportare tale visione. Soffrendo sia per lei che per me stessa, non tentai in alcun modo di fermarla, scegliendo di lasciarla andare. Dopo alcuni minuti, il silenzio creatosi attorno a me venne rotto dal cigolio della porta, che era appena stata aperta da Julius. “Cos’è successo?” mi chiese, vedendo il mio volto bagnato di lacrime. Senza proferire parola, gli indicai il mio letto, e voltandosi in direzione dello stesso, Julius mutò l’espressione del suo volto, assumendo quindi il mio stesso stato d’animo. Mi strinse forte a sé, e io apprezzai il suo tentativo di infondermi coraggio e conforto, e proprio in quel momento compresi che rimanere seduta e immobile non sarebbe servito a nulla. Tentai quindi di alzarmi in piedi, venendo però fermata da Julius, il quale, quasi anticipando i miei movimenti e il mio volere, si avvicinò al mio letto, e raccolse l’esile corpicino del mio coniglio, dirigendosi quindi verso il salotto. A quel punto, mossa da una certa curiosità riguardo alle sue intenzioni, decisi di seguirlo, richiudendo lentamente la porta alle mie spalle. Lo ritrovai seduto sul divano accanto a Destiny, che finalmente sembrava essersi calmata e aver smesso di piangere. Notai che fissava Bubbles con occhi tristi, accarezzando il suo morbido pelo. Poco dopo, a Julius venne un’idea, e lui stesso, iniziò a camminare verso il giardino. Destiny ed io decidemmo di seguirlo, in maniera tale da scoprire la sua prossima mossa. Quando finalmente lo raggiunsi con mia figlia al seguito, Julius mi guardò dritto negli occhi, porgendomi il corpo del povero e ormai defunto Bubbles. Subito dopo, lo vidi prendere una grossa vanga e cominciare a scavare una piccola buca nel terreno. Quasi istintivamente, gli sorrisi. Sapeva bene quanto io fossi affezionata a quel coniglio, e aveva quindi pensato ad organizzare una sorta di piccolo funerale per lui. Dopo aver scavato quella fossa, Julius si avvicinò a Destiny, chiedendole di rientrare in casa e prendere una delle sue vecchie scatole di scarpe, che avrebbe evidentemente funto da bara per quel povero animale. La bambina obbedì senza fiatare, tornando in giardino dopo alcuni minuti. Poggiò quindi quella vuota scatola per terra, sollevandone il coperchio e chiedendomi di adagiarvi il corpo di Bubbles. Rimanendo in completo silenzio, feci ciò che mi era stato chiesto, assicurandomi di riporre il coperchio al suo posto. Subito dopo, sollevai il contenitore da terra, avvicinandomi alla buca e riponendolo all’interno della stessa. Subito dopo, dando le spalle a quella fossa, tornai accanto a Destiny, che aveva assistito all’intera scena senza parlare. Lasciai quindi che Julius riempisse quella buca, aspettando che si riavvicinasse a noi. Quando finalmente lo fece, tutti e tre ci prendemmo per mano, mantenendo un religioso e indisturbato silenzio. In quel preciso istante, abbassai la testa in segno di rispetto. Non sapevo se Bubbles mi avrebbe sentito, ma ad ogni modo decisi di rendergli giustizia, e di fargli sapere che non sarebbe mai stato dimenticato, così, mantenendo quella posizione, sussurrai una singola parola: addio. Subito dopo, ricominciai a piangere, poiché quest’evento, proprio come tanti altri, aveva lasciato nel mio fragile animo delle ferite invisibili.

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