Il segreto della musica – CAPITOLO XXII

Tragici sviluppi

È notte fonda, il buio e il silenzio mi avvolgono, e sto ancora dormendo. Vengo svegliata da uno strano ed insolito rumore. Apro quindi gli occhi, pur mantenendo la mia immobilità. Vorrei davvero controllarne l’origine e la fonte, ma comprendo di essere decisamente troppo stanca per farlo. Nel tentativo di ignorarlo, mi rigiro nel mio letto, tentando di riaddormentarmi. Fortunatamente ci riesco dopo pochi minuti, ma sono costretta a svegliarmi una seconda volta, sempre a causa di quel medesimo e ridondante rumore, si ripresenta quasi ad intervalli regolari. Non riuscendo più a sopportarlo, decisi di alzarmi subito dal letto. Il sole è appena spuntato, e baciandomi la pelle, fa capolino fra le nuvole. Mi alzo quindi in piedi, con un singolo pensiero che vaga naufrago nella mia mente. Lo strano ed insolito rumore che ho sentito l’altra notte, mi ha davvero fatto preoccupare, ragion per cui, oggi ho deciso di far luce su questo mistero. Il mio primo pensiero fu di controllare la stanza di mia figlia Destiny, poiché dopo un’attenta analisi, un’acuta osservazione, ed un arguto ragionamento, compresi che la sua cameretta era il luogo da cui quello strano rumore proveniva. Avvicinandomi alla porta della stessa, notai che era socchiuso. Stringendomi nelle spalle, decisi di non dar peso a questo piccolo dettaglio, presumendo di averla lasciata aperta per puro caso. Dopo alcuni secondi, la spinsi dolcemente, decidendo quindi di entrare. Non appena lo feci, un minuscolo dettaglio mi colpì, attirando quindi la mia attenzione. Difatti, rimasi basita nell’assistere allo scenario che avevo davanti. La finestra della stanza era aperta, e mia figlia non era nel suo letto. Iniziando seriamente a preoccuparmi, lasciai la stanza, scegliendo di dirigermi in cucina, dove fortunatamente trovai sia Julius che  mia madre. “Destiny è sparita.” Dissi, con la voce corrotta dallo spavento. “Cosa?” dissero all’unisono entrambi, assumendo quindi inconsapevolmente il mio stesso stato d’animo. “È sparita.” Ripetei, tentando di sostituire la mia espressione spaventata con una seria. Subito dopo, con il solo utilizzo dello sguardo, convinsi Julius a seguirmi fino alla camera di Destiny. Camminavo nell’ampio corridoio, e la mia paura per tale da far sembrare la strada più lunga ad ogni passo. Quando finalmente raggiungemmo la stanza di nostra figlia, Julius fu il primo ad entrare. Dopo una manciata di interminabili secondi, lo sentii chiamare il mio nome. Senza perdere un istante, decisi di raggiungerlo. “Guarda.” Mi disse, indicando il letto di nostra figlia. Quasi istintivamente, mi inginocchiai, iniziando a ispezionare con cura il pavimento al di sotto dello stesso. Con mia grande sorpresa, notai che il mio coniglio Bubbles si era nascosto proprio sotto al letto, e tremava si paura. Con un rapido gesto della mano, lo convinsi a venir fuori dal suo nascondiglio. “Dov’è Destiny?” gli chiesi, dubbiosa. “È stata rapita.” Rispose, con serietà mai mostrata prima. “Come? E da chi?” continuai, esterrefatta dalle sue parole.” “Dall’umana indisponente.” Disse, chiudendo gli occhi in segno di tristezza. “Lo sapevo!” esclamai, furiosa. “Dobbiamo assolutamente trovarla.” Aggiunse Julius, in tono solenne. Essendo pienamente d’accordo con lui, mi limitai ad annuire, lasciando che mi prendesse per mano. Chinandomi, procedetti a prendere in braccio Bubbles, il quale, gemette per il dolore. “Lasciatemi qui.” Disse, lasciando che le sue chiare emozioni corrompessero il suo tono di voce.
Obbedendo quasi istintivamente, lo lasciai subito andare, notando un orribile particolare. Il dorso di Bubbles era solcato da una profonda ferita. Ricordando il primo episodio concernente tale avvenimento, corsi nella mia stanza. Ricordai quindi, che in uno dei cassetti avevo conservato un ramo di Salvia Vitale, che procedetti a strofinare sul dorso di Bubbles non appena lo raggiunsi. Successivamente, lasciai che Julius mi prendesse per mano, lasciandomi condurre da lui fuori casa. Non appena uscimmo, ci mettemmo entrambi sulle tracce di Camille. Sfortuna volle, che non sapessimo dove abitasse, e tale situazione non depose certo a nostro favore, complicando le nostre ricerche. Camminavamo l’uno al fianco dell’altra, sperando di trovare almeno un indizio che avesse potuto condurci dritti da quell’arpia. Dopo alcuni minuti di completo silenzio, passati a vagare senza una meta, decisi di chiudere gli occhi, lasciando che una miriade di ricordi invadesse la mia mente. Fra gli stessi, ne spiccò uno, che mi convinse a riprendere il cammino da dove lo avevo arrestato. Afferrai quindi Julius per un polso. Lui non comprese la velocità e la decisione di tale gesto, ed io non persi tempo a spiegargliela. Di punto in bianco, avevo ricordato l’ubicazione della casa di Camille, e sapevo bene che nulla mi avrebbe fermato dal raggiungerla. Iniziai a correre, senza più badare al povero Julius, il quale, nel frattempo mi aveva lasciato la mano, e faticava a starmi dietro. Non curandomi di tutto ciò, proseguii per la mia strada, arrivando ad imboccare un sentiero poco lontano dalla nostra scuola. Tenevo gli occhi fissi sullo stesso, sapendo che ogni passo mi avvicinava alla mia meta. Dopo venti interminabili minuti di cammino, scorsi una casa circondata da un giardino affatto rigoglioso. Ogni singola pianta appariva appassita o morente, e l’unica ancora in vita era un arbusto di quelle che mi sembrarono more. Avvicinandomi a quella casa, bussai alla porta, non potendo controllare la vena di rabbia che avevo tentato di sopprimere e nascondere in tutto quel tempo. Ad ogni modo, non fui affatto sorpresa quando Dustin, marito della serpe bruna, aprì lentamente la porta, tentando perfino di apparire amichevole. “Che cosa avete fatto a mia figlia?” chiesi, ben sapendo che la collera si era ormai impadronita di me, e che le mie mani tremavano a causa della stessa. “Sta tranquilla, non le abbiamo torto un capello.” Rispose in tono calmo, procedendo a chiamare sua moglie. Dopo alcuni secondi di attesa, sentii la rabbia ribollirmi dentro. In quel preciso istante, trovai davanti ai miei occhi quell’arpia, che teneva in braccio mia figlia, impedendole di ribellarsi e raggiungermi. Rimanendo perfettamente immobile, osservavo il terrore negli occhi della povera Destiny, notando poi qualcosa che mi sconvolse. Aveva il viso solcato da una ferita, che fortunatamente non appariva profonda, e la stessa era presente anche sulla sua mano destra. I segni lasciati da quest’ultima, erano pressoché simili a quelli di una bruciatura. “Lasciala subito andare!” urlai, rivolgendomi a Camille. La stessa, obbedì senza parlare, lasciando quindi che fossi io a prendere in braccio Destiny. Subito dopo averlo fatto, la strinsi a me, nel mero tentativo di lenire il dolore causatole dalle ferite. Sapevo bene che mia figlia era terrorizzata, ma per qualche strana ragione, sembrava che il tocco delle mie mani la calmasse, inducendola quindi a sorridere e provare felicità. “Cosa le avete fatto?” indagai, con sguardo glaciale e voce carica di rabbia nei confronti di quell’ignobile arpia. “Le abbiamo mostrato cos’è la sua vita. Un vero inferno.” Rispose, terminando il discorso con una sarcastica e acida risata che non mi piacque affatto. In preda alla collera, fissai il mio sguardo su di lei. Pochi istanti dopo, vidi Julius tentare di frapporsi fra me e lei, rivolgendole una frase che non dimenticherò mai. “Sta lontana dalla mia famiglia.” Una frase che per alcuni potrebbe sembrare completamente ordinaria, ma che visti i nostri trascorsi non lo era per me. Quelle parole, assumevano ora un significato profondamente diverso dall’originale. Le stesse, potevano voler dire solo una cosa. Julius teneva davvero a me e alla nostra famiglia, e mentre tornavamo a casa, fra un passo e l’altro ebbi modo di riflettere. Arrivai quindi alla più logica delle conclusioni, secondo la quale, avrei sempre potuto contare sull’appoggio di Julius. Lui amava davvero la sua famiglia, e durante il cammino verso casa, fui davvero felice di sapere di farne parte.

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