Il segreto della musica – CAPITOLO X

Identità nascoste

La pioggia ha ormai smesso di scrosciare, e il cielo ospita il raggiante sole, che asciuga il prato del mio giardino pregno di rugiada. Una lucertola si scalda grazie alla potenza e al calore dei suoi raggi, concedendosi una pausa dal suo intenso ritmo di vita. Sto ancora dormendo, ma vengo svegliata dallo zigare del mio coniglio. Quel verso quasi impercettibile, basta a risvegliarmi dal sonno in cui sono caduta alcune ore prima. Mi strofino controvoglia gli occhi ancora assonnati e cisposi, e sbadiglio appannando il vetro della mia finestra. Parte del mio rituale mattutino, consiste nell’ammirare la bellezza del paesaggio per alcuni minuti, in modo da  riuscire a trarre ispirazione per i miei disegni. Quello odierno, tuttavia, non sembra essere poi così diverso da quello su cui poso il mio attento sguardo ogni giorno. Aprendo la finestra, non vedo altro che il mio meraviglioso giardino, perfettamente curato e rigoglioso. Ogni singolo fiore sembra avere il suo posto nel prato, i cui esili fili d’erba rilucono a causa della rugiada. Ciascuna goccia, sembra avere l’aspetto di una piccola ma preziosa gemma. Sbadigliando per una seconda volta, respiro a pieni polmoni, lasciando che la fresca e incontaminata aria mattutina agisca sul mio umore. Ad essere sincera, sono ancora preoccupata e confusa dalle parole di Julius, il quale, dopo averle pronunciate, ha velocemente cambiato l’argomento di conversazione, quasi a non volere che io mi insospettissi. Per sua grande sfortuna, il sotterfugio da lui architettato non ha avuto effetto, ed io non ho potuto fare a meno di impensierirmi. In pochi minuti, sono pronta per la scuola, e afferrando il mio zaino, esco subito di casa. Subito dopo, inizio a camminare verso la mia meta. Sono completamente concentrata sul mio cammino, che viene interrotto da un rumore di passi alle mie spalle. Mi volto quindi di scatto, notando la snella e slanciata figura di Julius avvicinarsi. Rimango immobile finchè non mi si affianca, e solo in quel momento riprendo a camminare. Julius mi saluta affettuosamente, appoggiando una mano sulla mia spalla. “Come stai?” mi chiede, sorridendo. “Bene.” Gli rispondo, sorridendo a mia volta. “Scusami ancora.” Aggiunge, mutando incredibilmente il tono della sua voce. La guardai per un attimo negli occhi, e dopo aver capito a cosa si riferiva, feci segno di no con la testa, così da fargli capire che non c’era alcun problema. Alla fine di quella conversazione, riprendemmo il nostro cammino l’uno al fianco dell’altra. Ad un tratto, Julius mi prese per mano, e potei letteralmente giurare di sentire i nostri battiti cardiaci sincronizzarsi. Pur notando tale particolare, decisi di non proferire parola, tacendo per il resto del nostro cammino fino a scuola. Quando finalmente arrivammo in classe, occupammo diligentemente i nostri posti, preparandoci ad iniziare la lezione di arte. Dopo aver preso il mio blocco da disegno dal mio zaino e averlo poggiato sul banco, tirai fuori una matita dal mio astuccio, e iniziai subito a disegnare. Rispettando la consegna della signorina Silver, secondo la quale avremmo dovuto realizzare un disegno che rappresentasse le nostre emozioni, disegnai un ritratto di mio padre. Lo scelsi come soggetto del mio disegno, poiché volevo che la mia ansia e la mia tristezza svanissero una volta per tutta. Sfortunatamente, quel ritratto riportò alla mia mente migliaia di ricordi. Difatti, ripercorsi mentalmente la mia infanzia, ripensando a tutti i meravigliosi momenti passati con mio padre. Una purpurea lacrima mi solca il volto, e Julius ha cura di asciugarmela con un fazzoletto, che provvede a nascondere nella tasca del suo giubbotto, quasi a non volere che i compagni se ne accorgessero. Essendo una Figlia della Musica, posso affermare di essere in tutto e per tutto diversa dai semplici umani. Per tale ragione, perfino le mie lacrime sono dissimili dalle loro. Nei momenti di estrema tristezza, infatti, noi Figli della Musica versiamo lacrime insanguinate. “Non piangere, Crystal. È davvero un bel disegno. Mi disse Julius, accarezzandomi dolcemente una guancia. “Grazie.” Rispondo, tirando su col naso. “Adesso calmati, e vieni con me.” Aggiunge, prendendomi delicatamente la mano. Senza protestare, lascio che Julius mi conduca nel cortile della scuola, che attraversiamo per giungere in un angolo più arioso e tranquillo. “Perché mi hai portata qui?” gli chiedo, guardandolo negli occhi. “Ho qualcosa da dirti.” Risponde, in tono stranamente glaciale e serio. Ascoltandolo, non proferisco parola, invitandolo quindi a proseguire il suo discorso con un cenno del capo. “Crystal, tu non lo sai, ma io sono come te.” Disse, stringendomi forte le mani. Non sapendo cosa dire, rimango muta come un pesce. “Non te l’ho detto in tutto questo tempo, ma è proprio così. Io e te siamo uguali, Crystal.” “Cosa? Non riesco a crederci!” ho la sola forza di rispondergli, ben sapendo che la confusione ha ormai preso il sopravvento su di me. “Capisco il tuo smarrimento. Se vuoi posso anche dimostrartelo.” Disse, spostando il suo sguardo sulle mie candide e tremanti mani. Con estrema delicatezza, mi sfiora quindi la mano destra. “Cosa senti?” mi chiede, riaprendo gli occhi, chiusi fino a quel momento. “Pace.” Rispondo, sorridendo al suo tocco. “Adesso mi credi?” aggiunse, aspettando una mia risposta. Guardandolo negli occhi, e venendo rapita dal suo sguardo, mi limitai ad annuire. Subito dopo, lasciai che mi prendesse per mano. Così, l’uno al fianco dell’altra, attraversammo gli ampi corridoi scolastici fino a tornare nella nostra aula. Non appena rientrammo, la campanella suonò, segnando la fine dell’intervallo, e l’inizio della quarta ora di lezione. Tale ora, sembrava essere letteralmente infinita. I lunghi minuti che la componevano parevano non passare mai, e l’orologio appeso al muro dell’aula sembrava essersi fermato. Tranquillamente seduta al mio posto, maschero la mia mortale noia prendendo accuratamente appunti riguardo all’odierna lezione di geometria. Scrivo in silenzio, volendo evitare di disturbare i miei compagni. La mia concentrazione viene improvvisamente spezzata da un insolito bisbiglio alle mie spalle. Due ragazze sedute in fondo all’aula, chiacchierano fra di loro. Non possedendo una verve polemica, decido di provare ad ignorarle, anche se il loro continuo bisbigliare mi arreca fastidio. Per tale ragione, mi volto subito, tornando a fissare il mio quaderno pieno di fitti appunti scritti a mano. Le mie due compagne sembrano non avermi notata, e continuano imperterrite a parlare fra di loro. Faccio quindi del mio meglio per concentrarmi sulla lezione, non riuscendoci unicamente a causa loro. Ad ogni modo, mantengo la calma, ed evito di scompormi. Distraendomi, finisco per ascoltare i loro discorsi. Con mia grande sorpresa, scopro che stanno parlando di Camille. Silenziosamente, mi chiedo cosa vogliano da lei, e mi volto a guardarle. Inaspettatamente, entrambe si accorgono di me, e smettono subito di parlare. Notando la mia distrazione, Julius mi afferra il polso, chiedendomi di guardarlo. “Lasciale stare. A quanto sembra non ti vogliono intorno.” Mi dice, stringendomi la mano. Subito dopo, mi regala un ampio e luminoso sorriso. La sua calma finisce per contagiarmi. Difatti, da quel momento in poi, i problemi sembrano non toccarmi. Le due ragazze alle mie spalle possono parlare di tutto ciò che vogliono, poiché a me non interessa minimamente. All’improvviso, una speranza si accende nel mio cuore, e un pensiero si fa largo nella mia mente. Finalmente ho capito qualcosa di davvero importante. Julius è un ragazzo splendido, l’unica persona che abbia saputo risollevarmi il morale dopo la scomparsa di mio padre. Mentre lascio che questi dolci pensieri galleggino nella mia testa come le frizzanti bollicine di una bibita gassata, ignoro il penetrante e fastidioso suono della campanella scolastica. Solitamente, la stessa funge da distrazione, ma stavolta non è così. Ora come ora, infatti, la mia felicità è tale da non poter essere rovinata in alcun modo. Intanto, l’ultima ora di scuola giunge al termine. Senza alcuna fretta, sistemo i miei libri nel mio zaino, impilandoli quasi simmetricamente. Subito dopo, afferro il mio zaino, dirigendomi verso l’uscita della scuola. Credo ingenuamente di essere sola, tardando quindi ad accorgermi che Julius è ancora al mio fianco. Con grande gentilezza, si offre di accompagnarmi a casa, ed io accetto di buon grado. Dopo essere usciti da scuola, ci incamminiamo. Durante il tragitto verso casa mia, scambiamo qualche parola, inevitabilmente seguita da sorrisi e risate. In poco tempo, raggiungo casa mia, e mi trovo costretta a salutarlo. Sono quindi pronta a farlo con un semplice gesto della mano, che lui interrompe inaspettatamente, baciandomi. Mi sciolgo dal suo forte ma romantico abbraccio dopo poco tempo, avviandomi verso la porta di casa mia. Estraendo la chiave dalla tasca della mia giacca, la apro subito, salutandolo con un gesto della mano. “Ci vediamo domani.” Mi dice, prima che riesca a entrare in casa. Mi volto nuovamente nella sua direzione, lasciando che le mie labbra si dischiudano in un meraviglioso sorriso. Mentre richiudo lentamente la porta, lascio che la felicità abbia la meglio su di me. Per alcuni, la frase che mi ha rivolto potrebbe sembrare semplice e priva di significato, ma per me non è affatto così. Difatti, tale frase è una solenne promessa, che a mio parere, Julius manterrà sicuramente.

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