Il segreto della musica – CAPITOLO VIII

Rivelazioni pericolose

Per qualche strana ragione, quest’oggi un alone di mistero aleggia su Shady Point. Un’umida nebbia permea l’aria. Il minaccioso e freddo vento sibila come un flessuoso e venefico serpente. Il sole, intimidito e nascosto dalla fitta coltre nebbiosa, non splende come è solito fare. Delle nere nuvole prendono quindi il posto del sole stesso, celandolo alla mia vista e impedendogli di brillare. Tristi e fredde gocce di pioggia iniziano lentamente a cadere, abbattendosi sul terreno. Come ogni mattina, vengo accompagnata a scuola da mia madre. La pioggia batte sul parabrezza, scivolando quindi sui finestrini dell’auto. Le gomme della stessa slittano sull’asfalto bagnato. Mia madre ha gli occhi fissi sulla strada, e non osa distrarsi per alcuna ragione. Guardo quindi fuori dal finestrino, mantenendo un religioso silenzio. Il panorama che ho dinanzi è davvero deludente. Non vedo altro che pioggia e nuvole. Sono certa che un temporale avrà inizio da qui a poco. sospirando, sposto il mio sguardo sull’umido asfalto, che scivola via mentre viaggio verso la mia scuola. Un improvviso lampo squarcia il cielo, e la luminosità dello stesso mi costringe a chiudere gli occhi. Nel mero attimo in cui decido di farlo, sento un rumore sordido, simile ad un tonfo. Riaprendo gli occhi, scopro che mia madre ha fermato l’auto. Il freddo ci impedisce di proseguire. Dopo pochi istanti di attesa da parte mia, noto che mia madre tenta di rimettere in moto la macchina. Il motore sembra essersi letteralmente congelato, e tutto ciò può significare soltanto una cosa. L’auto di mia madre è in panne. Ora come ora, c’è soltanto una strategia da attuare. Devo assolutamente trovare un altro modo per arrivare a scuola. Ad ogni modo, in questo preciso istante, non riesco a formulare nessuno stratagemma. Generalmente, le mie capacità logiche sono incredibili, ma sembra che le mie competenze siano appena state completamente azzerate. Quello che ora stiamo affrontando, non è che un semplice imprevisto, che sta tuttora confondendomi. Nella mia testa c’è ora un solo pensiero. So bene che in un modo o nell’altro, devo superare questo scoglio. Guardando per un attimo fuori dal finestrino, mi accorgo di essere vicinissima alla mia meta. Scusandomi con mia madre, apro velocemente la portiera, scendendo quindi dalla macchina per recarmi verso la scuola. “Dove vai?” mi chiede mia madre, tenendo gli occhi fissi su di me. “A scuola.” Rispondo, camminando senza voltarmi. “Crystal, fa troppo freddo!” urla mentre mi allontano, nella vana speranza di essere sentita. In quel momento, non posso fare altro che ignorare le suppliche di mia madre, che continua a chiedermi di tornare indietro. Quella che ora mostro, non è ribellione o intolleranza alle regole, bensì decisione. Ho fissa in mente una meta ben precisa, che intendo raggiungere ad ogni costo. Ora come ora, la scuola è l’unico posto in cui posso incontrare Julius. Dopo le ultime giornate passate insieme a lui, sento davvero un forte e insopprimibile bisogno di parlargli. Dopo tutto questo tempo, sento di aver finalmente trovato il coraggio di confessarmi a lui. I miei sentimenti per lui sono davvero forti, e io non riesco più a tenere questa verità ancorata al mio animo. Il mio incurabile stato di malessere è svanito, e io credo che sia solo grazie a lui. Dopo alcuni interminabili e incalcolabili minuti, raggiungo finalmente la mia destinazione. Finalmente al riparo dal freddo, cammino spedita nei corridoi scolastici. Raggiungo quindi in tutta fretta la mia aula, entrandovi senza esitare. La scena che ho davanti mi allibisce. Ho ormai aperto la porta dell’aula, ma la mia mano sta ancora esercitando una ferrea presa sulla maniglia della stessa. Lasciandola subito andare, e fingendo noncuranza che in realtà non provo, vado a sedermi al mio posto. “Dov’è Julius?” sussurro, rivolgendomi a Sophia. La stessa, non fa uso delle parole per rispondermi, limitandosi quindi a scuotere il capo. Evidentemente, non ha la più pallida idea di dove sia. Spostando il mio sguardo su Jamie, le pongo la stessa domanda. Quasi a voler imitare Sophia, Jamie si stringe nelle spalle, lasciandomi intendere che non sa nulla di Julius. Le ore scolastiche sembrano infinite. Intanto, mentre i minuti che compongono la giornata odierna sembrano trascinarsi a fatica in quest’arco temporale apparentemente infinito, Camille continua a lanciarmi occhiate che non lasciano trasparire alcuna emozione. Ha le gote arrossate per via del freddo, e non sembra volermi staccarmi gli occhi di dosso. Posando lo sguardo sul mio libro di biologia, materia che peraltro amo quasi quanto l’arte, tento di ignorarla. Mentre mi immergo nella lettura, Jamie mi sussurra qualcosa all’orecchio. Ad ogni modo, non riesco a capire ciò che ha dirmi. Le fitte pagine che sono intenta a leggere, bastano a lasciare che io mi estranei da ciò che mi circonda. La campanella dell’intervallo suona, disturbando il mio udito e i miei pensieri. Ora come ora, sono impegnata a rimettere a posto le mie cose. Mi impegno quindi a riporre ogni mio libro all’interno del mio zaino. Per fare ciò, sono costretta ad abbassarmi, finendo quasi per nascondermi sotto al banco. Alcuni minuti dopo, una lunga e sinuosa ombra si staglia su di me. Alzando lentamente lo sguardo, scopro che Camille ha gli occhi fissi su di me. Quel suo sguardo così glaciale non promette nulla di buono. Non sono tuttavia dell’umore per discutere con lei. “Che cosa vuoi da me?” le chiedo, sprezzante. “Niente, soltanto il tuo diario.” Risponde, a muso duro. “Non lo avrai mai!” finisco per urlare, alterandomi di colpo. Dopo averle risposto, mi alzo in piedi, con la ferma intenzione di dirigermi verso il cortile della scuola. La pioggia ha smesso di scrosciare, e sono certa che il tiepido sole, unito alla leggero e fresco vento primaverile, mi calmerà i nervi. Arrivata in cortile, appoggio pigramente la schiena contro un muro, iniziando a leggere alcune pagine di uno dei miei romanzi preferiti. Con il solo movimento degli occhi, scorro i neri caratteri impressi sulle pagine innumerevoli volte. La mia lettura, viene tuttavia interrotta per la seconda volta da Camille. “Sto aspettando, Collins.” Disse, chiudendo il mio libro con un gesto della mano e facendolo finire per terra. “La tua attesa non avrà fine, poiché io non ho alcuna voglia di parlarti.” Risposi, abbassandomi per riprendere il mio libro. “Non te la caverai tanto facilmente! I Rinnegati come me sanno tutto sul tuo conto!” Urlò, mentre io mi allontanavo spedita. Mentre camminavo, venni ad ogni modo colpita dall’ultima frase che pronunciò. Non capivo infatti, cosa intendesse con quelle parole. Non avevo la minima idea del perché Camille fosse così in collera con me, né conoscevo il motivo per il quale si definiva una Rinnegata. Ad ogni modo, feci del mio meglio per non badare a tale dettaglio, che non potevo tuttavia, definire insignificante. Compresi, per mezzo di un ponderato ragionamento, che tale rivelazione doveva avere una sicura correlazione con il mio vero essere. Ad ammetterlo, essendo quindi totalmente sincera, Camille non mi è mai piaciuta. Non l’ho mai vista granchè di buon occhio, né ho mai tentato di instaurare con lei un rapporto di amicizia. Un mio negativo presentimento, mi suggerisce che quella ragazza sarà per me soltanto fonte di problemi. La campanella suona, distraendomi dai miei pensieri e riportandomi alla realtà. Anche questa giornata scolastica ha appena avuto fine. Ora come ora, cammino lentamente per i corridoi scolastici, con la precisa intenzione di dirigermi verso l’uscita. Il mio cammino viene bruscamente interrotto da Jamie e Sophia. “Vuoi venire con noi?” mi chiedono, quasi all’unisono. Guardandole negli occhi, sospiro. “Mi dispiace ragazze, oggi ho da fare.” Rispondo, dando velocemente loro le spalle. Pur non avendo chiara l’espressione dei loro volti, riesco comunque a percepire la loro grande perplessità. Accelerando il passo, tento di non badare alle mie due amiche, che ora sono impegnate a scambiarsi sguardi colmi di incredulità. Visto il contrattempo e lo spiacevole incidente di stamattina, sono costretta a tornare a casa a piedi. Sopporto quindi il pungente freddo, stringendomi nella mia giacca, così da impedire la perdita del mio ormai esiguo calore corporeo. In poco tempo arrivo a casa, ancora tremante ed infreddolita. Salutando mia madre, mi libero della mia giacca, preferendo scaldarmi davanti al caminetto. Sprofondo quindi nella comoda poltrona accanto allo stesso, lasciando che il silenzio regni sovrano nel salotto di casa. Ora come ora, non si ode neppure il ronzio di una mosca. Il silenzio che mi avvolge, diviene presto assordante. Un acuto dolore alla testa mi costringe ad alzarmi in piedi. Compio tale azione così velocemente da destare la preoccupazione di mia madre. La stessa, si limita a guardarmi, confusa per quanto è appena accaduto. Evitando di rompere il silenzio creatosi fra di noi, la rassicuro scuotendo il capo e mostrando un debole e mellifluo sorriso. Subito dopo, mi accorgo che non mi resta alternativa dissimile dal dileguarmi, quasi arrossendo per la vergogna. Salendo in fretta le scale, mi precipito nella mia stanza. Apro quindi la porta, sbattendola senza volere. La mia camera è pulita e in ordine, proprio come ricordo di averla lasciata al mattino. Entrandovi, apro subito la gabbia di Bubbles, svegliandolo dal suo sonno. “Si può sapere cosa vuoi?” mi chiede, sbadigliando. “Bubbles, devi aiutarmi.” Gli rispondo, in evidente stato di preoccupazione. “Si tratta di Camille, ed è davvero importante.” Aggiungo, ignara di essere ignorata. “Non è altro che una semplice umana.” Risponde, chiudendo gli occhi e assumendo un’aria che gli conferiva profonda saggezza. In questo preciso istante, vorrei davvero trovare le parole per rispondergli, ma la mia ricerca si rivela vana, poiché un senso di impotenza fa sì che ogni mia frase sia destinata a morirmi in gola. Non riesco quindi a parlare, ed i miei sguardi increduli e attoniti, sono ora la mia unica via di comunicazione. Bubbles rimane immobile a guardarmi, non degnandomi di ulteriore risposta. Stranita dal suo comportamento, lascio subito la mia stanza, per tornare a sedermi in poltrona. Spero che il tepore del caminetto in questa giornata invernale, riesca ad alleviare la mia ansia. Ora come ora, non so davvero cosa pensare. Sin da quando ero bambina, mi è stato insegnato a fidarmi sempre ciecamente dei consigli del mio famiglio, ma visto quanto mi sta accadendo, tale compito sarà davvero arduo da portare a termine. Il dubbio legato alla probabile scoperta di una nuova informazione, unito alla mia incertezza riguardo ai muti discorsi del mio cuore, mi confondono, rimescolandosi nella mia testa come torbida acqua marina. Non mi resta quindi che chiudere gli occhi, sperando di far svanire ogni preoccupazione. Ad ogni modo, non importa quanto grande sia l’impegno profuso, poiché in questo preciso momento, tali memorie sembrano essere incancellabili. Avendo ormai raggiunto lo stremo delle forze, finisco per addormentarmi placidamente. Ad ogni modo, il mio sonno è interrotto più volte. La moltitudine di ricordi che si confonde nella mia mente, mi agita, tenendomi quindi sveglia. Intanto, ammiro l’aurora dalla finestra del salotto, che solletica la mia vista, inducendomi a sfregarmi gli occhi. È ormai mattina, e ogni possibilità di passare una notte tranquilla è ora svanita.

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