Il segreto della musica – CAPITOLO III

Un evento ingiusto

Il tempo scorre inevitabilmente, e un altro intero mese della mia giovane vita è ormai giunto al termine. Lo stesso, è stato pieno di momenti belli e luminosi ma ad ogni modo, quelli bui hanno sempre soppiantato questi ultimi. Tranquillamente seduta nel salotto, sto ammirando delle vecchie foto di famiglia. Ogni membro della mia famiglia è presente in esse, e secondo mia madre, sono preziosi ricordi da conservare gelosamente, in modo che un giorno, guardarle facendo un passo indietro nel tempo, mi renda felice. Quello di cui mia madre è ancora all’oscuro, è che i sorriso da me mostrati mentre osservo quelle vecchie foto, sono falsi e melliflui. Per qualche strana ragione, un bruttissimo presentimento si sta lentamente insinuando nella mia mente. Con la stessa lentezza, anche i miei sorrisi stanno svanendo. La mia felicità sta scemando, e non più la forza di fingere. Poso la foto di famiglia che sto ammirando sul tavolo, e senza dare alcuna spiegazione a mia madre, salgo velocemente le scale per tornare nella mia stanza. Una volta arrivata, mi lascio cadere sul letto. Non riesco a sopportare tutto quello che mi sta accadendo. Mio padre è da tempo ormai immemore gravemente malato, e ho la netta sensazione che la sua vita, proprio come quella di tutti noi, sia appesa ad un filo sottile, che presto finirà per spezzarsi. Tentando di scacciare tale orribile pensiero, mi avvicino alla gabbia del mio coniglio Bubbles, e dopo averla aperta, lo prendo in braccio, iniziando ad accarezzarlo. Mentre sono nell’atto di farlo, chiudo gli occhi, nel tentativo di liberare la mente. Dopo qualche minuto, sento la porta della mia stanza aprirsi, e guardando in direzione della stessa, scopro che ad aprirla è stato mio padre. “Tua madre mi ha raccontato tutto. Cosa ti succede?” mi chiese, guardandomi negli occhi. “Niente. Sono solo nervosa.” Rispondo, evitando di incrociare lo sguardo di mio padre. “Crystal, ammettilo. Il tuo non è nervosismo. Mi nascondi qualcosa?” continuò mio padre, in tono serio e perentorio. “Va bene, il problema sei tu.” Gli rispondo, leggermente stizzita. “Cosa vuoi dire?” mi chiede, stranito dalle mie parole. “Io e te siamo uguali, eppure non ho ancora capito nulla del mio vero essere. Devi aiutarmi!” gridai, senza accorgermi che un fiume di lacrime mi stava inondando il viso. “Devi calmarti, ti aiuterò io. Prendi il tuo diario.” Disse mio padre, sorridendomi. Senza proferire parola, mi alzai lentamente in piedi, e feci quel che mi era stato chiesto. Dopo averlo preso, lo aprii senza neanche pensarci. “Crystal, devi sapere una cosa. Ci sono tanti segreti che non ti ho rivelato su noi Figli della Musica. Promettimi solo che di volta in volta li raccoglierai in questo diario.” Mi disse, regalandomi un sorriso. Guardando mio padre negli occhi, mi limito ad annuire. Lo stesso, mi stringe in un abbraccio, e subito dopo lascia la mia stanza. Lo guardo allontanarsi e chiudere lentamente la porta, lasciando che il mio sguardo parli per me. Sono davvero grata a mio padre. Essendo una persona davvero comprensiva, riesce sempre a risollevarmi il morale. Ad ogni modo, do un rapido sguardo all’orologio del mio cellulare, accorgendomi che ho pochissimo tempo per prepararmi ad una nuova mattinata scolastica. Fortunatamente, ho giocato d’astuzia, riponendo anticipatamente nel mio zaino i libri che mi servono. Lo stesso discorso, vale per i miei vestiti. Difatti, indossarli è un’azione che non mi porta via molto tempo. Prima di uscire dalla mia stanza, mi assicuro di rimettere Bubbles al sicuro nella sua gabbia, chiudendola con attenzione. Dopo averlo fatto, scendo velocemente le scale, raggiungendo la porta di casa. Ormai pronta per andare a scuola, chiedo a mia madre di accompagnarmi come di consueto, e la stessa accetta senza esitare. Durante il viaggio, non oso parlare, poiché troppo concentrata a rileggere i miei appunti di matematica. Oggi ci sarà compito in classe, e pur avendo studiato, mi concedo un veloce ripasso delle nozioni apprese. Vista la situazione, i miei voti in matematica devono assolutamente migliorare. Dopo qualche minuto, mia madre mi avverte che è arrivata l’ora di scendere dalla macchina. Evitando inutili proteste, chiudo il mio quaderno, e dopo averlo rimesso velocemente nel mio zaino, scendo subito dall’auto. Subito dopo, inizio a correre verso la scuola, sperando di non arrivare in ritardo. Non appena varcai il cancello, iniziai a cercare la mia aula, riconoscendola subito. Aprii quindi la porta senza esitazioni, scoprendo, con mia grande sorpresa di essere ancora in tempo per l’inizio della lezione. Tutti i miei compagni erano presenti, e sembrava che l’unica assente all’appello fossi io. Mi scusai per il ritardo, ringraziando il professore della sua clemenza. Subito dopo, andai a sedermi, scoprendo che la mia precedente supposizione era errata. Difatti, l’unica alunna assente non ero io, ma bensì Sophia. Generalmente occupa il posto accanto al mio, ma oggi lo stesso è completamente vuoto. Tale situazione lascia che un dubbio sorga spontaneo. Mi chiedo infatti cosa sia potuto accaderle, ma un veloce ragionamento mi porta a credere che si sia semplicemente ammalata. È primavera, e l’allergia al polline di cui soffre, a volte le gioca brutti scherzi. Ad ogni modo, sono felice della presenza dei miei amici Julius e Jamie. Oggi lui ha deciso di sedersi accanto a me, occupando quindi il posto di Sophia. L’ora di biologia volge velocemente al termine, lasciando che quella di matematica abbia inizio. La professoressa entra subito in classe, distribuendo ad ognuno di noi il foglio con la verifica. Non appena lo ricevo, cerco di fare del mio meglio per risolverne i quesiti, ma per qualche strana ragione, i numeri e i simboli matematici mi si rimescolano in testa, finendo per confondermi ancor più di quanto già non sia. In tale situazione, non mi resta che stringere i denti e tentare di applicare le nozioni imparate. Pur provandoci, non riesco tuttavia a risolvere nessuno dei quesiti della verifica. Nel tentativo di chiarirmi le idee, chiedo alla professoressa il permesso di uscire dall’aula, sperando che la pura aria che spira nei corridoi scolastici, mi calmi i nervi. Quando torno in classe dopo pochi minuti, mi accorgo che alcune domande della mia verifica di matematica erano state risolte e corrette. Fino a quel momento, non avevo neppure preso in mano la penna, perciò tale scoperta mi lasciò sbalordita. Spostai per un attimo il mio sguardo su Julius, il quale non poté trattenersi dal sorridermi. “Ne sai per caso qualcosa?” gli chiesi, confusa. “Diciamo che ho deciso di darti una piccola mano d’aiuto.” Rispose, guardandomi negli occhi e regalandomi un luminoso sorriso. Dopo aver ascoltato le sue parole, lo ringraziai sinceramente, promettendogli che sarei riuscita ad andare avanti da sola da quel punto in poi. Durante la mia assenza, Julius si era occupato di circa metà del mio compito. Ad ogni modo, c’era ancora qualcosa che non riuscivo a spiegarmi. Continuavo a chiedermi come la professoressa non si fosse accorta di ciò che aveva fatto Julius. Liberandomi in fretta da quel pensiero, conclusi che in quel momento l’insegnante era sicuramente distratta. Dopo aver tratto quella ponderata conclusione, decisi di lasciar cadere l’argomento, pensando solo a quanto Julius si sia mostrato gentile nei miei confronti. La nostra amicizia ha avuto inizio anni fa. Ci conosciamo infatti da quando eravamo bambini. Proprio come i miei genitori, i suoi sono stati spesso costretti a trasferirsi per motivi di lavoro, e ogni volta che accadeva, avevo sempre paura di perdere uno dei miei migliori amici. La mia buona stella, ha impedito che succedesse, così ora siamo di nuovo compagni di scuola, proprio come ai vecchi tempi. Durante l’intervallo, ossia subito dopo il compito in classe di matematica, abbiamo passato tutto il tempo a parlare. Ci siamo raccontati tutto delle nostre vite, e di quanto le stesse siano cambiate con il tempo. Sono davvero felice di averlo di nuovo accanto. Se gioco bene le mie carte, sperando in un futuro più roseo e gioioso, la nostra amicizia on finirà. Dopo altre due ore di lezione, arriva il momento di tornare a casa. Julius ed io, raggiungiamo quindi l’uscita della scuola insieme, e fra un passo e l’altro, ne approfittiamo per chiacchierare. Una volta uscita da scuola, sfilo il cellulare dalla tasca della mia giacca, e telefono a mia madre. Stranamente, oggi è in ritardo, e voglio andare fino in fondo a questa faccenda. Dopo qualche minuto, risponde finalmente alla mia telefonata. “Crystal, mi dispiace ho avuto un contrattempo, puoi tornare a casa a piedi, vero?” chiede mia madre, rimanendo in silenzio e aspettando una mia risposta. “Certo, nessun problema.” Le dico, salutandola e spegnendo il cellulare. “Che succede?” mi chiese Julius, al quale evidentemente appaio nervosa. “Oggi mi tocca camminare fino a casa.” Gli risposi, con riluttanza. “Se vuoi, posso farti compagnia.” Disse Julius, sorridendo. Accettai di buon grado la sua gentile offerta, iniziando a camminare al suo fianco. La giornata scolastica appena trascorsa, si era rivelata piuttosto pesante, ed ero decisamente stanca. Ad ogni modo, dopo circa una ventina di minuti, arrivai davanti a casa mia. Ringraziando Julius di avermi accompagnata, mi avviai verso la porta d’ingresso. Fortunatamente avevo con me la chiave della stessa, così evitai di bussare. Non appena aprii la porta e misi piede in casa, vidi mia madre. aveva una faccia scura, accompagnata da un’espressione di inequivocabile tristezza. “Cosa è successo?” le chiesi, preoccupata. “Tuo padre, ci ha lasciati.” Rispose, con voce rotta dall’emozione. Subito dopo, la vidi nascondere il viso con le mani, iniziando quindi a singhiozzare disperata. Quasi istintivamente, mi avvicinai a lei, tentando di confortarla. Dopo vari e vani tentativi andati a vuoto, lasciai inconsciamente che la sua tristezza mi contagiasse. Iniziai a piangere senza un lamento, dirigendomi verso la mia stanza. Vi entrai aprendo lentamente la porta. Mi lasciai cadere per una seconda volta sul letto, continuando a piangere. Le mie lacrime cadevano copiose sul mio cuscino, inzuppandolo letteralmente. Tentai di chiudere gli occhi e addormentarmi, ma senza successo. Non riuscivo davvero a crederci. Mio padre, la persona in cui avevo riposto tutta la mia fiducia, con cui avevo passato ogni momento della mia vita, che amavo incondizionatamente, se n’era ormai andata, svanendo come nebbia portata via dal vento. Malgrado i miei numerosi tentativi di farlo, non riuscii a calmarmi. Passai quindi un’orribile notte insonne. Prima di andare a dormire, mi diressi verso il bagno, dove decisi di lavarmi velocemente il viso, nella speranza che l’acqua lavasse via i miei sentimenti e le mie emozioni. Dopo ore di infruttuosi tentativi, riuscii finalmente ad addormentarmi. Il dolore per la perdita di mio padre, mio pilastro di vita, è incancellabile. So bene che lo stesso verrà lentamente lenito dal tempo, e anche se la ferita all’interno del mio gentile animo cicatrizzerà, sarà tuttavia sempre presente.

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