Il segreto della musica – CAPITOLO II

Niente è come sembra

Una nuova giornata ha inizio, e il sole splende nel cielo della mia amata Shady Point. Quella odierna, ha tutta l’aria di essere una giornata completamente diversa dalle altre, per una semplice ragione. Difatti, oggi è il giorno del mio quindicesimo compleanno. I miei genitori, persone molto comprensive, mi hanno dato il permesso di organizzare una piccola festa a casa. “Puoi invitare qualche amica se ti va.” Mi hanno detto. Dopo averci pensato, ho deciso di farlo. Sono andata a scuola come ogni mattina, incontrando Jamie e Sophia in classe come di consueto. Stranamente però, notai che nessuna delle due aveva voglia di parlarmi. Inizialmente, mi interrogai sul perché di tale comportamento, salvo poi decidere di non badarci. D’altronde, sapevo bene di non poterle costringerle a farlo, perciò tentai di ingoiare quest’amaro boccone. Sedendomi al mio posto accanto a Sophia, ebbi cura di levarmi lo zaino dalle spalle, poggiandolo quindi per terra. Prima di farlo, tirai fuori il libro di matematica, aprendolo alla pagina richiesta dal professore. La spiegazione dell’odierno argomento, sembrò andare avanti per un tempo letteralmente infinito, e difatti, non ci volle molto perché la noia finisse per sovrastarmi. Nel mero tentativo di sconfiggerla, inganno il tempo prendendo appunti. Ad ogni modo, la stessa sembra essere un muro invalicabile. Mi impedisce di concentrarmi, ma facendo buon viso a cattivo gioco, mi sforzo per seguire la lezione. “Qualcosa non va?” mi chiede Sophia, tenendo stretta in mano la sua penna e guardandomi negli occhi. “Non è niente, la lezione è solo noiosa.” Le rispondo, alzando gli occhi dal mio quaderno di matematica. Dopo averle risposto, torno a fissare la lavagna. Lo stridio del gesso sulla lavagna stessa, è insopportabile, ma ancora una volta, decido di ingoiare il rospo. Per mia fortuna, anche se dopo un tempo a mio parere infinitamente lungo, la campanella suona, annunciando quindi la fine dell’ora di matematica. Lentamente, rimetto a posto il mio quaderno, riaprendo lo zaino unicamente per tale scopo. Arrivando quasi improvvisamente, il rumore della porta dell’aula che si apre mi fa sobbalzare. Ad ogni modo, mi tranquillizzo quando scopro che ad entrare non è altri che la nostra insegnante di arte, la signorina Silver. Senza perdere un istante di tempo, sale in cattedra, e ci assegna un intero capitolo del libro di testo, che ovviamente, va imparato a memoria. Mentre ascolto attentamente la professoressa, noto Sophia sbuffare per la noia. “Su con la vita. Ti darò una mano io.” Le dico, tentando di rallegrarla. Per mia fortuna, sembro riuscirci abbastanza bene, poiché vedo un sorriso illuminare il volto della mia amica. Volendo evitare di disturbare i miei compagni, apro lentamente il mio libro, facendo attenzione a non deconcentrare Sophia, immersa nella lettura e nella memorizzazione del capitolo assegnato. Contrariamente a lei, che trova l’arte una materia noiosa e poco stimolante, io l’ho sempre amata, sin dai tempi delle elementari. Questa mia naturale propensione per tale materia, mi ha sempre portato a eccellere nella stessa. Difatti, questa è appena la mia prima settimana di scuola, e i miei disegni sembrano già aver incuriosito la Silver. Di norma, la stessa non fa altro che assegnarci pagine e pagine del libro di testo, i cui argomenti vanno imparati e diligentemente esposti durante le interrogazioni. Ad ogni modo, approfitto del silenzio presente nell’aula durante l’ora di arte, per tirar fuori dallo zaino il mio blocco da disegno, per poi lasciare che la professoressa ammiri le mie creazioni. “Ha del talento, signorina Collins.” Mi dice, mentre è intenta a studiare uno dei miei ultimi disegni, raffigurante il paesaggio appena fuori dalla finestra dell’aula. “La ringrazio.” Le rispondo, con un sorriso leggermente imbarazzato. Non appena l’insegnante si allontana da me, per tornare ad occupare il suo posto in cattedra, Sophia posa il suo sguardo colmo di stupore e meraviglia su di me. “Si può sapere come hai fatto? mi chiede, sorpresa. “A fare cosa?” rispondo, stranita. “Crystal, i tuoi disegni sono bellissimi. Come hai imparato a disegnare così bene?” mi chiede, per la seconda volta. “Non lo so, sarà un talento naturale.” Le rispondo, sincera ed educata. Dopo averle risposto, torno a dedicarmi al disegno che ho lasciato in sospeso, con la ferma intenzione di finirlo e passare al mio prossimo capolavoro. Guardandomi mentre sono all’opera, Sophia non può fare a meno di sorridere, e ammettere quindi la sua gelosia. È una ragazza davvero affabile, responsabile e seria, ma nonostante la sua innata serietà, ogni cosa a volte le sembra impossibile. A quanto pare, riesce a cavarsela solo nella risoluzione di complicati problemi o calcoli matematici. Per mia sfortuna, il ridondante suono della campanella rompe il silenzio creatosi nell’aula, così come la mia concentrazione. Comprendendo che l’ora di arte è ormai finita, prendo in mano il mio blocco da disegno, e lo rimetto subito al sicuro nel mio zaino. Nel farlo, finisco per far scivolare fuori il mio diario, che finisce in terra accanto alla mia sedia. Accorgendomene, faccio del mio meglio per recuperarlo in fretta, ma fallisco nel mio intento. Difatti, ho a malapena il tempo di allungare una mano e tentare di riprenderlo, che subito una ragazza alta e bruna lo raccoglie, tenendolo stretto. Silenziosamente, aspetto che lo lasci andare, ma la scena che segue, e alla quale sono costretta ad assistere, mi sbalordisce. Vidi quella ragazza aprire lentamente il mio diario, ed ebbi timore che iniziasse a leggere quanto scritto in quelle pagine. Fortunatamente, si limitò a sfogliarlo, ed io provai una profonda sensazione di sollievo. “Ridammelo subito!” le dissi, in tono serio. “Altrimenti?” chiese, sarcastica. Mentre la guardavo, il mio imbarazzo cresceva insieme alla mia rabbia. Mi alzai subito in piedi, avvicinandomi a lei e stringendole forte il braccio, finchè il dolore causato dalla mia ferrea presa non fece sì che lo lasciasse finalmente andare. Non mi servii delle parole per rispondere, le mie azioni erano ciò che bastava. Una volta ripreso il mio diario, ritornai al mio posto, osservando la ragazza fare lo stesso. Dopo essersi seduta, la stessa mi lanciò un’occhiata carica di odio. La ignorai, volgendo il mio sguardo sul diario, fortunatamente ancora intatto. Lo riposi al sicuro nel mio zaino, in una tasca separata dalle altre. Essendo una ragazza tranquilla e per nulla attaccabrighe, non penso di poter mai riuscire a spiegare la natura del mio gesto nel tentare di riprendermelo, ma evidentemente, la mia determinazione era stata la chiave di ogni mia mossa. Ad ogni modo, dopo pochi istanti, incrociai lo sguardo esterrefatto di Jamie e Sophia. Mi guardavano entrambe fisso negli occhi, mentre l’incredulità era padrona dei loro animi. Dopo una decina di minuti, la campanella suonò, annunciando l’inizio dell’intervallo. Non mi mossi dal mio posto, scegliendo di sfruttare la tranquillità e il silenzio attorno a me per registrare pensieri e avvenimenti nel mio diario. La scrittura, proprio come il disegno, è sempre stata una delle mie attività preferite. Mi aiuta a rilassarmi, a liberare la mente e calmare i nervi. Così, oggi ho deciso di passare il mio tempo a intrecciare parole e frasi, dando libero sfogo ai miei sentimenti. Dopo qualche minuto passato a farlo, richiudo lentamente il mio diario, con la ferma intenzione di rimetterlo nel mio zaino. Improvvisamente, ho un ripensamento. So bene di non volere che nessuno ne legga mai il contenuto, e dopo quello che è successo con quella ragazza, comprendo che c’è un’unica cosa da fare. Decido quindi di alzarmi e uscire in tutta calma dalla classe, raggiungendo in fretta il corridoio. Ora come ora, cammino più lentamente, alla ricerca del mio armadietto. Lo stesso, così come tutti gli altri, è sempre chiuso ermeticamente, protetto da un lucchetto che è possibile aprire solo tramite una combinazione numerica di tre cifre. Ogni studente è libero di impostarne una, a patto che non la dimentichi. Ad ogni modo, con un rapido movimento del polso, apro il mio armadietto, mettendoci dentro il mio diario. Quel metro cubo scarso di spazio, sarà anche piccolo, ma so di certo che nessuno oserà mai curiosare al suo interno. Percorrendo lentamente il corridoio, con la ferma e decisa intenzione di tornare in classe, incontro Sophia. La stessa, mi saluta amichevolmente con un cenno della mano. “Come stai?” mi chiede, curiosa.” “Bene.” Le rispondo in tono tranquillo, guardandola negli occhi. Alla mia risposta, Sophia schiude le labbra in un sorriso. “Jamie mi ha detto che oggi è il tuo compleanno. Auguri.” Mi dice, sempre sorridendo. “Grazie.” Mi limito a risponderle, mentre continuo a camminare verso la nostra aula. Una volta rientrate, ci sediamo al nostro posto senza proferire parola. L’intervallo è appena finito, e ci aspetta una lezione di letteratura. Al solo pensiero, mi lascio sfuggire un sorriso. Un’altra delle mie attività preferite infatti, risulta essere la lettura. Sin da bambina, ho sempre amato i racconti che mia madre soleva leggermi tempo addietro, e tale amore ha finito per trasformarsi in passione. La stessa, mi da modo di espandere il mio vocabolario, aprendo porte su mondi sconosciuti. In classe, sono ormai a tutti nota come Crystal, l’ardito spirito letterario. Ad ogni modo, durante la lezione, Sophia e Jamie mi distraggono per pormi quasi all’unisono, una domanda. “Darai per caso una festa?” mi chiedono, curiose di conoscere la mia risposta. “Ho il permesso dei miei genitori, perciò sì.” Rispondo, sperando di aver soddisfatto la loro curiosità. “A proposito, siete entrambe invitate.” Aggiungo, dopo qualche istante di silenzio. “Non penserai di invitare Camille.” Disse Sophia in tono serio, benché fosse rimasta in silenzio fino a quel momento. “Chi è Camille?” osai chiedere, con aria smarrita. “Quella che ha cercato di rubarti il diario.” Intervenne Jamie dal banco dietro al mio. “Tranquille, non lo farò. Quella ragazza non mi piace affatto, è troppo prepotente e altezzosa per i miei gusti.” Risposi, in tono secco e deciso. “Questo è parlare!” dice Sophia sorridendo. Ponendo fine alla nostra conversazione, torno a concentrarmi sul libro di letteratura e sugli appunti che ero intenta a prendere. L’ora passa veloce, e approfitto della fine della stessa per uscire dall’aula e recarmi per una seconda volta, verso il mio armadietto. In tutta calma, inserisco la combinazione e lo apro, prendendo velocemente il mio diario. Dopo averlo fatto, mi assicuro di chiudere cautamente l’armadietto, accelerando poi il passo che tenevo, così da poter tornare velocemente in aula. Una volta arrivata, torno subito a sedermi. Anche quest’ora scolastica passa in fretta, e prima che me ne accorga, arriva il momento di tornare a casa. Come di consueto, saluto Sophia, che cammina al mio fianco finchè non usciamo entrambe da scuola. Proprio allora, le nostre strade si dividono, poiché io devo raggiungere l’auto di mia madre, e lei la fermata dell’autobus. Entrambi i suoi genitori lavorano, perciò quello è l’unico modo che ha di tornare a casa. Attraversando velocemente la strada, vedo l’auto di mia madre fermarsi nel parcheggio, e raggiungendola, vi salgo senza parlare. Mia madre pensa subito che non mi senta bene, ma io la rassicuro, asserendo che la giornata è stata piuttosto pesante. Ad ogni modo, non appena metto piede in casa, vengo accolta da mio padre, che mi saluta abbracciandomi. “Buon compleanno.” Dice, guardandomi con un’espressione felice dipinta sul volto. La stanchezza mi toglie il respiro e la voglia di parlare, così lo ringrazio limitandomi a sorridergli. Subito dopo, salendo le scale che portano alla mia stanza, vedo i miei genitori scambiarsi una rapida occhiata d’intesa. Il mio unico pensiero è di raggiungere la mia camera, e sono così distratta dallo stesso, che quasi non ci bado. Una volta entrata, lascio cadere per terra il mio zaino, aprendolo semplicemente per riprendermi il diario al suo interno. Sedendomi sul letto, lo apro, e inizio a leggerne mentalmente il contenuto, aggiungendo qualche nuova frase di tanto in tanto. All’interno dello stesso, oltre che i miei pensieri ed i miei sentimenti, sono racchiusi anche molti segreti riguardo al mio vero essere. Vi ho scritto e annotato, infatti, ogni particolare che sono riuscita a carpire da mio padre sui Figli della Musica. La ragione per cui parlo di tale argomento solo ed esclusivamente con lui, è semplice. Mia madre è una mortale, e rivelarle la nostra vera identità sarebbe un errore imperdonabile. Lentamente, mi perdo nella lettura, e con la stessa lentezza, la sera giunge anche a Shady Point. Secondo i miei genitori, non potrebbe esserci momento migliore per organizzare la mia festa. Con inaudita diligenza, hanno scelto di occuparsi loro dei preparativi, e ora l’unica cosa che manca, sono gli invitati. Dopo aver discusso con loro per alcuni minuti, tornai nella mia stanza, e una volta acceso il mio computer, ebbi cura di inviare un’e-mail a tutte le mie amiche, per metterle al corrente della festa. Alle stesse, ci volle pochissimo tempo per arrivare a casa mia. Avevo invitato solo pochi dei miei compagni di classe, fra cui ovviamente, anche Jamie e Sophia. Entrambe, mi salutarono non appena mi videro, consegnandomi i loro regali. Le ringraziai del gesto, andando a riporli sul tavolo del salotto. Assieme ai miei genitori, avevo deciso che li avrei aperti solo dopo che la festa fosse iniziata. Ad ogni modo, passai gran parte della serata a chiacchierare con le mie amiche. Mi divertii moltissimo, poiché sapevo bene di essere letteralmente circondata da persone che mi amavano. Poco dopo, mia madre uscì fuori di casa, raggiungendo me e le mie amiche in giardino, semplicemente per avvisarci che era arrivata per me l’ora di aprire i regali. Felicissima all’idea di farlo, corsi subito dentro casa, e una volta entrata, mi sedetti sul divano, scartando uno per uno, i miei regali di compleanno. Devo ammettere che non ne ricevetti molti, ma ciò non mi importava, stavo passando un bellissimo momento pieno di allegria, ragion per cui, non attribuivo alcuna importanza a tale dettaglio. Sophia e Jamie mi regalarono ognuna un abito diverso, ed io non potei fare a meno di ringraziarle, ma dovetti presto ammettere che i regali più belli, furono quelli dei miei genitori. Mi dissero che da loro ne avrei ricevuti due, e che uno era da parte di entrambi. Procedetti quindi ad aprire il primo, consistente in un bellissimo ciondolo argenteo a forma di nota musicale. Il secondo invece, fu quello che mi rese più felice. Conoscendomi, i miei genitori sapevano bene quanto amassi gli animali, motivo per cui, avevano di comune accordo deciso di regalarmi un coniglio. Era nero come il carbone dalla testa alla coda, e non appena lo vidi, aprii subito la sua gabbietta per accarezzarlo. Sorprendentemente, lo stesso non si spaventò, lasciandomi pazientemente fare. Gli accarezzavo lentamente il dorso, e osservavo gli sguardi pieni di felicità dei miei genitori. “Grazie. È davvero bellissimo.” Dissi, non potendo evitare di sorridere. “Come vorresti chiamarlo?” chiese mia madre, guardandomi negli occhi. Inizialmente, non sapevo cosa rispondere, ma mi bastò spostare lo sguardo su quella fragile e indifesa creatura per capirlo. “Si chiamerà Bubbles.” Risposi, in tono convinto e deciso. Dopo pochi istanti, aprii per la seconda volta la gabbia del mio coniglio, scegliendo di tenerlo in braccio per qualche minuto. Quando finalmente lo lasciai andare, mia madre decise che avremmo dovuto trovare un posto dove tenerlo. “Starà in camera mia.” Risposi, in tono serio. Entrambi i miei genitori si limitarono ad annuire, lasciandomi uscire quindi di casa, così che potessi divertirmi assieme alle mie amiche. Dopo qualche ora, arrivò per ciascuna di loro il momento di tornare a casa, e dopo averle salutate e ringraziate per gli splendidi regali, tornai subito in casa. Vista l’ora tarda, decisi che era arrivato il momento di andare a letto, ragion per cui, mi infilai il pigiama e mi misi sotto le coperte. Per qualche strana ragione, quella notte non riuscii ad addormentarmi. Sapevo di aver passato una bella serata, ma un dubbio si faceva spazio nella mia mente. Non potevo in alcun modo evitare di pensare a quello che sarebbe potuto accadere nel caso in cui mia madre o i miei amici avessero scoperto la verità su di me. Per anni, la mia vita è stata costellata di momenti felici, ma ora so bene di non potermi fidare delle apparenze. Per un’infinita serie di ragioni, sono pienamente consapevole del fatto che la mia felicità potrebbe iniziare a vacillare, o addirittura svanire. Mi è stato ripetuto più di una volta da mio padre, e solo ora capisco di dovergli dare ragione. In un mondo nel quale si è diversi da ogni altro essere vivente, nulla è mai come sembra.

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