Creature della notte – CAPITOLO VI

Umano ma non troppo

Le ore passano, e la splendente luce solare, sembra giocare nel cielo. La stessa, dopo un certo periodo di tempo, è costretta a svanire, cedendo inevitabilmente il posto alla sua gemella, ossia la luce lunare. È di nuovo notte, intorno a me, silenzio e oblio. Sono sveglia, ma immobile nel mio letto, e tengo gli occhi chiusi. Le stelle, occupano prepotenti il cielo, infinita distesa di aria e nuvole. Fattesi più coraggiose, brillano in tutto il loro splendore. D’improvviso, il silenzio viene rotto da un potente ululato. Non riesco, tuttavia, a trovare una possibile spiegazione a tutto ciò. In questa città, abitata sin dalla notte dei tempi, da vampiri, non si è mai visto un lupo in nessuna occasione. È risaputo che siano animali notturni, eppure non riesco a spiegarmi la presenza di una tale bestia, proprio qui a Silverblood. Solitamente, la quiete regna sovrana, ma ora la notte era stata squarciata da quell’orribile rumore, che aveva agito come la spada di un prode e valoroso combattente.  Di punto in bianco sgrano gli occhi, iniziando a tremare. Naturalmente, penso di essere semplicemente infreddolita, ma presto, mi accorgo di sbagliarmi. La paura si impossessa di me, impedendomi ogni movimento. Lotto contro la mia immobilità, facendo uno sforzo per alzarmi e andare a guardare, anche se solo per un attimo, fuori dalla finestra. Improvvisamente, noto due occhi di un giallo quasi aureo, brillare nel buio. Mortalmente spaventata da quella visione, indietreggio barcollando. Fortunatamente, anche se solo per poche ore, riuscii a dormire. Quando mi svegliai, era già mattina. Una volta scesa dal letto, cammino frastornata per la mia stanza, finché non riesco ad uscirne. Dopodichè, mi dirigo lentamente in cucina, dove auguro buongiorno a mia madre e mia sorella. Quest’ultima, è intenta a bere del latte da un bicchiere di vetro, che quasi le cade di mano. Accortasene, Jennifer lo stringe con più forza, assicurandosi di poggiarlo sul tavolo una volta finito di bere. Abbassando il mio sguardo per evitare di incrociare i loro, decido di saltare la colazione, e andare quindi, dritta a vestirmi. Come al solito, quest’azione non mi ruba molto tempo. In quella grigia mattinata, Jennifer ed io ci recammo, come di consueto, a scuola. per l’ennesima volta, ci accorgiamo di essere in anticipo. Decidiamo quindi, di raggiungere la nostra classe, dove troviamo la professoressa Harrison, completamente sola, ad aspettarci. “Buongiorno ragazze.” Esordì amichevolmente, aspettando che le rispondessimo. Quella mattina, non avevo alcuna voglia di parlare. Dopo aver scoperto il crimine di cui si era macchiata, la mia rabbia era tale da avermi ridotto al totale mutismo nei suoi confronti. Mi limitai, infatti, a fissarla senza rivolgerle la parola. “Qualcosa non va?” chiede lei, guardandomi. “Non è niente, ha solo dormito poco.” Prorompe mia sorella. Subito dopo aver sentito le parole di Jennifer, la Harrison annui. Subito dopo, un sorriso le illuminò il volto. “Oggi conoscerete un vostro nuovo compagno.” Annunciò. Tornando a guardarla, abbozzai un debole sorriso, fingendo interesse per ciò che aveva detto.  Durante la discussione mia e di Jennifer con la professoressa, la classe aveva iniziato a riempirsi, fin quando tutti i nostri compagni furono presenti. Dopo qualche minuto, la porta dell’aula, che fino a quel momento era chiusa, si aprì, e fece il suo ingresso nella classe un ragazzo biondo e con degli azzurri come zaffiri. “Ragazzi, lui è Hunter.” Disse la professoressa, vedendolo arrivare. Regalando un sorriso all’insegnante, Hunter si sedette nel posto vuoto accanto a Jason, rimanendo per tutto il tempo, in perfetto silenzio.Non mi rivolse la parola per tutta la giornata, ma in compenso notai che continuava a lanciarmi occhiate di odio e disprezzo. No riuscivo a capire perché, così, al suono della ricreazione, decisi di avvicinarmi e parlargli. Avrei voluto mostrarmi gentile, ma non ci riuscii. Ero confusa e arrabbiata, poiché aveva trascorso quasi l’intera giornata a fissarmi con sguardo malevolo. La cosa non mi piaceva affatto, e volevo che lo sapesse. Ad ogni modo, non volevo assolutamente litigare con lui. “Tu devi essere Hunter. Io sono Chelsea.” Gli dissi, mascherando la rabbia che provavo. “Si, sono proprio io, come hai detto di chiamarti?” chiese lui, senza staccare gli occhi da me. “Chelsea.” Ripetei, tendendo la mano perché me la stringesse. Lui non osò muoversi, e appena sentì il mio nome, ricominciò a fissarmi con quello stesso sguardo colmo di rabbia. Potevo addirittura percepire la collera ribollirgli dentro. Con un rapido gesto del braccio, mi spinse, facendomi quasi cadere a terra. “Ma che fai!” Urlai guardandolo in faccia, e tentando invano di ritrovare l’equilibrio. Fallendo nel mio intento, mi ritrovai sul pavimento dell’aula, con una gamba dolorante. In pochi istanti, Hunter mi si avvicinò, e guardandomi, disse:” Io so bene chi sei, e anche cosa hai fatto! Ho perso mia madre, ed è tutta colpa tua!” quando finì di parlare, i suoi occhi cambiarono colore, diventando di un giallo talmente intenso da disturbarmi la vista. Dopo pochi istanti, mi diede le spalle, uscendo dall’aula e lasciandomi completamente sola. Sopportando il dolore alla gamba, feci uno sforzo per rialzarmi da terra, dopodichè uscii anch’io dalla classe, chiudendo la porta alle mie spalle. Nei corridoi della scuola, incontrai Jennifer e Daniella, che sembravano preoccupate, ma al contempo felici di vedermi. “Ho sentito delle urla.” Disse Daniella, pallida in viso. “Stai bene?” “Si.” Risposi debolmente. A sentire la mia risposta, entrambe sorrisero, ed io decisi di seguirle nel cortile della scuola. Quel giorno, la sfortuna sembrava perseguitarmi. Non importava dove andassi, Hunter era ovunque. Lo incontrai altre tre volte durante la giornata, e ogni volta, finivamo per litigare. Ad ogni modo, non riuscivo a dare un senso alla collera che provava nei miei riguardi. L’avevo appena conosciuto, e di certo non gli avrei mai fatto del male. Al momento fra di noi non corre buon sangue, e per quanto io cerchi di evitarlo, finisco sempre per litigarci, e dopodichè sentirmi male. Rabbia, collera, e astio, sono sentimenti che non fanno parte di me e del mio animo, perciò provarli, mi provoca un senso di forte malessere. Normalmente, dopo una lite, tento sempre di riappacificarmi con l’altra persona, forse per mia indole, ma tutto questo non accade con Hunter. Per me non è altro che un conoscente, e in cuor mio, ora so che non rimarrà altro che questo. Non ho assolutamente intenzione di scusarmi con lui. Per quel che mi riguarda, può tenere per sé i suoi sentimenti negativi. Io non ho mai osato torcergli un capello. Erano queste le frasi che io, nervosamente seduta in un banco di scuola, mi ripetevo, ripensando al diverbio fra me e Hunter. Mentre questo pensiero mi ronza in mente, un altro sopraggiunge, soppiantandolo. Difatti, mi torna in mente un ricordo ben nitido e preciso, sempre legato a quello spiacevole evento. I suoi occhi. Avevo avuto l’occasione di notare che, durante il nostro aspro litigio, avevano cambiato colore. Da azzurri come zaffiri, era diventati gialli come topazi. La scoperta di quel piccolo particolare, mi intrigava, e riportava alla mia mente un ricordo legato alla notte passata. Il lupo che avevo visto, aveva gli occhi dello stesso colore dei suoi. Appena ne ebbi l’occasione, l’occasione, lo feci presente a Jennifer, la quale, stavolta mi credette senza dubitare delle mie parole. Arrivata a casa, raccontai tutto a mia madre, evitando di tralasciare anche la più sottile informazione. Difatti, guardandola negli occhi, le dissi: “Devo parlarti.” Mia madre annuì, esortandomi a continuare. “Ho sentito uno strano ululato l’altra sera, e stamattina, nella mia scuola è arrivato un mio nuovo compagno di classe. Ci ho litigato, e quando si è arrabbiato con me, ho notato che i suoi occhi erano di un giallo quasi aureo. Cosa può voler dire?” chiesi, alla fine del mio discorso. “Licantropia.” Rispose mia madre, in tono serio. “Quel ragazzo è un licantropo, stagli lontano, Chelsea.” “Abbiamo litigato.” Ripetei, non appena mia madre finì di parlare. Alle mie parole, mia madre sbiancò, chiedendo:” Ti ha fatto del male?” “No, mi ha solo fatta cadere.” Risposi. “Stagli lontano.” Ripeté mia madre, in tono stavolta perentorio. “Fra noi e i membri dell’Ordine della Luna non è mai corso buon sangue, sappilo.” Aggiunse poi, con serietà inaudita. Dopo aver ascoltato ciò che aveva da dirmi, mi limitai ad annuire, abbassando poi lo sguardo, e lasciando il salotto di casa. In quel momento, mi resi conto che troppi dubbi, domande, e pensieri negativi infestavano la mia mente come tarme, perciò decisi di cercare un modo per svuotare la mente e chiarirmi le idee. In quest’occasione, misi da parte la mia passione per la musica, decidendo invece, senza farne parola con nessuno, di uscire di casa e recarmi nel bosco, dove speravo di trovare un briciolo di tranquillità. Così, iniziai a camminare, addentrandomi sempre di più nel bosco stesso. A essere sincera, non avevo una meta precisa. Vagavo alla scoperta dell’ignoto. Mentre camminavo, fra il fruscio delle foglie degli alberi in fiore, e lo scricchiolio dei rami sotto i miei piedi, i miei sensi di vampira mi comunicarono qualcosa. Quello che sentivo era odore di sangue. Decisi, senza esitare, di seguire quella scia, per scoprire dove mi avrebbe condotto. Smisi di camminare, al solo scopo di lanciarmi in una corsa a perdifiato verso la fonte di quell’odore. Finalmente, dopo minuti interminabili, localizzai la fonte dell’odore che avevo sentito, ma ciò che vidi subito dopo, mi fece raggelare. Scorsi infatti, il corpo di una lepre ormai morta, accanto alla quale, notai una persona. Inizialmente, non riuscii a capire chi fosse, ma ero determinata a scoprirlo. Per mia sfortuna, feci un passo di troppo, facendo inavvertitamente scricchiolare un rametto. Quel rumore bastò a distrarre quell’individuo, che subito si voltò verso di me. A quel punto, riuscii a scoprire di chi si trattava. Non ero sola in quel bosco, ma c’era anche la Harrison. Ebbi appena il tempo di notare che aveva appena ucciso quella lepre, e che ne aveva, senza dubbio bevuto il sangue. “Diana!” la chiamai a gran voce, pentendomi di averlo fatto. “Come osi chiamarmi per nome, miserabile ragazzina!” rispose, collerica e con l’occhio invelenito. “So tutto di te, sporca traditrice!” replicai a muso duro. Le parole che pronunciai, ebbero un effetto devastante su di lei. La sua collera finì per tramutarsi in ira cieca, a causa della quale, arrivò a scagliarsi contro di me. Fui quindi scaraventata fra l’erba, ritrovandomi in uno scontro con lei. Mi difesi al meglio delle mie possibilità, ma lei stessa, cogliendomi di sorpresa, lasciò che i suoi artigli penetrassero nella mia carne, provocando quindi, una ferita in prossimità del mio occhio destro. Tentai di fare lo stesso, riuscendo però a ferirla ad un braccio. In un urlo di dolore, la Harrison si allontanò subito da me, ed io ne fui felice, poiché sapevo di avere finalmente una possibilità di fuggire. Con uno scatto felino, mi rialzai subito da terra, ed iniziai a correre, con il solo scopo di uscire dal bosco e tornare a casa sana e salva. Il rivolo di sangue che sgorgava dalla mia ferita mi annebbiava la vista, ma ciò non mi impedì di raggiungere la mia destinazione. La porta di casa, fu aperta da mia madre, che appena mi vide gridò:”Chelsea! Che ti è successo?” “Non voglio parlarne.” Risposi, nel vano tentativo di evitare la discussione. “Non accetterò un no come risposta, ti conviene dirmelo se non vuoi passare un brutto quarto d’ora.” Disse mia madre. Ignorai la sua minaccia, e sospirando, le risposi dicendole un’unica parola. “Diana.” Non appena mi sentì pronunciare quel nome, mia madre mi guardò e notando la ferita al mio occhio, disse:” Ti ha ferita? È stata lei a ferirti? Come ha osato!” Le chiesi di calmarsi, ma non mi diede retta. Per tutta risposta, infatti, urlò:”Calmarmi? Come posso calmarmi quando una sporca traditrice ha osato ferire mia figlia! Quella donna pagherà per ciò che ha fatto!” Quelle furono le ultime parole pronunciate da mia madre quella sera. Per il resto della stessa, infatti, rimase in religioso silenzio, troppo occupata a pensare a ciò che la Harrison aveva osato farmi. C’era inoltre, la possibilità che meditasse la sua vendetta nei suoi riguardi. Non potevo saperlo con certezza, ma potevo essere sicura di una cosa. Una concatenazione di eventi, avrebbe ribaltato la situazione.

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