Creature della notte – CAPITOLO V

Segreti fra vampiri

Attorno a me, regna il silenzio. Sono sola, con il buio della notte come unica compagnia. Ancora una volta, il timido brillare delle stelle non può nulla contro l’oscurità notturna. Davanti a me, meravigliata spettatrice, una notte stellata. Questo, è lo scenario migliore che si possa mai presentare agli occhi di una vampira del mio calibro. Osservo, in assoluto silenzio, e con gli occhi che brillano per lo stupore, il panorama che ho davanti. Rimango incantata dalla visto del cielo, che, come ogni notte, assume un colore simile a quello dell’ebano. Spostando lo sguardo, lascio che il giardino di casa entri nel mio campo visivo. Anche lì, nessun rumore. La quiete notturna, è disturbata unicamente dal dolce suono del vento, che rende le foglie degli alberi, e i fili d’erba pregni di rugiada, degli eccellenti ballerini. Ad ogni modo, mi accorgo che manca poco tempo al sorgere del sole, nemico mortale di noi creature notturne. Con riluttanza, quindi, indietreggio di qualche passo, allontanandomi dalla finestra della mia stanza. Dopodichè mi appresto ad uscire, camminando lentamente, per non correre il rischio di svegliare mia sorella Jennifer, che dorme tranquilla, nel letto accanto al mio. Con movenze simili a quelle di un automa, scelgo di dirigermi verso la cucina. Inaspettatamente, lì trovo mia madre. È una donna decisamente mattiniera, perciò non c’è affatto da meravigliarsi se la si trova sveglia così presto al mattino. Non potendo evitare di incrociare il suo sguardo, la saluto con un gesto della mano. Lei ricambia affettuosamente, dopodichè con espressione seria, chiede:”Come mai sveglia a quest’ora signorina?” “Non ho sonno.” Biascico sbadigliando. Mia madre ascolta la mia risposta, e subito dopo annuisce, segno che non si era persa una parola. So bene che oggi mi si prospetta una nuova giornata scolastica, ragion per cui, non perdo un attimo di tempo, e corro subito in bagno a prepararmi. Nel tentativo di sbrigarmi a farlo, decido di fare una doccia, e assisto a come il vapore, generato dall’acqua calda all’interno della stessa, aleggi nella stanza, permeando conseguentemente l’aria. Dopo pochi e rilassanti minuti, esco dalla doccia, sentendomi fresca come una rosa primaverile. Intanto, anche Jennifer si è svegliata, e aspetta pazientemente che io esca dal bagno. Inconsciamente, ho lasciato che la mia permanenza all’interno della stanza, durasse troppo a lungo, così, ne vengo fuori in fretta. Subito dopo, mi dirigo tranquillamente in camera per vestirmi, azione che non mi porta via poi molto tempo. Fatto ciò, afferro il mio zaino, che avevo pigramente appoggiato contro l’armadio della mia stanza. Insicura circa l’aver dimenticato qualcosa, inizio a fare mente locale. Per mia fortuna, pare che io abbia con me tutto il necessario per la scuola, perciò realizzo che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Ora come ora, all’appello manca solo Jennifer, la quale, inguaribile amante della moda, è ancora indecisa su come vestirsi. Sospirando per la noia, la raggiungo, trovandola nella nostra camera, e decido di aiutarla a scegliere, optando per un paio di jeans neri e una maglietta azzurra, ai quali si aggiunge la sua collana preferita, ossia un ciondolo argentato. Semplice e sobrio ninnolo, che, ad essere onesti, non gradisco. Dopo averla aiutata, riprendo da terra il mio zaino, poggiato stavolta, accanto alla porta di casa. Una volta preso, aspetto che Jennifer mi raggiunga, dopodichè esco di casa assieme a lei. Siamo tutte e due pronte per la nuova giornata scolastica che ci attende, ma noto con sorpresa che Jennifer non proferisce parola per tutto il tragitto fino a scuola. Conosco mia sorella, come il palmo della mia mano, e so bene che solitamente non è così taciturna. Così, non riuscendo a sopportare il suo silenzio, la guardo negli occhi e le chiedo:”Jennifer, va tutto bene?” Sfortunatamente, non ottengo risposta, decidendo quindi di smettere di importunarla. Ad ogni modo, continuo a guardarla per qualche istante, accorgendomi di un piccolo particolare. I suoi occhi, avevano ormai cambiato colore, diventando rossi. Colta di sorpresa da quell’evento, mi concedo del tempo per vagare fra i miei ricordi. Poi, d’un tratto, un lampo di genio mi illumina la mente, scioccandomi. Non riuscivo a crederci. Jennifer aveva ormai raggiunto l’età adulta in qualità di vampira, e non me ne aveva detto nulla. La faccenda, mi apparve strana, poiché in fondo, io l’avevo fatto, e ricordo che lei si era mostrata alquanto felice a riguardo. Di colpo, inizio a dubitare di mia sorella. In fin dei conti, il suo silenzio circa la sua recente trasformazione, doveva avere un motivo, così, mantenendo la calma, chiesi:”Perché non me l’hai detto?” “Non volevo spaventarti,” rispose, tenendo basso lo sguardo. “Spaventarmi? Mi è già successo! Replicai. Con sguardo truce, Jennifer mi ignorò, non battendo ciglio e continuando a camminare. Quando raggiungemmo la scuola, e arrivammo in classe, ci accorgemmo di essere di nuovo in anticipo. Così, decisi di avvicinarmi a Daniella, e iniziare a chiacchierare con lei nell’attesa dell’inizio della lezione. Poco dopo, il nostro chiacchierare fu interrotto dall’ingresso in aula della professoressa Harrison. Alla sua vista, quasi meccanicamente, Daniella ed io, andammo a sederci, ognuna al proprio posto. Dopo qualche minuto, vidi la Harrison salire in cattedra, e approfittai dello sguardo che volse al registro, per voltarmi verso Jennifer, facendole capire, con un rapido gesto della mano, che dovevo assolutamente parlarle. La stessa, annuì in silenzio, guardandomi negli occhi per qualche istante. Fortunatamente, le ore scolastiche passarono in fretta, e durante una di queste, un piccolo ma al contempo importante particolare, mi colpì, facendomi trasalire. Difatti, vidi la Harrison alzarsi e abbandonare la cattedra, per poi prendere in mano un bianco gessetto e iniziare a scrivere alla lavagna. Per sua sfortuna, il gessetto le cadde di mano, e fu costretta a chinarsi per raccoglierlo. Quando lo ebbe ripreso in mano, qualche istante dopo, ricominciò a scrivere. Osservavo i movimenti della sua mano destra, mentre ero intenta a prendere appunti, e ad un tratto notai che anche lei, possedeva il mio stesso marchio. La mia solita sfortuna, volle che la professoressa si accorgesse del fatto che io la stessi fissando, così, smettendo di scrivere, si voltò verso di me dicendo:”Qualche problema, signorina Hale?” “N- No” biascicai, in preda alla vergogna. Non appena finii di parlare, la Harrison mi fulminò con un occhiata, tornò a voltarsi verso la lavagna, e riprese la lezione dal punto in cui era stata interrotta. Al suono dell’ultima campanella, impilai i miei libri sul banco, in modo da poterli riporre ordinatamente nel mio zaino. Per riuscirci, dovetti però alzarmi, e nel farlo, incespicai distrattamente nella sedia. Mi lamentai del dolore al ginocchio, e subito vidi Daniella avvicinarsi. “Ti sei fatta male?” chiese, visibilmente preoccupata. “No.” Risposi prontamente, tentando di rialzarmi. Dopodichè, raccolsi in tutta calma i miei libri, avviandomi, assieme a Jennifer e Daniella, verso l’uscita della scuola. Una volta fuori, le nostre strade si divisero. Come di consueto, infatti, Jennifer ed io scegliemmo di tornare a casa a piedi, mentre Daniella fu riaccompagnata da sua madre. Fatti pochi passi, mi fermai, e guardando Jennifer negli occhi le dissi:” Avevo ragione. La Harrison è una di noi.” “Cosa? Non può essere!” rispose lei, incredula. “Non hai voluto credermi. Anche lei ha il nostro marchio.” Ebbi la forza di replicare. “Adesso ti credo.” Mi disse Jennifer, sorridendo. Ad ogni modo, continuammo a camminare, finché non arrivammo a casa. Una volta lì, estrassi dalla tasca della mia giacca, la chiave della porta, e con un gesto rapido e deciso, la aprii. Appena entrai in casa, mi diressi verso la mia stanza, dove finalmente, mi liberai della giacca che portavo. Dopodichè, decisi di raggiungere il salotto, mia stanza preferita dell’intera casa. Giunta lì, mi sedetti al pianoforte, pensando che il suo melodico suono, mi avrebbe aiutata a calmare i nervi. Avevo avuto una giornata pesante a scuola, e sapevo di dover trovare un modo per scrollarmela di dosso. Dopo un profondo respiro, iniziai a suonare, pur senza l’aiuto di uno spartito, poiché in fondo, conoscevo quella struggente melodia a memoria. Avevo imparato a suonare il pianoforte in tenera età, divertendomi, inizialmente, ad ascoltare mia madre, e rubandole quindi, il mestiere con gli occhi. Mantenendo la concentrazione, lambivo i tasti di quello strumento, compiaciuto della melodia che ne risultava. Ero troppo concentrata per voltarmi, ma all’improvviso, sentii un rumore alle mie spalle, ragion per cui, spaventata, decisi subito di smettere di suonare. La mia paura, svanì poco dopo. Mi rincuorai sapendo che quel rumore, era stato causato da mia madre, che era intenta a scendere le scale che portavano in salotto. “Ti ho sentita esercitarti. Perché hai smesso?” chiese. “Mi hai spaventata.” Risposi. Mia madre rise della mia codardia, pregandomi di ricominciare a suonare il pianoforte. Stringendomi nelle spalle, la accontentai, e una volta arrivata alla fine della melodia che stavo suonando, mi alzai in piedi, guardai mia madre negli occhi e le dissi:” Mamma, dobbiamo parlare.” “Di cosa?” mi chiese, evidentemente spinta dalla curiosità. “Riguarda la mia missione.” Sospetto che una delle mie insegnanti sia una di noi.” Risposi. Dopo aver sentito le mie parole, mia madre sgranò gli occhi. “Come si chiama?” chiese, con la voce rotta da un’emozione a metà fra preoccupazione e spavento. “Diana Harrison.” Risposi in tono secco. “Diana!” esclamò mia madre. Colta alla sprovvista dalla sua agitazione, non proferii parola, aspettando che ricominciasse a parlare. “Chelsea, non avrei mai voluto che lo scoprissi in questo modo. Ma c’è qualcosa che devi sapere.” “Cosa?” la interruppi io. “Diana è una traditrice. Molto tempo fa, prima che tu nascessi, fu radiata dall’Ordine del Sangue per aver commesso un gesto orribile.” Ascoltavo mia madre, rimanendo in silenzio, ma le sue parole mi incutevano terrore. “Cosa ha fatto?” trovai il coraggio di chiedere, con voce tremante. “Ha infranto una promessa fatta a tutti noi. Pur avendo scelto di nutrirsi, proprio come te, di sangue animale, ha osato uccidere un’umana innocente.” Alla risposta di mia madre, rimasi pietrificata. Immaginavo, che ormai non ci fosse più traccia di quell’efferato crimine, ma andai comunque in cerca di prove. Affidandomi alla rete, ottenni le informazioni sperate. Lessi infatti, di un caso di omicidio. La vittima era una giovane donna di appena venticinque anni d’età. La profonda ferita che aveva al collo, faceva pensare ad una qualche specie animale. Le autorità competenti, avevano indagato per anni, salvo poi chiudere definitivamente, e senza spiegazione alcuna, il caso. Esaminando una fotografia che ebbi la fortuna di trovare, compresi che la ferita non poteva certamente essere opera di un semplice animale. Nessuna bestia, per quanto grossa e feroce, sarebbe mai riuscita a provocare una ferita di quel genere. Era davvero profonda, e quasi le raggiungeva anche il petto. Disgustata da quell’immagine orripilante, decisi di spegnere il computer e andare dritta a letto. Quella notte, fu per me costellata di paure, domande, dubbi e incertezze. Riuscii a malapena a prendere sonno, poiché ripetutamente svegliata dalla vista, anche onirica, di quell’immagine raccapricciante.

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