Creature della notte – CAPITOLO II

Il mondo degli umani

La luna, indiscussa e benevola regina dei cieli notturni, è puntualmente costretta a cedere il suo trono ad un astro più brillante, maestoso e importante di lei. Il sole. Noi vampiri, abbiamo un’innata predilezione per il buio, ma stamattina, mi sento leggermente diversa, come se qualcosa dentro di me sia cambiato. Così, con una grande confusione in testa, mi sono alzata dl letto, ed ho iniziato a cercare mia madre. L’ho trovata seduta in cucina, al riparo dalla luce mattutina nella penombra della stanza. “Mi sento strana,” le dissi guardandola. Mia madre aveva lo sguardo fisso sul pavimento della stanza, ma ad un tratto alzò gli occhi e disse:”Va tutto bene Chelsea, non devi spaventarti, i tuoi poteri stanno cambiando.” Invece di chiarirmi le idee, le sue parole mi confusero ulteriormente. “Cambiando? Cosa vuoi dire?” le chiesi, con una vena di paura nella voce. “Devi calmarti, è solo il tuo nuovo potere che inizia a manifestarsi,” rispose. Quando vuole, mia madre sa essere abbastanza enigmatica. Le sue parole, non facevano che aumentare la confusione che avevo in testa. “Quale potere?” osai replicare, con un tono incapace di mascherare il mio terrore. Prima di rispondere alla mia domanda, mia madre si lasciò andare in un sospiro, dopodichè disse:”Quello del Rifugio, cara, tuo padre ha lasciato che te lo tramandassi così che tu potessi portare a termine la tua missione.” Ancora una volta, ascoltai con estrema attenzione e concentrazione, soffermandomi sull’ultima parola che pronunciò. Fu proprio quell’ultima parola, infatti, a rendere ogni cosa più chiara. Dopo circa un minuto di silenzio, mia madre mi intimò di andare a vestirmi, poiché da oggi, sarebbe iniziato il mio cammino verso l’assolvimento del mio importante compito. Obbedii senza protestare e dopo una decina di minuti, ero di nuovo davanti a lei, con indosso una maglietta nera ed un paio di jeans. Notai che stavolta, mia madre non era la sola persona presente in cucina. Assieme a lei, c’era anche mia sorella Jennifer, ed entrambe sembravano avermi aspettato. “Ebbene, qual è il prossimo passo da compiere?” chiese mia sorella, evidentemente impaziente. “Frequenterete la stessa scuola dei mortali, è l’unico modo per avvicinarsi a loro e non destare sospetti.” Rispose, in tono calmo,nostra madre. Entrambe, rimanemmo in silenzio, limitandoci ad annuire. dopodichè, Jennifer ed io ci voltammo, con la ferma intenzione di uscire una volta raggiunta la porta di casa. Avevamo in programma di raggiungere la scuola a piedi, essendo la distanza che la separa da casa nostra, alquanto esigua. Una volta uscite di casa, iniziammo a camminare verso la nostra meta, senza perdere un istante. Camminavamo ormai da una ventina di minuti, quando all’improvviso, notai un grande edificio protetto da un cancello di ferro ancora chiuso. Arrivate davanti allo stesso cancello, mia sorella ed io ci fermammo. Intorno a noi c’era solo silenzio. Ad un tratto, però, entrambe fummo scosse da un tremito. Un impetuoso vento aveva iniziato a soffiare, e ci ritrovammo entrambe costrette a dover sopportare immobili, il freddo che ne seguì. Restammo ferme davanti al cancello per alcuni minuti, e subito dopo, sentimmo un rumore provenire da dietro di noi. Voltandoci di scatto, scoprimmo con sollievo che non c’era assolutamente nulla di cui preoccuparsi, essendo quel rumore, causato dai passi di una ragazza che si stava lentamente avvicinando a noi. Quasi istintivamente, volsi lo sguardo verso mia sorella, che mi fece capire, senza dire una parola, che dovevo mantenere la calma. Dopo essersi avvicinata a noi, la ragazza ci guardò entrambe negli occhi e disse:”Ciao, voi due dovete essere nuove in questa scuola. Piacere, io sono Daniella,” Subito dopo essersi presentata, la ragazza mi porse la mano, e io gliela strinsi, mostrandomi felice di averla conosciuta. Poco dopo, fece la stessa cosa con Jennifer, la quale, afferrò la sua mano con una punta di riluttanza. Notando ciò, fulminai mia sorella con un occhiata di rimprovero. Facendo del mio meglio per ignorare la freddezza di Jennifer, tornai a guardare Daniella, e le dissi:”Piacere di conoscerti, io sono Chelsea.” Dopo aver finito di parlarle, notai le labbra di Daniella schiudersi in un luminoso sorriso. Subito dopo, tutte e tre fummo distratte da un forte cigolio metallico, segno che il cancello della scuola, si stava aprendo. Aspettammo pazientemente che il rumore cessasse, dopodichè, ci dirigemmo verso l’entrata della scuola. Eravamo in evidente anticipo, visto che i corridoi erano deserti. Jennifer ed io, non proferivamo parola, preferendo sforzarci di seguire il passo di Daniella, che si muoveva a passo veloce nei corridoi scolastici. Lei stessa, ci condusse davanti alla porta di un aula, ma anche questa, purtroppo, era chiusa a chiave. Voltandosi verso di noi, ci fece segno di aspettarla, e noi non osammo muoverci, limitandoci infatti, a guardarla mentre camminava, allontanandosi lentamente. Entrambe, la vedemmo tornare dopo pochi minuti, accorgendoci che non era sola. Daniella difatti, era accompagnata da un uomo abbastanza alto, e con i capelli scuri. Notando quanto Jennifer ed io fossimo confuse, Daniella ci guardò e disse:”Ragazze, lui è il signor Sanders, uno dei collaboratori scolastici.” Guardando l’uomo negli occhi, mia sorella ed io lo salutammo educatamente, e lo stesso ricambiò il nostro saluto. Poco dopo, Daniella chiese al signor Sanders il favore di aprire la porta dell’aula, dandoci modo di entrare, e liberarci dal peso dei nostri zaini. Il signor Sanders annuì, e si avvicinò alla porta dell’aula. Noi tre ci scostammo, rimanendo ferme a guardarlo mentre armeggiava con un grosso mazzo di chiavi. “Questa porta non vuole proprio saperne di aprirsi.” Scherzò il signor Sanders. Noi tre ridemmo, divertite dalla sua battuta. Ad ogni modo, fece un ultimo tentativo, e finalmente riuscì ad aprirla. Daniella lo ringraziò, e l’uomo le sorrise, voltandole le spalle per tornare al suo lavoro. Senza esitare, tutte e tre entrammo in classe, appoggiandoci ognuna ad un banco diverso, avendo cura di lasciare i nostri zaini in terra, accanto a ciascuno di essi. “E adesso cosa facciamo?” chiesi, rivolgendomi a Daniella. “Niente, i compagni e la professoressa dovrebbero essere qui a minuti.” La risposta di Daniella mi parve esauriente, ma decisi di non commentare. Non avevo nulla contro di lei, e ad ammetterlo, era piuttosto simpatica per essere soltanto una mortale. Non lasciai che questo pensiero mi occupasse la mente, venendo poi distratta dal rumore della porta dell’aula che si apriva con uno scatto fastidioso. Ignorai quello sgradevole rumore, e mi sedetti al mio posto senza fiatare. Ebbi a malapena il tempo di farlo che subito una donna alta e dai capelli lisci entrò in classe. Volgendo il suo sguardo su noi alunni, disse:”Buongiorno ragazzi, sono la signorina Harrison, la vostra nuova insegnante di storia.” Tutti quanti la salutammo sorridendo, ma io, per qualche strana ragione, avevo un brutto presentimento riguardo la professoressa. Continuando a guardarla, infatti, notai che era molto pallida e che aveva gli occhi del mio stesso colore. Inevitabilmente, non riuscii a concentrarmi sulla lezione, poiché nella mia mente, c’era un solo pensiero, ossia quello riguardante l’estrema somiglianza che esisteva fra me e la signorina Harrison. Lentamente, passarono altre due ore di lezione, al termine delle quali, la professoressa fu costretta a lasciare la classe. Al suo posto, fece il suo ingresso nella nostra aula, il professore di educazione fisica, che annunciò che saremmo scesi nel cortile della scuola per una partita di pallavolo. Non appena finì di parlare, mi alzai in piedi e dissi:”signor Donovan, temo di non sentirmi bene.” Segretamente, speravo che il mio naturale pallore lo convincessero, e fortunatamente fu così. A sentire ciò che avevo appena detto, il professore mi guardò e rispose:”Non c’è alcun problema Chelsea, seguirai il resto della classe in cortile, seppur non giocando assieme ai compagni.” Sentendo le sue parole, abbozzai un sorriso, dopodichè mi voltai e raggiunsi Jennifer, seduta in fondo alla classe. La invitai ad alzarsi, dopodichè entrambe ci unimmo a Daniella, scendendo insieme nel cortile della scuola. Una volta lì, Jennifer ed io rimanemmo in disparte, anche dopo i numerosi tentativi di Daniella di convincerci a giocare a pallavolo con lei e i compagni. Proprio mentre era nell’atto di farlo, un ragazzo dai capelli neri si è avvicinato a lei, e guardandomi ha detto:” Ecco un’altra novellina, cosa fai, non ti unisci a noi?” “Lasciala in pace Jason, non vedi che sta male?”mi difese Daniella. Alle sue parole, il ragazzo girò sui tacchi, tornando nel campo di pallavolo. Guardando Daniella, la ringraziai del gesto, e lei sorrise, sostenendo che in fondo Jason era soltanto un idiota a cui piaceva fare il bullo. Comprendendo di non riuscire a convincermi a giocare assieme a lei, Daniella desistette, tornando a parlare con un gruppo di altre ragazze. Vedendo che si era finalmente allontanata, chiesi a Jennifer di raggiungermi, e rimasi ad aspettarla. Quando fu abbastanza vicina, le dissi:”Hai guardato bene la Harrison stamattina? Credo sia una di noi.” Mia sorella non riusciva a credere a quel che le avevo appena detto, così mi rispose:”Chelsea, sei impazzita? Non è possibile, questo posto brulica di umani!” “Non sono impazzita!” replicai. A quel punto Jennifer alzò gli occhi al cielo e mi diede le spalle, allontanandosi da me. Mi sembrava impossibile. Iniziavo ad avere dei sospetti sull’identità della Harrison, e mia sorella, unica persona in grado di farlo, non mi credeva. Ad ogni modo, non volevo arrendermi. Sapevo che i miei sospetti erano fondati, e sapevo di dover trovare il modo di scoprire la verità. Non mi sarei data pace fino a che non l’avrei fatto. le ultime due ore di cui si componeva la giornata scolastica, volsero velocemente al termine, così, al suono della campanella, che decretava la fine delle lezioni, mia sorella ed io ci avviammo verso l’uscita della scuola, dirette verso casa nostra. In quel mentre, notammo che Daniella, al contrario di noi, si stava dirigendo verso un’auto parcheggiata. Ci disse che era l’auto di sua madre, e ci chiese se volessimo un passaggio, ma noi rifiutammo educatamente, avendo altri piani. Quando finalmente arrivammo a casa, nostra madre ci guardò e ci chiese:” Come è andata a scuola, ragazze?” “Bene.” Rispondemmo all’unisono, avviandoci verso la nostra stanza. Una volta arrivate, ci sdraiammo ognuna sul proprio letto, sperando di addormentarci. Ancora una volta, dormire mi fu impossibile. Nella mia testa continuava a balenare un dubbio. Continuavo a chiedermi, infatti, se avessi ragione riguardo alla Harrison, e cosa sarebbe potuto accadere in quel caso, ma ad ogni modo, mi sforzai di liberare la mente, sprofondando poi in un sonno senza sogni.

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