Compagni di sella – CAPITOLO XXXII

Attese e sorprese

Il costante e continuo ticchettio del vecchio ma affidabile orologio del salotto, oggi mi è di compagnia. Mi trovo da sola in casa, visto che Aidan è uscito già da qualche ora, purtroppo senza dirmi dove aveva intenzione di andare. Comunque sia, sono tranquillamente seduta in cucina a leggere un buon libro, con la sola ed unica compagnia dell’orologio appeso al muro, il cui seppur incessante ticchettio, mi rilassa. Ed è così che questo pomeriggio va avanti, come del resto ogni altro. Riflettendo però, mi accorgo della monotona piega che la mia vita sta prendendo, così decido di alzarmi da quella sedia, e iniziare a cercare un modo per ravvivare la mia noiosa e uggiosa giornata. Il mio primo pensiero, è di telefonare a Summer, ma finisco per scartarlo, poiché le ho già telefonato all’incirca venti minuti fa. Con il telefono ancora in mano, mi accingo a comporre il numero di casa di mia madre, ma non ottengo risposta, e desisto dal chiamarla al cellulare. Sono completamente all’oscuro circa quello che mia madre stia facendo in questo momento, ma ad ogni modo, preferisco non disturbarla. Solitamente, è sempre parecchio indaffarata, perciò, se non risponde alle mie telefonate, deve esserci una ragione precisa. Finalmente, lascio andare il telefono, e continuo, nella mia finora vana, ricerca di uno svago. Con fare annoiato, accendo la televisione, e inizio a guardare il notiziario, ma ben presto, anche quell’attività, inizia a darmi noia. Sospirando, spengo il televisore, e mi avvio verso la mia stanza da letto. Vista la mancanza di attività stimolanti, forse un sonno ristoratore può servire a chiarirmi le idee. Non appena riesco a sdraiarmi sul letto e a chiudere gli occhi, il telefono inizia  squillare, ed io sono costretta a tornare in salotto per prenderlo. Mi muovo lentamente, in maniera calma, visto che, ora come ora, sono davvero giù di tono. Ad ogni modo, prendo delicatamente in mano il telefono, e decido di porre fine al suo squillare, rispondendo alla chiamata in arrivo. Ad aver telefonato, è Summer. La sua voce trema, è rotta dall’emozione, e mi accorgo che lei non riesce a parlare in maniera chiara e comprensibile. Così, le chiedo di calmarsi, e lei riesce a darmi retta. Si concede qualche secondo per respirare, dopodichè, mi dice di non sentirsi bene, e mi chiede di aiutarla. Non ho neppure il tempo di chiederle cos’abbia, visto che la linea telefonica si è interrotta bruscamente, non lasciandomi il tempo di farlo. Sono spaventata come mai prima d’ora, la fatica che faccio per mantenere la calma è incredibile, ma ad ogni modo, prendo una veloce e ponderata decisione. Senza perdere tempo, salgo velocemente in auto, diretta verso casa di Summer. Sono così preoccupata e in pensiero, che non bado ai limiti di velocità, e in circa venti minuti arrivo a destinazione. Con uno scatto felino, scendo subito dalla mia macchina, arrivo davanti alla porta di casa sua, ed inizio a bussare. Ad aprire la porta, è proprio Summer, che, felice di vedermi, mi saluta stringendomi in un abbraccio. Sono ancora ferma sull’uscio di casa sua, e lei mi invita ad entrare. Sorridendo, accetto di buon grado il suo invito, ed entro. Mi fece accomodare sul divano del salotto, e si assentò per un attimo, sparendo nella stanza accanto. Tranquillamente seduta, resto ad aspettarla, e dopo qualche minuto, la vedo tornare con in mano un vassoio con sopra due tazze di caffè. La ringraziai di averlo preparato, e pensai che mi avesse letto nel pensiero. In effetti, era proprio quel che mi ci voleva. Tuttavia, una domanda mi sorgeva spontanea. Quando mi aveva telefonato, sembrava non sentirsi bene, e invece ora era sorridente, come se nulla fosse accaduto. Così, mentre sorseggiavo il mio caffè, le chiesi cosa le fosse successo. Rispose che da ormai qualche ora, sentiva dei forti dolori alla pancia, e che si era davvero spaventata, questo il motivo per cui mi aveva telefonato. Subito dopo avermi risposto, la sentii lamentarsi, e notai con spavento, che teneva una mano sulla pancia, tanto era il dolore che provava. Anche se in quel preciso istante, ero paralizzata dalla paura, mi alzai subito dal divano, e dissi a Summer di mantenere la calma, mentre tentavo di rassicurarla. Era in preda al dolore, ma mi sorrise, poiché sapeva che non l’avrei lasciata da sola, e che le avrei dato una mano. Dovevo agire in fretta, perciò, presi velocemente il mio cellulare dalla borsa, e composi il numero di Aidan. Per fortuna, non ci mise molto a rispondere, e quando lo fece, lo avvisai che stavo per portare Summer in ospedale. Aidan non fece domande. Evidentemente aveva già capito da sé la gravità della situazione. Così, senza perdere un minuto, accompagnai Summer alla mia auto. Dopodichè, salimmo entrambe a bordo, accesi il motore, e l’accompagnai in tutta fretta all’ospedale più vicino. Appena arrivammo, Summer attirò subito l’attenzione dei medici. Agli stessi, non ci volle molto per capire cosa le stesse accadendo, così la portarono velocemente in sala parto. Avrei voluto seguirla, per assicurarmi che stesse ben, ma i medici non me lo permisero. Difatti, fui costretta a rimanere completamente da sola, in sala d’attesa. I minuti passavano, ed io ero in pensiero per Summer. Sapevo bene che era in buone mani, ma per qualche strana ragione, non riuscivo a stare tranquilla. L’improvviso vibrare del mio cellulare, che tenevo nella tasca della mia giacca, mi distrasse, sgomberando per un attimo la mia mente. Senza pensarci, lo presi in mano, e notai di aver ricevuto una chiamata. Notai che era stato Aidan a telefonarmi, così composi velocemente il suo numero e gli telefonai a mia volta. Non appena rispose, senza lasciargli neanche il tempo di parlare, lo misi al corrente della situazione, dicendogli che Summer era stata portata in sala parto, e che era lì da circa mezz’ora. Prima di porre fine alla telefonata, gli chiesi di raggiungermi in ospedale. Senza esitare, acconsentì a farlo, aggiungendo che sarebbe arrivato a destinazione, il prima possibile. Dopo aver parlato con Aidan, posi fine alla telefonata, e spensi il cellulare, avendo cura di rimetterlo nella mia borsa. Il tempo, all’interno dell’ospedale, sembrava essersi letteralmente fermato. Ero lì con Summer da poco più di mezz’ora, eppure mi sembrava di esserci da secoli. Non potevo fare nulla, eccetto rimanere seduta in sala d’attesa e fissare il costante movimento delle lancette dell’orologio appeso al muro. Lentamente, iniziarono a passare i minuti, che ben presto si trasformarono in lunghe ore. l’attesa era per me a dir poco straziante. Avevo davvero i nervi logori. Erano ormai passate ore, e non c’era medico disposto a parlarmi delle condizioni di Summer. Erano tutti troppo indaffarati a passare da una stanza all’altra. Osservavo uno snervante andirivieni di medici e infermieri, misto ad un continuo cigolare di porte aperte. Proprio quando pensavo di non riuscire più a sopportare l’attesa, arrivò trafelato anche Aidan. Si scusò di avermi fatto aspettare, e mi chiese notizie di Summer, ma non potei rispondergli. L’unica cosa che sapevo, era che la mia amica era in procinto di dare alla luce un bambino. A quanto sembrava, non ero tenuta a sapere altro che questo. Le lancette dell’orologio  continuavano a muoversi, e con esse scorreva il tempo. Aidan ed io, restavamo seduti l’uno accanto all’altra, in sala d’attesa. Lui appariva calmo, mentre io, tesa come una corda di violino, aspettavo, sperando che Summer stesse bene, e che non ci fossero problemi di sorta. Il silenzio che aleggiava in quella sala, rotto solo dal debole ticchettio della lancette dell’orologio appeso al muro, stava iniziando a diventare assordante. Alla fine, la nostra pazienza venne premiata. Dopo un tempo che parve interminabile, vidi un’infermiera uscire dalla sala parto. D’improvviso, la sentii chiamare il mio cognome, e scattai in piedi come una molla. Finalmente, mi venne dato il permesso di vedere Summer. In tutta calma, l’infermiera mi guidò verso la sala parto, e una volta entrata, salutai affettuosamente la mia amica. Lei ricambiò il saluto, e mi diede una notizia che mi fece letteralmente sbiancare. Mi disse infatti, che non aveva avuto un solo bambino, ma bensì due gemelli, un maschietto e una femminuccia, perfettamente sani. Erano entrambi avvolti in due morbide coperte, e Summer, con estrema delicatezza, prese in braccio uno dei due neonati, assicurandosi di non far cadere in terra la copertina che l’avvolgeva. Per prima, mi mostrò la femminuccia, che a mio dire, le somigliava, avendo il viso tondo e paffuto, e gli occhi color nocciola. Dopo aver tenuto in braccio la bambina per un pò, guardai Summer, e le chiesi dove fosse suo marito. Inizialmente, preferì non rispondere, ma sospirando, si decise a farlo, anche se a malincuore. Mi rivelò infatti, che suo marito l’aveva lasciata, morendo d’infarto pochi giorni prima che Summer desse alla luce i bambini. Provando pena per lei, l’abbracciai, nel tentativo di confortarla. Dopo qualche minuto di silenzio, aggiunse che c’erano delle buone notizie. Difatti, anche se il marito, scomparendo, l’aveva lasciata, sapeva che avrebbe avuto con sé una parte di lui, ossia la loro figlia di appena un anno, Avril. Dopo una breve pausa di silenzio, mi disse anche che ora, Aidan ed io, potevamo essere felici, poiché prima di mettere al mondo i due neonati, Summer aveva parlato di noi due con l’infermiera, dicendo che avevamo intenzione di adottare i suoi bambini. La stessa, ha ascoltato Summer in silenzio, asserendo che l’adozione da parte nostra non era da considerarsi un problema. Difatti, bastava che Summer ci desse il suo consenso a riguardo, firmando un apposito foglio che attestava a chiare lettere, che Aidan ed io saremmo diventati i genitori adottivi dei piccoli. Il foglio in questione era già stato firmato da Summer in persona, ciò significava che Aidan ed io saremmo potuti diventare una famiglia. tuttavia, non volevo intristirla né deluderla, così chiamai Aidan dalla sala d’attesa, e lo invitai a raggiungermi. Dopo averlo fatto, Aidan guardò Summer, e la salutò sorridendo. Le disse che non avevo fatto altro che parlare di lei negli ultimi mesi, e che era felice di poterla conoscere di persona. Poco dopo, ci avvicinammo entrambi a lei, e guardandola, le promettemmo solennemente, che saremmo stati degli ottimi genitori, e che l’avremmo, senza ombra di dubbio, inclusa nella vita dei bambini, cosa che, d’altro canto avevamo già deciso di fare tempo prima. Ad ogni modo, non lasciammo la sala parto, prima di averle detto come avevamo intenzione di chiamare i bambini. Insieme, Aidan ed io avevamo deciso che la bimba si sarebbe chiamata Aubrey, e il suo fratellino Liam. Prima che potessimo andarcene, Summer si alzò dal letto dove era sdraiata, e ci abbracciò. Subito dopo, prese in braccio i bambini, e ci permise di stringerli tra le nostre braccia per la prima volta. Dopodichè, tutti e tre lasciammo l’ospedale con il cuore gonfio di felicità. Summer era lieta di averci reso una famiglia, e noi eravamo felici di aver raggiunto questo traguardo, superando ogni ostacolo, fino alla nostra meta. Aidan ed io, le saremo sempre grati. Sono poche le persone capaci di compiere un gesto così nobile e lodevole, al solo fine di rendere felice la vita di uno o più individui. Lei stessa è tra queste, e noi non possiamo che esserne felici.

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