Compagni di sella – CAPITOLO XIX

In viaggio per Phoenix

Com’era inevitabile, un altro mese è ormai passato, lasciando spazio all’inizio di quello immediatamente successivo. Quella odierna, potrebbe, di primo acchito, sembrare una normale, e completamente ordinaria, ma purtroppo non è affatto così. Difatti, oggi è un giorno davvero speciale. Oltre ad essere proprio oggi, il giorno del quarantesimo compleanno di mio zio Dylan, è anche il giorno in cui io, finalmente, parteciperò al concorso ippico di Phoenix, in Arizona, per il quale, mi sono allenata duramente. Sydney, mia città natale, e Phoenix, dove il concorso avrà luogo, distano l’una dall’altra, all’incirca duemila chilometri o poco più. Io e la mia famiglia, abbiamo in mente di raggiungere la stessa Phoenix, ricorrendo al camioncino di mio zio, al quale è possibile assicurare un rimorchio, in modo da far viaggiare anche il mio cavallo Eros. Vista l’alquanto lunga distanza che separa le due città, e il mezzo di trasporto che utilizzeremo, il viaggio durerà, ad occhio e croce, per qualche ora. Per quanto riguarda la gara, la stessa si svolgerà nelle prime ore del pomeriggio, ragion per cui, con lo scopo di ottimizzare i tempi, partiremo proprio stamattina. Mia zia Holly, crede sia un peccato dover saltare i festeggiamenti per il compleanno dello zio a causa della competizione, ma lui, dal canto suo, non appare, neanche lontanamente provato dalla cosa. Difatti, è tutta la mattina che non fa altro che ripetere a tutti noi, che splendida giornata sia oggi, e che non c’è maniera migliore di festeggiare il suo compleanno, se non vedendo la sua amata nipote divertirsi a fare quello che fa, rendendolo enormemente orgoglioso. Voglio davvero molto bene a mio zio, e sono davvero molto contento che questo sia il suo pensiero riguardo alla mia persona. Attualmente, siamo in viaggio da una decina di minuti, ma essendo mattina presto, il cielo è ancora buio, e il sole non ha ancora fatto neanche capolino fra le nuvole. Sono tranquillamente seduta nel furgone accanto a mia cugina Cassidy, e inganno il tempo guardando fuori dal finestrino. Mentre viaggiamo, il tempo scorre, la strada scivola via, e nel contempo, io osservo lo spettacolo della natura. Rilassata da ciò che vedo, non stacco gli occhi dal cielo nemmeno per un attimo, troppo intenta a fissare le bianche e immacolate nuvole, mosse dolcemente dal vento, che le culla come una madre farebbe con i propri figli. Poco dopo, poso gli occhi sul verde che mi circonda, e ho appena il tempo di scorgere ogni singola e fondamentale sfaccettatura del paesaggio. Prati verde smeraldo, e fiori variopinti sono proprio davanti ai miei occhi, e la curiosità è tale, che oso perfino abbassare il finestrino, e lasciare che l’aria incontaminata della campagna, libera dallo smog cittadino, mi riempia gentilmente i polmoni. Al contrario di me, i miei zii, mia cugina, e mio fratello, sono troppo occupati a pensare solo ed esclusivamente alla nostra destinazione, per unirsi a me, che invece assaporo ogni singolo istante di questo stesso viaggio, prendendolo come una meravigliosa esperienza, anziché come un assai più oneroso dovere. Anche riflettendoci a lungo, non riesco minimamente a capacitarmi della ragione per cui alcune persone trovino futile e priva di significato perfino la più interessante ed emozionante delle esperienze, fra cui si annovera anche questa. Pur vivendo nel centro della città, sin da bambina ho sempre amato viaggiare. Prendevo la cosa come un valido motivo per lasciarsi tutto alle spalle, partendo per un’avventura alla scoperta dell’ignoto. Anche ora che sono cresciuta, ho questa stessa concezione della cosa. Certe abitudini, sono davvero dure a morire, così come degli specifici modi di pensare. Questo è difatti, uno dei motivi per cui non mi reputo una persona volubile e debole di carattere. Comunque sia, ammirare lo spettacolo della natura così da vicino, mi ha davvero divertito e rilassato. Dopo circa un’ora e mezza, abbiamo dichiarato il nostro concluso, poiché eravamo finalmente arrivati a destinazione. Una volta scesi dal furgoncino di mio zio, ci apprestammo a raggiungere lo stadio ippico, sede della competizione. Prima di unirmi al resto della mia famiglia, ebbi sapientemente cura di lasciare scendere il mio cavallo Eros dal rimorchio, all’interno del quale, aveva viaggiato per tutto il tempo assieme a noi. Dopodichè, afferrai saldamente le briglie di Eros, e lentamente iniziai a camminare nell’intento di raggiungere la mia famiglia. Quando finalmente, tutti quanti raggiungemmo lo stadio ippico, feci la lieta conoscenza del signor Haussman, direttore regionale della federazione equestre dell’ Arizona, nonché direttore e giudice di gara. Mi chiese con calma di seguirlo, ed io annuii, lasciandomi condurre pazientemente fino al box del mio cavallo. Mentre camminavamo, con l’intento di raggiungere lo stesso box, il signor Haussman venne fermato da una donna, che appariva disorientata. Lui non sapeva come aiutarla, perciò si rivolse a me, chiedendomi se la conoscessi. Incuriosita, guardai negli occhi quella donna per qualche secondo, e poco dopo mi resi conto che quella donna non era altri che mia madre. Felice di vederla, la salutai, e lei ricambiò. Subito dopo ci abbracciammo. Onestamente, pensavo che non sarebbe riuscita a venire a vedermi gareggiare, viste le condizioni di mia nonna Isabel, ma lei mi disse che finalmente la nonna si era ripresa, e che quindi lei era riuscita a mantenere la promessa che mi aveva fatto. Dopo ciò, le spiegai brevemente la situazione, e le presentai il signor Haussman. Mia madre si mostrò felice di conoscere quell’uomo, e dopo avergli parlato, si affrettò ad uscire dai box nel tentativo di raggiungere il resto della famiglia. Poco dopo, il signor Haussman mi lasciò da sola con Eros, ed io lo condussi lentamente nel suo box. Subito dopo averlo fatto, sentii un rumore provenire da quello accanto, così mi allontanai per un attimo da quello di Eros per controllare la fonte di quello strano rumore. Così, mi avvicinai cauta al box adiacente, e rimasi letteralmente stupita da ciò che vidi. All’interno dello stesso c’erano Aidan e il suo cavallo, un aggraziato stallone dal manto bruno. Ero davvero sorpresa di vederlo, poiché non avevo avuto alcun modo di contattarlo nei mesi precedenti alla gara, ragion per cui ero completamente all’oscuro della sua effettiva partecipazione alla gara. Pochi minuti dopo, la sorpresa lasciò spazio alla felicità, ed entrambi ci salutammo abbracciandoci. Avemmo appena il tempo di farlo, che subito fummo avvertiti dell’imminente inizio della gara. Era arrivata l’ora per noi, di lasciare i box ed avviarci verso il terreno di gara. Una volta arrivati, Aidan mi salutò di nuovo, augurandomi buona fortuna e dandomi un bacio sulla guancia. Dopodichè, entrambi ci avvicinammo ulteriormente alla pista, aspettando che la gara iniziasse. Subito dopo aver ricevuto il segnale di partenza, spronai Eros per invitarlo a correre, e lui si lasciò andare ad un galoppo fiero e sciolto. In quel preciso momento, ero unicamente concentrata sulla gara, e sul suono degli zoccoli del mio cavallo che colpivano, quasi ritmicamente, il terreno di gara. Tutto sembrava procedere bene, ero riuscita a portarmi in testa, e ad arrivare al quarto giro di pista. Stavo per accingermi ad iniziare il quinto e ultimo, ma qualcosa andò storto. Difatti, la gara fu bruscamente interrotta dallo stesso direttore, poiché uno dei partecipanti aveva bisogno di assistenza medica. Vennero subito allertati i paramedici, un’ambulanza arrivò sul posto in pochi minuti, e di colpo vidi un ragazzo venire trasportato con una barella. Ero davvero preoccupatissima. Sentii i medici incaricati parlare fra di loro. Dicevano che il ragazzo in questione era caduto da cavallo, e per via della caduta stessa, aveva perso i sensi. Sapevo bene di non doverlo fare, al fine di non intralciare i soccorsi, ma non potei assolutamente evitare di avvicinarmi. Inizialmente non capivo di chi si trattasse, ma poi, guardando meglio, mi accorsi che si trattava di Aidan. Così, con il terrore negli occhi, il viso pallido, e un nodo in gola, mi avvicinai ad un’infermiera, le dissi che conoscevo quel povero ragazzo, e le chiesi il permesso di salire in ambulanza assieme ai genitori di Aidan. La mia richiesta venne esaudita, e una volta lì, vegliai su di lui per tutta la durata del viaggio fino in ospedale, sperando che si riprendesse. Quando il viaggio finì, ed arrivammo in ospedale, gli venne assegnata una stanza, ed io, irremovibile, rimasi accanto a lui. Ora non mi importava della gara ormai finita. Non mi importava nulla. Volevo solo e soltanto che Aidan si risvegliasse. Con quella speranza nel cuore, continuai la mia veglia su di lui, incurante del parere dei medici, per ore. Alla fine, dopo un tempo che mi parve interminabile, Aidan si svegliò. Non appena lo vidi rinvenire, corsi a chiamare i medici. Tre di loro si precipitarono nella stanza, e Aidan, confuso, chiese spiegazioni su dove fosse, e su cosa gli fosse accaduto. Mantenendo la calma, una delle infermiere presenti gli spiegò che aveva battuto la testa e perso i sensi. Ad Aidan, la risposta apparve esauriente, e poco dopo si voltò verso di me. Non sembrò affatto riconoscermi,al punto tale da chiedermi chi fossi, e cosa facessi in quella stanza. Sforzandomi di non piangere, gli dissi come mi chiamavo, e che ero lì ad aspettare che si svegliasse, ma lui si confermò nella certezza di non avermi mai visto prima. Ero davvero scioccata. Vedendomi in quello stato, uno dei medici mi invitò ad avvicinarmi, e dopodichè mi diede la triste notizia. Aidan soffriva di amnesia. Difatti, stando ai referti medici, sembrava aver perso ogni ricordo degli ultimi sei mesi della sua vita. Le parole del dottore mi resero ancora più triste di quanto già non fossi. Di colpo iniziai a piangere, tornando a sedermi accanto al letto di Aidan. Lui stesso mi vide in lacrime, e me ne chiese il motivo. Fra un singhiozzo e l’altro, gli risposi che piangevo per lui e per ciò che gli era accaduto. Guardandomi, Aidan mi chiese di scusarlo se non ricordava nulla di me, ed io gli dissi di non preoccuparsi. Tuttavia, in quel momento, l’unica ad essere preoccupata ero io. Delusa, lasciai la stanza, e ne richiusi la porta alle mie spalle, abbandonando Aidan in quel letto d’ospedale. Proprio fuori da quella porta, in sala d’attesa, trovai i genitori dello stesso Aidan insieme a mia madre. Senza che me ne accorgessi, le lacrime continuavano a rigarmi il viso. Distrutta, abbracciai mia madre, e le raccontai tutto. Non tralasciai alcun dettaglio, e lei ascoltava in silenzio, muta come un pesce. In quel mentre, mi strinse forte a sé, nel seppur vano tentativo, di lenire il mio dolore. Non avrei mai voluto che una cosa del genere accadesse proprio ad Aidan, ma sfortunatamente era così. Dopo pochi minuti, io e mia madre osservammo la madre di Aidan avvicinarsi ad una delle infermiere, trattenere le lacrime, e parlare con lei della condizione del figlio. L’infermiera le disse che l’amnesia di cui Aidan soffriva, risultava essere temporanea e parziale, difatti riusciva a ricordare il nome dei genitori e della sorella, ma in seguito aggiunse che non si poteva sapere con certezza, quando ognuno dei ricordi dello stesso Aidan, avrebbe ripreso posto nella sua memoria. La madre di Aidan ringraziò l’infermiera, raccolse la sua borsa caduta in terra, e si avviò per la sua strada, lasciando l’ospedale. Anche volendo, non portò il figlio con sé, poiché secondo il parere dei medici, dovere rimanere in osservazione in ospedale. In quel momento, sembrava non esserci nient’altro che noi potessimo fare per lui, così, a malincuore, lasciammo tutti quell’arido ambiente sterile, tornando ognuno alle proprie mansioni. Adesso che ci penso, i medici si sbagliano. C’è ancora una cosa che tutti quanti noi possiamo fare, ossia sperare che Aidan ritorni ad essere il ragazzo di sempre.

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4 thoughts on “Compagni di sella – CAPITOLO XIX

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