16 anni: Io e le mie scelte – CAPITOLO XXIII

Aspettative deluse

Come di consueto, il tempo continua inevitabilmente a passare, scandendo in maniera precisa e puntuale, i ritmi di vita di ogni singolo essere vivente sulla Terra. Ogni tanto, decido di fermarmi per un attimo a pensare. Di giorno in giorno, specialmente in questo periodo, mi pongo migliaia e migliaia di interrogativi diversi, molti dei quali, rimangono però senza risposta. A proposito di ciò, a volte inizio a riflettere e mi chiedo in che modo la mia vita andrà avanti d’ora in poi, comprendendo poco tempo dopo, che non devo affatto aspettare che sia il tempo stesso a fornirmi una risposta adeguata, bensì, quella che deve darsi da fare e cercarla, sono io. Pensandoci, capisco che un interrogativo del genere è a dir poco, retorico. Insomma, sono proprio io che decido con l’andar del tempo come voglio che la mia vita vada, ed è cosa risaputa che questa mansione non è riservata a nessun altro all’infuori di me. Certo, ognuno gestisce la propria vita e prende le proprie decisioni, ma a volte deve rendersi conto di non potere nulla contro il destino. Oggi, tutto sembrava andar bene. Io ero a casa con le bambine, Jackson era al lavoro e i miei genitori mi avevano finalmente telefonato per avere mie notizie. Naturalmente, dissi loro che stavo bene, che tutto andava per il verso giusto e che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Il modo in cui risposi, sembrò far svanire le loro iniziali preoccupazioni, cosa che fece sentire risollevata anche me. Dopotutto, visto il mio gran da fare come casalinga madre di due figlie, non sto avendo molto tempo per mettermi in contatto con i miei genitori e con il resto della mia famiglia. Così, ogni volta che ne ho l’occasione, cerco di farlo, anche se solo per pochi minuti alla volta. Infatti, la telefonata che ricevetti da parte dei miei stessi genitori in quella tarda mattinata, non durò poi molto, all’incirca cinque, dieci minuti al massimo, ma la cosa non mi dava fastidio, anzi mi rallegrava. Più tardi, quando Jackson tornò dal lavoro, mi assicurai di fargli trovare il pranzo pronto, in modo che non dovesse aspettare molto tempo per mangiare. Ad ogni modo, consumammo il pasto come al solito, con l’unica differenza che il cellulare di Jackson squillasse praticamente ogni cinque minuti. Ovviamente, lasciavo che si alzasse da tavola e lasciasse la cucina per rispondere, chiedendogli, una volta tornato, chi era stato a telefonargli. Gli posi la stessa identica domanda varie volte, e tutte le volte si rifiutava di farlo, ignorandomi o fingendo di non sentire. Sulle prime cercai di non dare troppo peso alla cosa, ipotizzando che fossero chiamate legate, in qualche modo, al suo lavoro di medico, ma più il tempo passava, più quelle telefonate si facevano frequenti. dopo un pò, iniziai a non poter più sopportare l’andazzo delle cose. Ne avevo decisamente abbastanza. Io sono una persona paziente, ma in quel momento ero sicura solo e soltanto di una cosa: volevo vederci chiaro. Avevo bisogno di far luce su ciò che stava ormai andando avanti da tre intere settimane. Tuttavia, cercai di non mostrare il mio essere sospettosa a Jackson, sicché non volevo si facesse una cattiva idea di me. Intanto però, il tempo passava, e quelle misteriose telefonate continuavano ad arrivare, a volte anche ad orari piuttosto insoliti. In cuor mio, sapevo che qualcosa non andava, e avevo il timore che Jackson mi stesse nascondendo qualcosa. Così, per tutta la settimana successiva, cercai in ogni modo possibile di chiarire il tutto, svelando, una volta per sempre, questo mistero. Purtroppo però, seppur dopo innumerevoli tentativi, non ci riuscii. Ma non mi sarei arresa né data pace fino a che non fossi arrivata alla soluzione di quell’enigma. Continuavo, perplessa, a chiedermi il perché di quelle telefonate, tentando anche di farmi un’ idea circa chi avesse potuto farle. Alla fine, i miei sforzi vennero premiati. Infatti, la settimana dopo, tutto andò come di consueto, con l’eccezione che Jackson, nella fretta, aveva dimenticato a casa il cellulare. Come era prevedibile, ad intervalli regolari di circa dieci minuti, il telefonino squillava. Io, che fra i lavori di casa e la cura delle bambine, avevo un sacco di cose da fare, tendevo a lasciare che squillasse aspettando che smettesse automaticamente. Tollerai quei continui squilli un paio di volte, ma la terza, fu quella che fece traboccare il vaso. Infatti, ormai stanca di ascoltare per l’ennesima volta, quella dannata e ridondante suoneria, decisi, una volta per tutte, di prenderlo in mano e controllare di persona il motivo per cui squillasse ininterrottamente. Con grande sorpresa, notai, guardando per un attimo il display, che Jackson aveva ricevuto un messaggio. Non avrei voluto leggerlo, sapendo che sarebbe stato scortese da parte mia, ma ero determinata a scoprire di cosa si trattasse, così, pigiai il tasto apposito e visualizzai quel messaggio. Scoprii poi, che non era un messaggio di testo, bensì una fotografia, la cui vista mi lasciò attonita. Difatti essa ritraeva Jackson nell’atto di baciare un’altra ragazza, che, dopo qualche minuto di attente e scrupolose osservazioni, scoprii essere nientemeno che la sfrontata e acida Ashley Brook, mia acerrima nemica sin dai tempi delle scuole superiori. Dopo aver guardato quella fotografia, montai su tutte le furie. Ero letteralmente fuori di me, arrabbiatissima. Non riuscivo davvero a credere a quel che avevo appena visto con i miei stessi occhi. Poco dopo, andai in camera da letto, mi guardai allo specchio, e notai che una lacrima mi stava rigando il volto. D’improvviso, la mia rabbia si era trasformata in tristezza. D’altro canto, il motivo era palese. Ero stata tradita dal mio ragazzo, con il quale ero fidanzata da quasi cinque anni e dal quale avevo avuto due figlie. Stavo ancora guardandomi allo specchio, e tutto d’un tratto, iniziarono a tornarmi alla mente tutti i ricordi legati ai bei momenti passati con lui. Ripercorsi mentalmente ogni singola sfaccettatura della mia vita con Jackson, dal primo bacio, al giorno in cui nacquero le nostre bambine. Ero distrutta. Al solo pensiero stavo malissimo. Non riuscivo davvero a credere né ad accettare, che dopo tutti quegli splendidi momenti passati insieme, e dopo quella moltitudine di ricordi condivisi, lui ora mi stesse tradendo con Ashley. Pensai che fosse tutto finito. Il mio fidanzamento, il mio sogno di una vita felice, tutte quante le mie aspettative, tutto. Quel che mi restava erano solo tante e tante aspettative ormai deluse.
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3 thoughts on “16 anni: Io e le mie scelte – CAPITOLO XXIII

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