16 anni: Io e le mie scelte – CAPITOLO XIX

La fine dell’attesa

Sono ormai passati, anzi fuggiti, altri quattro mesi. Se dovessi descrivere la mia vita per come la sto vivendo adesso, direi semplicemente che è stupenda. In fondo, almeno a parer mio, non può esserci nulla di meglio che avere vent’anni, essere fidanzata da quattro, e aspettare l’arrivo di due bellissime e sanissime gemelline. Ormai, l’attesa è praticamente giunta al termine, infatti, dall’ultima ecografia alla quale mi sono sottoposta appena ieri, è emerso che dovrei essere pronta a dare alla luce le mie due bimbe nei prossimi tre giorni. A dir la verità, oltre ad essere felice per l’aver scoperto la mia dolce attesa, sono sempre stata molto preoccupata dell’eventualità di veder nascere le mie figlie prematuramente. Le nascite premature non sono un male, ma il più delle volte stanno a significare, da quanto ho letto documentandomi via internet, che il bambino in questione presenta problemi di salute o difficoltà nello sviluppo, perciò credo di aver avuto tutte le ragioni al mondo, per mostrarmi tanto ansiosa. Fortuna vuole, però, che questo non sia affatto il mio caso, che le bambine stiano bene, e che finalmente anche io mi sia ripresa dai capogiri e dal mal di stomaco. Inoltre, al fatidico momento che io e Jackson aspettiamo da ben nove mesi, mancano soltanto tre giorni, e c’è da dire che la tensione sta salendo alle stelle. Non vedo l’ora di vederle nascere, poterle guardare negli occhi e tenere strette fra le mie braccia. Quando ero piccola, chiedevo spesso a mia madre come si fosse sentita quando mi mise al mondo, e lei tutte le volte rispondeva dicendo che non c’erano assolutamente parole belle abbastanza per descrivere l’immensa gioia, felicità e letizia che aveva provato in quel preciso momento. Quello di cui era certa, era che un giorno, io avrei sicuramente provato quelle stesse identiche emozioni provate da lei quel giorno. Ebbene, a quel giorno tanto aspettato, bramato ed agognato, ne mancano appena tre, e penso che se già ora non riesco a contenere la felicità, essa stessa sarà ancora maggiore quando arriverà il tanto atteso momento. Al momento non ho altri pensieri per la testa, se non quello della fine di questa lunga attesa durata ben nove mesi. È davvero incredibile. Questi nove mesi sono davvero volati, difatti, senza che io abbia avuto il tempo di rendermene conto, sono ormai vicinissima alla data in cui metterò al mondo le mie due splendide bambine, e le vedrò per la prima volta, dopo aver aspettato per tutto questo tempo. Molte madri, quando si accorgono che la data del parto si avvicina, tendono ad innervosirsi e preoccuparsi, e non nego che anche per me inizialmente è stato così, ma adesso sono molto più tranquilla sapendo di avere tutto sotto controllo. Infatti, mentre tenevamo il conto dei giorni che mancavano all’arrivo in famiglia delle bimbe, io e Jackson ci siamo assicurati di essere completamente pronti alla loro nascita. Abbiamo arredato casa in maniera sobria ma elegante, sfruttando al meglio, tutto lo spazio disponibile in ogni singola stanza, senza ovviamente dimenticarci, della cameretta dove dormiranno le bambine una volta a casa. Per affrontare tutta quest’immensa mole di lavoro, ci sono voluti due giorni, ed io, a dispetto della mia condizione, non ho esitato a dare una mano. In fondo, ogni singolo malessere che avevo accusato in precedenza, era ormai completamente svanito, perciò, adesso che mi sono ripresa, ho subito pensato di voler fare la mia parte, in modo che io e Jackson ci dividessimo equamente il lavoro. Durante quei due giorni, tutto sembrò andare proprio come da copione, salvo fino alla fatidica sera del secondo giorno. Avevo appena finito di svuotare un paio di scatoloni pieni di vestiti da riporre nell’armadio della nostra stanza, ed ero stanchissima, perciò decisi di sdraiarmi sul letto per riposare e prendermi una pausa. Stavo quasi per riuscire ad addormentarmi, e alla fine, spossata, ci riuscii, ma il mio sonno non durò molto, perché tutto d’un tratto venni svegliata da degli acutissimi, frequenti e lancinanti dolori allo stomaco, che sembravano coincidere con il mio respiro. Non tentai di trattenere il fiato, bensì iniziai a emettere respiri meno profondi nella speranza di lenire il dolore che sentivo. Purtroppo, nulla da fare. In preda al dolore, chiamai, con tutto il fiato che avevo in gola, Jackson, aspettando che mi raggiungesse per aiutarmi. Lui non si fece attendere, e una volta che mi raggiunse, mi aiutò ad alzarmi, chiedendomi cosa avessi. In quel momento stavo letteralmente piangendo dal dolore, ma gli risposi comunque, dicendogli che pensavo fosse arrivato il momento tanto atteso. Veloce come un fulmine, mi diede una mano a scendere le scale e uscire di casa, dopodiché aspettò che salissi in macchina, e una volta acceso il motore dell’auto, partimmo alla volta dell’ospedale più vicino. Durante l’intero viaggio, il dolore non aveva affatto accennato a cessare, né tantomeno diminuire, ma ad ogni modo, cercai di mantenere la calma evitando di lamentarmi. Quando arrivammo, venni subito visitata da uno dei medici presenti, e subito dopo trasferita nella sala parto dell’ospedale stesso. Una volta lì, venni fatta sdraiare su di un lettino. Io, senza emettere neppure un fiato, seguii le istruzioni che avevo appena ricevuto dal medico, che poco dopo procedette facendomi rompere le acque. Subito dopo mi venne chiesto se sentissi dolore, e io risposi di sì. Il dolore che sentivo in quel momento, era un chiaro ed evidente segno dell’inizio del travaglio, perciò delle contrazioni. Queste ultime si ripresentavano a intervalli di due minuti l’una dall’altra, il che, secondo i medici, era un ottimo segno, poiché significava che per me, dopo quasi tre ore di travaglio, era arrivato il momento di spingere. Di nuovo, senza parlare, diedi retta ai medici, e dopo circa cinque minuti, misi al mondo la prima delle mie due figlie: l’adorabile e bellissima Emily. A qualche minuto di distanza dalla sorella, fece il suo ingresso nel mondo la seconda delle bambine: la stupenda Elizabeth. Appena nate, erano talmente piccole, fragili e indifese, che avevo quasi paura di far loro del male semplicemente tenendole in braccio. La cosa più bella dell’averle viste venire al mondo, oltre certamente al poterle stringere fra le mie braccia per la prima volta, è stato sentire il loro primo vagito. Ero talmente felice che fossero finalmente nate, che mi commossi e iniziai a piangere, con Jackson che, in piedi accanto a me, mi teneva stretta la mano in segno di contentezza, abbracciandomi subito dopo. La venuta al mondo dei propri figli, è qualcosa che una madre, come me, non può dimenticare. Momenti come questo sono ricordi indelebili, che rimangono impressi nella mente e nel cuore della madre fino alla fine dei giorni.
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