16 anni: Io e le mie scelte – CAPITOLO X

L’esame

Dopo settimane e settimane di attesa e scrupolosa preparazione da parte mia, il giorno in cui finalmente sosterrò il mio primo esame universitario, è arrivato. Stamattina tutto sembra essere come vorrei che fosse. Difatti, non c’è nulla che non vada in questa splendida mattinata. È  tutto così bello, fuori il sole splende, i prati sono in fiore e posso perfino sentire gli uccellini cinguettare semplicemente volgendo lo sguardo alla mia finestra. Dopo essermi concessa qualche minuto per ammirare il magnifico spettacolo che questa mattina la natura ha da offrirmi, decisi, pur nolente e svogliata, di alzarmi dal letto e prepararmi per andare all’università. Proprio mentre ero occupata a vestirmi, sentii il mio cellulare squillare e, dopo aver indossato in tutta fretta, una semplice e sobria maglietta bianca, lo presi velocemente in mano e risposi. Avevo di nuovo ricevuto la solita telefonata mattutina da parte di mia madre, che durante l’intera conversazione, mi era sembrata alquanto nervosa. Così, senza esitare, decisi di chiederle perché, e lei mi rispose dicendo che lo era semplicemente a causa del fatto che stava di nuovo avendo problemi al lavoro, e che Damien non le dava tregua, quindi lei era sempre costretta a doversi dividere fra il suo lavoro e il ruolo di madre. Successivamente, ne ha anche approfittato per ricordarmi che oggi, era il giorno in cui avrebbe voluto portare Damien dal pediatra per le consuete vaccinazioni. In tutto ciò un unico problema, ovvero il dover andare a lavorare, e il non riuscire quindi in nessun modo a spostare l’appuntamento che quella mattina aveva fissato con il medico. A quel punto io, che ero lì ad ascoltarla, e non volevo per nessuna ragione al mondo che saltasse il lavoro per una banalità del genere, pur sapendo che quella stessa mattina avevo il mio da fare, mi offrii di portare io il bimbo dal pediatra, e così feci. Fortunatamente, arrivai in tempo, e in meno di mezz’ora, riuscii a riportare Damien a casa da mia madre e tornare da Jackson in modo da farmi accompagnare, come di consueto, all’università da lui. Sfortunatamente, non appena arrivai a casa, lo trovai ancora profondamente addormentato, anche se, dopo una decina di minuti al massimo, si svegliò ricordandosi del fatto che oggi dovevo sostenere quel dannatissimo esame, dal quale poi, in futuro, sarebbe dipeso il diventare o meno insegnante. Mentre aspettavo che Jackson finisse di prepararsi, passavo il tempo guardando nervosamente l’ora sul display del mio telefonino, tentando di levarmi dalla mente un singolo pensiero, secondo il quale erano le nove e mezzo del mattino e che avrei dovuto presentarmi nell’aula universitaria designata in appena un quarto d’ora. Quando finalmente Jackson uscì dalla sua stanza, si scusò con me di essersi completamente dimenticato del mio esame. Io, che in quel momento volevo solo arrivare puntuale, sostenere l’esame sperando vivamente di passarlo e dopodiché tornare a casa non pensandoci più e lasciandomi il tutto alle spalle, feci finta di nulla dicendogli che il tardare per me non era per niente un problema di grande rilevanza, quando in realtà, a dirla tutta, lo era eccome. In ogni caso, quella mattina ci affrettammo nel raggiungere l’università, per evitare di fare un’altra delle mie solite e magre figure. Quando arrivammo, io, che ero davvero agitatissima visto ciò che mi aspettava, salutai Jackson e lo ringraziai per avermi accompagnata. Mentre mi affrettavo per raggiungere l’aula in cui il mio esame di storia e filosofia si sarebbe svolto, rischiai di cadere inciampando, goffa, distratta e maldestra come ben sapevo di essere. Una volta arrivata davanti alla porta dell’aula, ovviamente chiusa, bussai un paio di volte, aspettando che venisse aperta. Ad aprirla, qualche minuto dopo, non fu altri che la persona che in seguito scoprii essere il professore che ci avrebbe somministrato tutte le domande e i quesiti che l’esame prevedeva. Fortuna volle che io non fossi sola, poichè lì con me, sedute l’una accanto all’altra, c’erano Karen e Britney, le mie vecchie compagne di corso. Ero decisamente sorpresa nel vederle, poichè nonostante avessimo discusso varie volte del nostro futuro, non ricordavo affatto che mi avessero detto di voler diventare anche loro insegnanti. Ovviamente, quello era un semplice e noioso dettaglio, per cui decisi di non badarci troppo. Eravamo sedute l’una accanto all’altra da un bel pezzo, quando d’improvviso, sentii il prof chiamare il mio cognome. Io, senza esitare, mi alzai e mi avvicinai alla cattedra. Dopodiché il professore cominciò a pormi molte domande, tutte diverse, che però avevano un chiaro e preciso collegamento con l’argomento principale. Per fortuna, tutto sembrava andar bene. Esponevo con notevole calma e sicurezza tutti gli argomenti, ricevevo sorrisi dalle mie compagne, rispondevo a tutte le domande in maniera esauriente ed esaustiva, e, cosa più importante, non tentennavo, cosa della quale, all’inizio non facevo che preoccuparmi. Difatti, avevo molta paura di bloccarmi, di strascicare parole, o di non riuscire a far fluire un chiaro discorso dalle mie labbra. Il mio esame andò avanti per quasi un’ora, e visto che avevo iniziato, sapevo di non dovermi fermare e soprattutto di non mostrarmi insicura. Mentre parlavo, concentrata esclusivamente sul discorso che stavo articolando, notai con piacere che il professore, almeno ai miei occhi, sembrava soddisfatto di come stessero andando le cose. Alla fine, dopo quasi un’ora passata a rispondere a varie domande tutte differenti, il professore dichiarò che avevo passato brillantemente l’esame, ottenendo come voto trenta e lode. A quella notizia, non seppi fare altro che ringraziarlo educatamente, salutarlo con un semplice “arrivederci” e dopodiché congedarmi uscendo con tutta calma dall’aula. Una volta fuori, iniziai a dirigermi verso l’uscita dell’edificio, e, quando finalmente mi trovai all’esterno, decisi di telefonare a Jackson perché venisse a prendermi. Detto fatto. Dopo non meno di cinque minuti dalla mia telefonata, lo vidi arrivare e cominciai ad avvicinarmi alla sua auto, che poi fermò per farmi salire a bordo. Non appena mi sedetti in auto, ne approfittai per tirare fuori dalla borsetta che avevo, il mio cellulare, per mezzo del quale inviai un veloce messaggio a mia sorella Courtney per avvisarla che avevo passato l’esame. Ebbi a malapena il tempo di rimetterlo a posto, e subito dopo Jackson mi guardò e mi chiese: ”Allora, com’è andata? Bene spero, insomma, ti preoccupavi tanto!” Con il sorriso sulle labbra, lo guardai e gli risposi felice: ”Benissimo! Non ci crederai mai ma ho ottenuto trenta e lode!” Non appena finii la frase, Jackson, senza distrarsi, mi avvolse un braccio intorno alle spalle senza dire niente, senza aggiungere una parola, finché, qualche secondo dopo, non fece scivolare la sua mano vicino alla mia iniziando a stringerla, maniera tutta sua di dirmi, senza usare le parole, che era veramente contento. All’inizio, dovetti  ammettere di trovare alquanto strano il fatto che non avesse avuto nulla da dire riguardo la notizia che gli avevo appena dato, tuttavia, decisi di non badarci troppo. Jackson, mi tenne stretta la mano fino a quando non arrivammo a casa, e gli toccò lasciarmela per scendere dall’auto. Poi, appena arrivammo davanti alla porta di casa, lo fissai per una manciata di secondi finché non iniziò a frugarsi nella tasca della felpa, estraendone dopo, la chiave con cui aprì in maniera calma ma decisa, la porta. Quando entrammo in casa, però, notai di colpo un silenzio tombale. La cosa mi parve piuttosto strana, così, mentre entrambi camminavamo verso camera sua, lo guardai e gli chiesi: ”Come mai non c’è nessuno? Di solito c’è un’accoglienza così festosa qui dentro.”  Subito dopo, Jackson mi guardò e rispose sorridendo: ”Beh, la casa è vuota soltanto perché i miei sono al lavoro e Alan è fuori con un paio di amici, niente di che. Dai, non avrai mica paura?” Dopo quelle parole, tornai a guardarlo e gli risposi: ”Cosa? Paura? Ma che accidenti vai dicendo?” Non appena finii la frase, però, d’istinto abbassai la testa come un coniglio spaventato. Non avevo affatto avuto paura, ma ho diciannove anni, e detesto quando la gente, specialmente le persone a me care, mi considerano una povera bimba paurosa. Ad ogni modo, capendo che scherzava, decisi di sorvolare e lasciar cadere la questione, in modo che non se ne parlasse più, e in effetti, la cosa funzionò. Era pomeriggio inoltrato, e pur essendo primavera, con quelle nuvole grigie che vedevo avvicinarsi guardando fuori dalla finestra, sembrava di essere di nuovo in pieno inverno, stagione in cui, a volte senti il sangue gelarti nelle vene, hai talmente freddo da non riuscire a muovere un passo, e le raffiche di vento sembrano sfigurarti il viso. Quello di oggi, ad ammetterlo, è davvero un pomeriggio uggioso, e ora come ora, l’unica cosa che mi aiuta a combattere la noia che mi assale è stare sdraiata sul letto in camera di Jackson, con lui che mi guarda mentre sono lì ferma a scambiarmi messaggi con mia sorella Courtney, tramite il mio telefonino. Dopo un pò però, quando anche quello sembra avermi dato noia, decido di spegnere il cellulare, posarlo sul comodino accanto al letto e invitare Jackson, che durante tutto il precedente lasso di tempo, era rimasto con la schiena  poggiata contro la parete, a sdraiarsi accanto a me. Quando finalmente lui si decide a farlo, dopo avermi di nuovo preso delicatamente la mano, inizia ad accarezzarla, con me che lo guardo negli occhi con lo sguardo di chi è follemente innamorato. Dopo un po’ inizia a fare lo stesso, ed è così che iniziamo a scambiarci tenere occhiate per i successivi cinque minuti, o forse anche di più. Tutto d’un tratto, però, mentre è ancora lì che mi guarda, Jackson mi stringe forte la mano, e mi bacia dolcemente sulle labbra. Quel bacio non durò poi molto, un minuto al massimo, ma a me non importava affatto. Apprezzavo il gesto e alla fine ed era questo quel che contava. Più tardi, con il passare delle ore, calò la sera, ed io, indecisa se restare a casa per mettermi a letto, o uscire con Jackson e passare una serata divertente, titubai. Tuttavia, mi concessi del tempo per rifletterci e compresi di aver avuto una giornata piuttosto faticosa, optando quindi per la prima delle due opzioni che avevo. Decisi quindi di rimanere a casa e andare a dormire visto quante ne avevo passate durante l’intera giornata. E fu così che, sfinita dalla stanchezza, mi addormentai sprofondando in un sonno senza sogni.
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4 thoughts on “16 anni: Io e le mie scelte – CAPITOLO X

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