16 anni: Io e le mie scelte – CAPITOLO VIII

Fiocco azzurro in casa Thompson

Un nuovo giorno è iniziato, e questa mattina tutto sembra andare per il meglio. L’unica pecca è, però che mi sto letteralmente fossilizzando sulla mia ormai parecchio ripetitiva, routine giornaliera. In effetti, dover ripetere, da ormai quasi un intero anno, per giunta, le stesse e  medesime azioni ogni singolo giorno, sta davvero iniziando a darmi noia. Ad ogni modo, comprendendo che ne va della mia futura carriera di insegnante di lettere, mi tocca stringere i denti e continuare a farlo, così come ho fatto finora. Oggi, mentre seguivo la consueta lezione universitaria, chiusa in un’aula a malapena grande abbastanza da permettere a me e ai miei compagni di muoverci, non potei fare a meno di notare che il mio cellulare, non smetteva di vibrare dall’interno del mio zainetto, segno che stavo ricevendo svariati messaggi. Inizialmente, cercai di non badarci concentrandomi sulla lezione, ma poi, quando la costante vibrazione del mio telefonino divenne insopportabile, decisi di aprire lo zaino, prendere in mano il cellulare e spegnerlo in tutta fretta, senza neanche guardarne lo schermo. Alla fine della lezione, quando fu il momento per me e per Jackson di tornare a casa, entrambi iniziammo a dirigerci verso la sua auto e, non appena mi sedetti aspettando che avviasse il motore e partissimo, frugai per qualche minuto nel mio zaino, alla ricerca del mio cellulare, del quale prima avevo totalmente ignorato il continuo vibrare. Una volta che lo ebbi ritrovato, lo accessi, e rimasi sconcertata dal contenuto di uno dei messaggi inviatimi da mia sorella Courtney. Difatti, il messaggio diceva:” Carly, dove sei? Mamma sta male. Vieni subito a casa, fai presto.” Così, dopo aver realizzato la gravità della situazione, chiesi a Jackson di portarmi subito a casa di mia madre perché, visto il messaggio che mia sorella mi aveva inviato, avevo il timore che stesse accadendo qualcosa di veramente grave. In quel momento apparendo, anche lui visibilmente provato da ciò che gli avevo appena riferito, cercò di accompagnarmi a casa il più veloce possibile e, quando finalmente giungemmo a destinazione, suonai il campanello un paio di volte, aspettando nervosamente che la porta venisse aperta. Poco dopo, fu Courtney ad aprire e appena mi vide disse ”Carly! Finalmente ce l’hai fatta ad arrivare! Che spavento mi hai fatto prendere!” Io, che in quell’importante momento ero tesa e nervosa almeno quanto lei, lasciai perdere i convenevoli e le chiesi dove fosse nostra madre. La mia preoccupazione aveva ormai raggiunto livelli stratosferici, così, senza perdere un attimo, mia sorella mi condusse nella stanza occupata da nostra madre. La porta della camera era ancora chiusa, e l’unico suono udibile era rappresentato da delle urla strazianti. Ero spaventata. sapevo che lì dentro c’era mia madre, ma quelle grida mi facevano letteralmente gelare il sangue nelle vene. Ad ogni modo, io e mia sorella decidemmo di entrare, e non appena mi madre esclamò: ”Carly! Grazie al cielo sei qui! È arrivato il momento! Devi subito portarmi in ospedale!” In quel momento, tremavo di paura, ed ero talmente agitata da non riuscire neppure a muovere un passo. In ogni caso, decisi di non menare il can per l’aia e aiutai mia madre ad alzarsi dal letto dove era sdraiata, accompagnandola alla porta. A Jackson, che era ancora fuori, ci vollero pochi secondi e una mia occhiata per capire quello che stava succedendo. Così, senza ulteriori indugi, tutti e tre aiutammo mia madre a sedersi nell’ auto del mio ragazzo e, quando anche io e mia sorella prendemmo posto, lui avviò il motore e partimmo in direzione dell’ospedale più vicino, che era, fortunatamente, poco lontano da casa mia. Come se non fosse già abbastanza, però, ci trovammo imbottigliati nel traffico, cosa che, agitò ancor più fortemente, noi tutti. Io e mia sorella, entrambe concentrate sull’ evitare che accadesse qualcosa di davvero grave a nostra madre e al suo futuro bebè, le chiedemmo di calmarsi e di stare tranquilla, asserendo sarebbe andato tutto bene e che, in ogni caso, non doveva agitarsi. Poi, dopo mezz’ora di viaggio, che invece sembrò non passare mai, arrivammo finalmente in ospedale, sapendo però di dover fare in fretta. Per nostra fortuna, non appena l’equipe medica vide mia madre e lo stato in cui versava, capì subito quale fosse il problema, così le vennero affidate tutte le cure del caso, e venne immediatamente trasportata in sala parto. Quando a mia madre venne chiesto se volesse qualcuno accanto, lei scelse me e mia sorella, e noi, felicissime dello stare per  avere un nuovo fratellino, o una nuova sorellina, accettammo di buon grado di assistere al vero e proprio miracolo che era in procinto di palesarsi davanti ai nostri occhi. Quel giorno, mia madre venne subito fatta sdraiare su un lettino, e i medici le raccomandarono di rilassarsi. Lei, che dopo aver avuto me, mia sorella e mio fratello, ed  era ormai arrivata al quarto figlio, sapeva già molto bene quello che sarebbe accaduto in sala parto, ma vi assicuro, che a guardarla lì sdraiata e tremante come una foglia, mentre ripeteva di non volere che nessuno la lasciasse da  sola, non sembrava affatto sapere a cosa andasse incontro.  In quel momento, mia madre appariva letteralmente sopraffatta dall’ansia, e la tensione si poteva tagliare con un coltello. Finalmente poi, dopo ben tre lunghe ore di travaglio, i medici le dissero che era per lei arrivato il momento di spingere. Mia madre aveva davvero molta paura che avesse potuto esserci qualche complicazione ed era restia a farlo, ammettendo di provare molto dolore, ma alla fine decise di dare retta al medico e all’ostetrica che erano lì con lei sapendo di potersi fidare. Così, dopo ore passate in ospedale, mia madre diede alla luce un bel maschietto che era il ritratto della salute e che, secondo mia madre, somigliava molto a mio padre, avendo gli occhi verdi e un piccolo ciuffetto di capelli neri. Ora, l’unica cosa che restava da fare, era dare un nome a quell’adorabile creatura. Prima di averlo, mia madre aveva passato mesi a decidere come chiamare il bambino una volta che sarebbe nato. Così, dopo averlo tenuto in braccio per un pò, mia madre suscitò la curiosità dell’ostetrica che, dopo averla guardata, le chiese: ”Allora, com’è che chiamerete vostro figlio?” Senza esitare, mia madre rispose che il piccolo si sarebbe chiamato Damien, un nome che le era sempre piaciuto. Dopo un pò  di tempo passato in braccio a mia madre, il bimbo cercò subito di aprire gli occhi, e una volta vista la moltitudine di gente che aveva intorno, si spaventò e iniziò a piangere. Fu allora che mia madre iniziò a cullarlo fino a quando non si calmò e non si addormentò spossato fra le sue braccia. Io, che ero proprio lì accanto, a circa due metri di distanza, mi feci scappare qualche lacrima, tanta era la mia contentezza. A pensarci, non avevo mai assistito alla nascita di un bambino, eppure, oggi ero lì che lo stavo facendo. Il punto era un altro. Quella a cui avevo appena assistito, non era stata una nascita qualunque, bensì la nascita del mio fratellino, il piccolo e adorabile Damien Thompson.
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