16 anni: Io e le mie scelte – CAPITOLO IV

Il trasferimento

Sono ormai passati due giorni, e mia madre mi ha dato il permesso di trasferirmi da Jackson, ma per ora sono ancora a casa e aspetto che venga a prendermi ormai da ore. Nel frattempo, comprendendo di non poter restare perennemente seduta sul divano fissando il mio cellulare e  la porta di casa, ho deciso di andare velocemente nella mia camera per dare un’ultima occhiata alle mie valigie e a come le avevo preparate, così da essere sicura di non aver dimenticato di metterci dentro qualcosa, data la mia inguaribile sbadataggine. Ero ancora in camera mia a controllare i miei bagagli, quando d’un tratto sentii mia madre e mia sorella urlarmi di scendere perché finalmente, dopo ben due ore di attesa, Jackson era arrivato. Fu così che scesi al piano di sotto come mi era stato detto di fare, ma invece di uscire subito fuori casa, aprii la porta e feci segno a Jackson di entrare, anche se solo per un attimo. Obbedendo a quella sorta di ordine, fece segno di sì con la testa, fermò la macchina, la parcheggiò e scese, dirigendosi poi verso la porta di casa mia. Non ebbe nemmeno il tempo di varcare la soglia che subito si trovò davanti mia madre, che, dopo aver pazientemente atteso che si sedesse sul divano accanto a me, ci guardò e disse: ”Ragazzi vi devo parlare.” Noi due, che eravamo ancora lì seduti l’uno accanto all’altra, la guardammo senza capire cosa intendesse, pensando infatti di aver chiarito la faccenda con la discussione del giorno prima. Evidentemente per mia madre non era cosi. A quel punto io, che ancora non riuscivo a spiegarmi il perché di quello strano comportamento e mi scervellavo per capirlo, ad un tratto ci arrivai pregando che non mi facesse sfigurare. Nel salotto di casa c’era un silenzio di tomba ma io, che iniziavo davvero  a non sopportarlo più, guardai mia madre con aria decisamente seccata. “Hai cambiato idea, vero?” chiesi, tacendo nell’attesa di una risposta. Mantenendo il silenzio, mia madre mi guardò, per poi decidersi a parlare e dirmi:” Brava Carly, ottima deduzione per una diciassettenne come te. Ti sbagli davvero di grosso se pensi sul serio ciò che mi hai appena detto. Voi due andrete a vivere insieme, e voglio solo augurarvi il meglio. Come già sai, io ti voglio bene, e mi scuso con te per tutte le volte in cui ho esagerato facendoti sentire in imbarazzo. Potrai mai perdonarmi?” Non avendo il coraggio di parlare, trovai la domanda postami da mia madre, retorica. In fin dei conti, era la donna che mi aveva donato la vita, come potevo non perdonarla? Abbracciandola, decisi di farlo, e appena un attimo dopo, io e Jackson ci scambiammo un’occhiata d’intesa. Tornando quindi a guardare mia madre, notai che non riusciva a trattenersi dal piangere, così la invitai a sfogarsi. Dopo le mie parole, mia madre, che era tra l’altro ancora in lacrime, mi abbracciò così forte che pensavo stesse per soffocarmi. In quel mentre, continuava a ripetermi che le sarei mancata, che mi avrebbe pensato ogni giorno e  che non credeva ai suoi occhi. Con mia grande sorpresa mi disse anche che era giusto che mi fossi “ribellata” a lei e che finalmente avessi avuto il coraggio di prendere una decisione così importante come quella di trasferirmi. D’altro canto le avevo preannunciato che non mi sarei certamente potuta pentire di questa scelta e che comunque non ero sola perché con me c’erano il mio fidanzato e la sua famiglia, che tra parentesi ancora non mi conosceva ma che, a detta di Jackson, non vedeva l’ora di farlo. In fin dei conti, tutta la mia famiglia era felicissima del fatto che con il mio trasferimento, stessi affermando la mia indipendenza e la mia libertà, l’unica pecca era che sfortunatamente c’era ancora qualcuno, come ad esempio mia madre, che all’inizio non lo accettava, ritenendomi troppo piccola per andare a vivere con il ragazzo che era riuscito a stregarmi rubandomi il cuore. Ripeteva incessantemente che dovevo dare tempo al tempo, di aspettare la giusta occasione per farlo, che alla mia età era troppo presto e che me ne sarei sicuramente pentita, ma per fortuna, dopo varie discussioni, l’ho convinta  lasciarmelo fare dicendole che almeno dal mio canto mi sentivo pronta e abbastanza adulta da compiere quest’importante passo. Così, dopo mille peripezie, quella mattina riuscii a trasferirmi da Jackson. Ad essere sincera, non vedevo davvero l’ora di arrivare a casa sua così lui mi presentasse alla sua famiglia che anch’io desideravo di conoscere, e malgrado l’esigua distanza fra le nostre rispettive abitazioni, che, per la cronaca, distavano l’una dall’altra soltanto tre chilometri, a me il viaggio parve veramente interminabile. Ad ogni modo, giungemmo finalmente alla tanto agognata destinazione e arrivò il momento di scendere dall’auto, e pur non dimostrandolo, ero fuori di me dalla gioia. Jackson, vedendomi seria e muta come un pesce, mi chiese se c’era qualcosa che non andava, e io gli risposi che stavo bene ma ero solo stanca visto il lungo viaggio. A quelle parole si tranquillizzò, e insieme continuammo a camminare fino ad arrivare davanti a casa sua. Senza esitare, Jackson suonò il campanello e aspettò che la porta venisse aperta. Dopo pochi minuti di attesa ci accolse quella che solo dopo scoprii essere sua madre. Appena lo vide, la donna gridò: ”Jackson! Si può sapere dove sei stato?” Rimanendo calmo, lui le chiese di calmarsi perché con lui c’era un’ ospite. A quel punto sua madre gli rispose: ”Ospite? Quale ospite? Di chi parli?” Fu così che Jackson fece il mio nome e io, che ero ancora ferma sull’uscio di casa, entrai. Ad assistere alla scena c’erano anche suo padre e suo fratello Alan, corsi in salotto appena sentite tutte quelle urla. Dopo qualche minuto, tutto sembrò essere tornato alla normalità, Jackson si avvicinò a me e in tono solenne, disse: ”Mamma, papà, lei è la mia fidanzata Carly”. Appena Jackson finì la frase sua madre, che era evidentemente sorpresa nel vedermi, mi salutò, mi strinse la mano e disse: ”Beh, così sei tu la famosa Carly di cui Jackson non  fa che parlare eh? Comunque, piacere sono la madre di Jackson, Christine.” Poco dopo, anche il padre di Jackson mi si avvicinò per presentarsi ed essendo anche lui piuttosto curioso di conoscermi, disse: ”Così ti chiami Carly, eh? Complimenti hai davvero un bel nome! Non sai quante volte nostro figlio si sia ripromesso di portarti qui per lasciare che ti conoscessimo. A proposito, mi chiamo Stan e sono il padre di Jackson. Finite le presentazioni, mi misi a cercare nella borsetta che mi ero portata, il mio cellulare e, dopo averlo trovato, inviai un veloce messaggio a mia sorella Courtney per dirle che andava tutto bene. Subito dopo, visto come premevo freneticamente i tasti del cellulare, Jackson mi mise una mano sulla spalla e mi chiese se fosse tutto apposto. Io, per non lasciare che iniziasse a insospettirsi, annuii, spegnendo in tutta fretta il telefonino e rimettendolo nella borsetta. Passai quel pomeriggio a interloquire con i genitori di Jackson, che mi posero varie domande fra cui come stesse la mia famiglia, come andava la scuola, perché avessi deciso di trasferirmi e, cosa più importante, com’è che i miei genitori l’avevano presa a riguardo. Quella domanda inizialmente mi spiazzò, non perché non sapessi cosa rispondere, anzi, era il contrario, ma perché non trovavo le parole per descrivere la reazione che mia madre aveva avuto il giorno in cui ne avevamo parlato. Alla fine mi decisi e risposi dicendo che all’inizio aveva faticato non poco ad accettare questa mia decisione, ma che poi, dopo le migliaia e migliaia di volte in cui glielo avevo ripetuto in maniera ferma e decisa, aveva finalmente ceduto a questo, come lei soleva chiamarlo, ”capriccio”. Inevitabilmente, poi arrivò la sera, e con essa  l’ora di cena, che data la mia fame, aspettavo piuttosto impazientemente  Quando fu il momento, mi sedetti a tavola assieme a Jackson e alla sua famiglia, e consumai il pasto facendo, una volta finito, feci  i complimenti a sua madre per le sue incredibili doti culinarie. Dopo cena,  mi offrii gentilmente di dare una mano a sparecchiare, ma la madre di Jackson, rifiutò educatamente questa mia proposta. Così, rimasta praticamente sola e senza nulla da fare, chiesi al padre di Jackson dove fosse la camera del figlio e lui mi rispose senza esitare. Dopodiché, senza attendere un istante, mi misi a camminare per la casa fino ad arrivare alla stanza di Jackson. Una volta arrivata davanti a quella porta, bussai un paio di volte e, veloce come un razzo, Jackson si precipitò ad aprirla. Appena entrai mi invitò a sedermi accanto a lui sul suo letto e disse: ”Allora, che impressione ti hanno fatto i miei genitori?” “Sono delle persone squisite.” Risposi. Voltandomi verso di lui, lo notai distratto, così gli chiesi cosa stesse facendo, ma non rispose, limitandosi a ignorarmi e ad accarezzarmi i riccioli. Sinceramente, pur essendo fidanzata con lui da un anno, non ho ancora imparato a sopportare il fatto di essere ignorata, così, pensando che quello fosse l’unico modo di farlo smettere, schioccai le dita nella sua direzione un paio di volte, cosa che lo fece desistere dal farlo. Poi, curiosa e stranita dal suo precedente comportamento, gli chiesi: ”Si può sapere che ti succede?” Successivamente, sebbene alquanto sorpreso dalla mia domanda, rispose: ”No niente, va tutto bene, ero solo sovrappensiero. A quelle parole, io, che da un lato non mi accontentavo di quella risposta così misera, e dall’altro ero curiosa, decisi di informarmi ”A cosa stavi pensando?” gli chiesi. Lui, in tono abbastanza malinconico, disse” A mia nonna Rose, che ci ha lasciati ormai da cinque anni. Certo, ormai l’ho superato, ma credimi, stare con te, che con quel tuo carattere adorabile, sorridi sempre, scherzi e fai battute, mi leva questi pesi e questi brutti pensieri di dosso. Ti amo”. A quella notizia, mi sentii mancare, e sbiancando, dissi: ”Accidenti, non lo sapevo, sul serio scusa, se è stata colpa mia non avevo alcuna intenzione…”. Non ebbi neanche il tempo di finire la frase che lui mi zittì e replicò:” No, ma dai, scherzi? Non ne hai alcuna colpa. Va tutto bene.” Successivamente, dopo quella triste conversazione avuta con lui, lo abbracciai, ci baciammo e mi scusai di nuovo. In fondo non era affar mio, e non avrei certo dovuto intromettermi. Dalla fine di quella conversazione in poi, nella stanza di Jackson cadde un silenzio di tomba, e io, comprendendo quanto sciocca e invadente fossi stata nonostante lui mi avesse già perdonato, abbassai la testa e incrociai i piedi, triste com’ero per ciò che era accaduto poco prima. Jackson, che invece non sopportava vedermi in quello stato, mi ripeté per l’ennesima volta di non avercela con me, poichè non avevo alcuna colpa e che non dovevo essere così dura con me stessa. In fin dei conti, ogni persona a questo mondo commette degli errori e ha delle giornate in cui il buio predomina sulla luce, compresi noi. A tal proposito, anch’io, che reputo la mia vita perfetta, ho le mie a volte, ma quella di oggi, come giornata nel suo insieme, mi è sembrata tutto fuorché una brutta. In fin dei conti poi, non posso neanche lontanamente immaginare di lamentarmi perché è proprio oggi che la mia vita, seppur assieme a tutte le sue piccole sfaccettature e i suoi insignificanti lati negativi, si è ancora una volta dimostrata perfetta per me che la vivo. Quando dico cose di questo genere, fidatevi, sono seria. Diciamoci la verità. Ho una famiglia meravigliosa pronta a sostenermi su tutti i fronti e un ragazzo a dir poco incredibile, sempre lì per me nel momento del bisogno in qualsiasi situazione e anche lui sempre pronto a sostenermi e capirmi come solo lui sa fare. Che può esserci di meglio?
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