16 anni: Io e le mie scelte – CAPITOLO II

Il mio primo appuntamento

Come si suol dire il tempo vola, specialmente quando ci si diverte ed io, che in tre mesi ne ho passate di cotte e di crude, posso proprio confermarlo. Ora che ci penso, è anche passato un bel pò di  tempo dall’ultima volta che Jackson e io ci siamo visti e in questo lasso di tempo lui non si è fatto sentire per niente. Voglio dire, non una telefonata, né un messaggio sul cellulare, né un’e-mail, niente. Il nulla più totale. Per l’intero pomeriggio ho cercato di contattarlo ma non risponde al cellulare né ai messaggi di cui gli tempesto ormai da ore la segreteria telefonica e la casella di posta elettronica. Il che è alquanto strano da parte sua, insomma, solitamente se si rende conto che lo cerco, si fa sentire, ma ultimamente non è così e non posso fare altro che chiedermene il perché. Ad ogni modo, mentre ero seduta alla mia scrivania a studiare, sentii il telefono squillare e mi precipitai in  cucina per rispondere, ma mia madre, che è lì da sola a lavare i piatti, rovina i miei piani. ”Carly! C’è qualcuno al telefono per te!” Sento gridare da mia madre, ancora indaffarata con le faccende domestiche. A quel punto torno trafelata in cucina e mia madre, che ha le mani  bagnate, mi passa la cornetta del telefono lasciandomi parlare in tutta tranquillità. “Pronto? Feci io, attendendo una qualunque risposta. ”Carly? Sono io, Jackson. Dì sei libera stasera? Se hai da fare dillo subito così vediamo di risentirci.” Non riuscivo a crederci. Era Jackson. In quel momento, il mio povero cuore perse un battito, e con la voce rotta dall’emozione, risposi: ”Cosa? Da fare? Chi io? Starai scherzando spero!” Intanto il cuore mi batteva all’impazzata, e la vergogna sembrava essersi impossessata di me. Ah davvero? Quindi se sei libera usciamo insieme, ti va? Propose, sperando nella positività di un mio responso. “Certo!” Dissi, felicissima della proposta. “Passi a prendermi tu in auto?” chiesi, dubbiosa. Sì, se per te va bene. Ottimo, allora a dopo. Risposi, per poi porre fine alla nostra conversazione telefonica. Alla fine della telefonata, corsi in camera a vestirmi e truccarmi. Essendo quello il mio primo appuntamento, volevo sembrare carina. Non avendo le idee chiare su cosa mettere, chiesi consiglio a mia madre, e insieme scegliemmo un favoloso abito da sera rosso, una bellissima catenina dorata con ciondolo a forma di cuore regalatami da Jackson per il nostro primo mesiversario, e delle strepitose scarpe col tacco nere. Appena finito di prepararmi, sentii il suono di un clacson, e guardando fuori dalla finestra scoprii che era Jackson, passato a prendermi in auto proprio come aveva detto. Così, una volta scesa in strada, Jackson mi vide, aprì la portiera, aspettò che salissi in macchina, accese il motore e partimmo. Quasi per tutto il viaggio nessuno di noi due disse nulla, ma dopo un po’ Jackson si complimentò con me per come ero vestita, e io aggiunsi che a mio avviso lui non era certo da meno. Ai miei occhi sembrava un damerino. Quella sera, Jackson mi portò a cena in pizzeria, ma nessuno dei due aveva molta fame, ragion per cui ci dividemmo una pizza facendo poi un brindisi al nostro neo-fidanzamento. Finito di cenare, Jackson, da gran galantuomo qual era, chiese che ci venisse portato il conto, pagò e subito dopo uscimmo dalla pizzeria per tornare assieme in macchina. Durante il viaggio di ritorno a casa, mi addormentai sfinita e lui, che probabilmente se ne era già accorto, preferì non disturbare pensando di svegliarmi appena arrivati di nuovo a casa mia. Non fece nemmeno in tempo a sfiorarmi con la mano che mi svegliai di soprassalto, rischiando di farmi davvero male. Jackson, che era lì ad assistere alla scena mi disse di calmarmi e scendere dall’ auto perché eravamo arrivati a destinazione. Detto fatto. Fu così che scesi, lo ringraziai per la bellissima serata passata insieme, lo salutai e mi avviai verso il portone di casa. Mentre camminavo, notai qualcosa di strano. Le luci del salotto erano accese. Pensai fosse insolito, essendo ormai praticamente notte fonda. Ad ogni modo, entrai in casa tremante come una foglia visto il freddo che faceva fuori. Una volta entrata mi richiusi la porta alle spalle, sbattendola inavvertitamente di nuovo per via del vento. Stavo, per tentare di arrivare in camera mia senza farmi scoprire da nessuno, muovendomi più silenziosamente che potevo. Fatti pochi passi, mi ritrovai davanti al corridoio che conduceva alla mia stanza, così, senza esitare lo attraversai e finalmente ci arrivai. Una volta lì, aprii la porta, che emise un flebile cigolio, e una volta entrata la richiusi piano per evitare altro rumore. Ai miei occhi ci volle un po’ perché si abituassero all’oscurità della mia camera e subito dopo, scorsi una sagoma nel buio. Decisi quindi di accendere la luce. Ad essere sincera, ero stufa di non riuscire a vedere nulla.  Una volta accesa la luce, notai che il losco figuro che credevo di aver visto poco prima non era altri che mio fratello Justin, seduto su una sedia al centro della stanza. Lui, che inizialmente sembrava tranquillo come sempre, appena mi vide, tuonò: ”Carly! Si può sapere dove sei stata finora? E se non ti spiace, potresti magari anche spiegarmi perché non hai telefonato neanche una volta in tutta la sera?” Io, con voce rotta dall’emozione, risposi: ”Justin, vedi di darti una calmata e lasciami parlare, così ti spiego tutto. Vedi, ero semplicemente fuori a cena con Jackson, d’accordo? Anche tu, se ci pensi bene, il più delle volte esci con Juliet, rincasi tardissimo ma nessuno in questa casa ha mai nulla da ridire a riguardo. Che mi dici ora?” Le mie parole avevano sortito l’effetto contrario a quello che speravo. Infatti, invece di calmare mio fratello, lo fecero innervosire e arrabbiare ancor più di quanto già non fosse. Così mi disse, in quel suo solito tono perentorio, che chiude all’istante qualunque discussione, che la storia fra lui e Juliet era solo loro e di nessun altro e che non dovevo mai più ficcare il naso in affari che non mi riguardavano. Detto ciò se ne andò dalla mia stanza lasciandomi completamente sola. In quel momento, mi sentivo una perfetta idiota. Non mi piaceva affatto litigare né con mio fratello maggiore né con nessun altro dei miei familiari, eppure, l’avevo appena fatto, ben sapendo che andava contro ogni fibra morale del mio corpo. Subito dopo, triste e amareggiata com’ero per ciò che era successo, chiusi a chiave la porta della mia stanza, mi buttai sul letto e una volta lì mi lasciai andare a un pianto dirotto per mezzo del quale speravo di dimenticare l’accaduto. ero lì ferma a piangere e disperarmi, e d’un tratto sentii bussare alla mia porta. Era semplicemente mia sorella Courtney che voleva entrare a parlarmi con la speranza di darmi una mano a levarmi quel peso di dosso. Riflettendo, dovetti ammettere che lei e il mio ragazzo erano specialmente in un periodo come questo, i miei unici confidenti, così la lasciai entrare e mi sfogai con lei riguardo ciò che mi aveva turbato fino a portarmi alle lacrime. Più tardi, dopo la fine della discussione avuta con mia sorella, mi sentii subito meglio, proprio come se nulla fosse accaduto. Molti sostengono che nei momenti bui della vita, l’aiuto di un familiare può essere di gran conforto e personalmente penso sia vero, perché è proprio quello che è successo grazie all’intervento di mia sorella senza il quale avrei continuato a piangere inutilmente per tutta la notte, cosa che sapevo non mi sarebbe servita a nulla. Quello che mi serviva in quel momento era semplicemente l’aiuto o il consiglio di qualcuno di cui mi fidassi, che è poi, inaspettatamente arrivato senza che lo richiedessi. Onestamente, penso di essere davvero fortunata ad avere una sorella come lei, anche se a volte tendo a dimenticarlo, e altre vorrei davvero che non facesse parte della mia vita, ma è solo dopo rapide riflessioni che tali e orribili pensieri diventano solo un vago ricordo. Voglio bene a mia sorella, ma questo è certo, motivo per cui ribadirlo sarebbe perfettamente inutile. L’ unica cosa di cui non mi stancherò mai è di ringraziarla di essere sempre lì per me.

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5 thoughts on “16 anni: Io e le mie scelte – CAPITOLO II

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